Vittorio Pisani (Magazine - ottobre 2009)
0 commentiVittorio Pisani, 42 anni, capo della Squadra Mobile di Napoli, mi accoglie nella sua stanza sommersa dai modellini di auto della polizia. Sulla scrivania si fa spazio tra le carte una statuetta di Pulcinella. Appeso al muro c’è un francobollo dedicato al commissario Luigi Calabresi. E dentro a un armadio, accanto al Codice di procedura penale, ecco una locandina del 1929. È il tariffario di un bordello: «Un quarto d’ora, tre lire virgola dieci. Sconto bassa truppa». Lo provoco: «In questo periodo le è capitato di occuparsi anche di escort?». Replica, non divertito: «No. Noi ci occupiamo solo di fatti che costituiscono reato». Pisani è calabrese. Trapiantato a Napoli quando aveva 23 anni, ha arrestato boss e superlatitanti, ha scritto un libro sugli “informatori” di polizia e in tempi di delitti irrisolti (Garlasco, Meredith e via dicendo), ritiene che sia un peccato mortale “innamorarsi di una tesi investigativa”. Ogni tanto, mentre racconta episodi della sua vita in divisa, assume cadenza e linguaggio dei verbali di polizia: «I due agenti si recavano sul luogo del delitto…». È corporativo quanto basta. Gli cito l’episodio dell’irruzione dei celerini manganellanti del 2001 alla Diaz, a Genova. Dico: «Lì si è aperta una ferita profonda nei rapporti tra polizia e cittadini». Replica: «Chi ha sbagliato deve pagare, ma non si può criminalizzare tutta la famiglia della Polizia, anche perché è finita l’epoca in cui il poliziotto veniva “coperto” e non mandato a giudizio».
Quando gli faccio notare quanto sia “sgarrupato” il corridoio che ospita il suo ufficio, fa spallucce. Ci sono sedie rotte ammucchiate in un angolo, pareti scrostate, un cartello sulla macchina del caffè avverte: «Manca caffè». È un ufficio pubblico, però i portacenere sono stracolmi di mozziconi di sigarette. Noto: «Qui sotto ho visto due agenti scendere dalla moto senza casco». Sorride: «Il casco è scomodo per gli inseguimenti a piedi e toglie la visuale». Obietto: «La polizia dovrebbe dare il buon esempio». Mi gela: «Durante le faide di camorra, se si entra col casco in certi quartieri si viene scambiati per killer. Ti sparano». Nell’era di Roberto Saviano, scrittore anticamorra, star dei teatri, sotto scorta, osannato dalle piazze e dai lettori, appena cito Gomorra, Pisani sbuffa: «Già… questo Gomorra». Lui non ce l’ha con Saviano, ma brechtianamente col savianismo. Ricordate la riga arcinota di Brecht nella Vita di Galileo? “Beati i popoli che non hanno bisogno di eroi”. Partiamo da qui.
Pisani, che cosa c’è che non va con Gomorra?
«Il libro ha avuto un peso mediatico eccessivo rispetto al valore che ha per noi addetti ai lavori».
Saviano ha permesso ai non addetti ai lavori di conoscere una realtà criminale mostruosa.
«E questo è un merito. Ma nel libro ci sono inesattezze».
È un romanzo. E ora Saviano vive sotto scorta, in una caserma. È amatissimo, ma fa una vita infame.
«A noi della Mobile fu data la delega per riscontrare quel che Saviano aveva raccontato a proposito delle minacce ricevute. Dopo gli accertamenti demmo parere negativo sull’assegnazione della scorta».
Saviano è stato minacciato pubblicamente durante un’udienza del processo Spartacus.
«Io faccio anticamorra dal 1991. Ho arrestato centinaia di delinquenti. Ho scritto, testimoniato… Beh, giro per la città con mia moglie e con i miei figli, senza scorta. Resto perplesso quando vedo scortate persone che hanno fatto meno di tantissimi poliziotti, carabinieri, magistrati e giornalisti che combattono la camorra da anni. Non ho mai chiesto una scorta. Anche perché non sono mai stato minacciato. Anzi, quando vado a testimoniare gli imputati mi salutano dalle celle».
Ripeto: Saviano le minacce le ha ricevute.
«Bisognerebbe avere il coraggio di andare a cercare la giusta causa della minaccia».
E quale sarebbe secondo lei?
«Non lo so. Ma nel rapportarsi con la criminalità organizzata ci sono regole deontologiche, come il rispetto della dignità umana, che vanno rispettate».
Potrebbe essere più chiaro? Un esempio?
«Quando ho bussato alla porta di un superlatitante per arrestarlo, lui mi ha chiesto di aspettare un minuto perché la moglie era svestita. Io gli ho proposto di far entrare due agenti donne. Lui ha acconsentito e ringraziato».
Ammetterà che l’arresto di un super latitante e la denuncia giornalistica di un crimine, sono un po’ più importanti del bon ton con cui li si effettua.
«Certo. Ma ci sono modi e modi. E poi, a proposito della vita sotto scorta, dare un’immagine eroica della lotta alla criminalità rischia di essere controproducente».
L’eroe anticamorra dà speranza. E aiuta a sensibilizzare i cittadini sui fenomeni criminali.
«Ma rischia di allontanarli da una collaborazione reale con lo Stato. Noi dobbiamo trasmettere sicurezza. Se un cittadino vede che chi combatte la criminalità per professione ha bisogno di vivere blindato sotto scorta, pensa: “Io, che sono indifeso, non posso fare nulla”».
Detto ciò, fuori dalla porta del suo ufficio ci sono le foto di sei agenti della Mobile morti in servizio.
«Le ho fatte mettere io. Ma comunque dobbiamo far vedere ai cittadini che la lotta alla criminalità è una cosa normale. A cui tutti possono partecipare. Glielo dice uno che fa anticamorra da quasi vent’anni».
Quando ha deciso di fare il poliziotto?
«Dopo la maturità. Mio padre era agente della stradale».
Lei che studi ha fatto?
«Il tecnico commerciale nella mia città, Catanzaro. Avevo pensato di iscrivermi a Economia, poi ho scelto l’Istituto superiore di Polizia, a Roma».
La Roma godona degli anni Ottanta.
«Studiavo. Nel 1987, alla fine del primo anno mi diedero il premio Luigi Calabresi. Avevo i voti più alti».
A Napoli quando ci arriva?
«Dopo la laurea in Giurisprudenza col professor Coppi».
Il superpenalista avvocato di Andreotti. Il primo crimine di cui si è occupato?
«Una rapina al centro tecnografico delle Poste. I ladri scapparono, ma recuperammo i 52 miliardi di refurtiva. Dopo quattro mesi sulle volanti, passai alla Squadra Mobile».
Lì, di che cosa si occupava?
«Ho cominciato con la sezione Omicidi. Per strada. Poi la sezione Catturandi, quella che dà la caccia ai latitanti, e la Sezione reati economici. Nel ’97, a trent’anni, ero capo della Omicidi. Sono stato promosso per merito straordinario».
Quale era questo merito?
«Ricostruimmo la cosiddetta “Alleanza” di Secondigliano. Arrestammo i latitanti Giuseppe Lo Russo, Pietro Licciardi, Gaetano Bocchetti ed Egidio Annunziata. Subito dopo venni indagato».
Lei? E perché?
«Omissione di atti di ufficio. Ero in contatto telefonico con il latitante Guglielmo Giuliano».
Super esponente di un clan camorrista.
«Era un confidente, leale. Ora è collaboratore di giustizia. Il questore Arnaldo La Barbera mi disse: “Nel nostro mestiere l’accusa che ti fanno vale più di un encomio”».
Come ne uscì?
«Pulito. Ma lasciai Napoli. Andai al Servizio Centrale Operativo (Sco) di Roma. Mi diedero l’incarico di cercare il contrabbandiere pugliese Francesco Prudentino. Lo arrestammo nel dicembre del 2000, dopo sei mesi di caccia, in Grecia. Tre anni dopo feci il concorso per diventare primo dirigente. E arrivai primo».
Secchione.
«Mi piace studiare».
Ora è da cinque anni a capo della Squadra Mobile di Napoli. Dopo la guerra di Scampia…
«La città è più pacificata. Quasi tutti i capi clan sono detenuti e non c’è più la sensazione di impunità di un tempo. Si è passati da 250 a 70 omicidi l’anno».
Un numero mostruoso di morti.
«Se si pensa che a Napoli ci sono circa 70 clan, non sono nemmeno troppi».
In alcune zone lo Stato non ha nessun controllo. A Secondigliano gli spacciatori fanno quello che vogliono.
«Siamo poco incisivi anche perché il costo del delitto, e cioè la possibilità di finire in carcere per molto tempo, è ridicolo rispetto alla facilità con cui si crea profitto. Le politiche criminali dovrebbero indirizzarsi verso la rottura del rapporto tra offerta e domanda di stupefacenti. A Napoli i clan si arricchiscono con la droga. Il reato di estorsione, il pizzo, non conviene più, e la prostituzione è gestita soprattutto dagli extracomunitari».
In tempi di crisi i ragazzi accettano più facilmente il lavoro criminale?
«Una volta un capo clan mi disse: “Io ai poveri del quartiere do la droga da spacciare. Lo Stato che cosa gli dà?”».
Lo Stato assente non può essere una scusa…
«Certo. Ma resta il fatto che la criminalità si insinua dove c’è più povertà».
E così si vedono scene come la protesta dei cittadini durante l’arresto di Cosimo Di Lauro.
«Quelli non erano cittadini. Erano affiliati al clan».
Come reinveste i soldi la camorra napoletana?
«Soprattutto in attività commerciali nei loro quartieri. E poi si divertono. I clan napoletani fanno la malavita per fare la bella vita. Bruciano soldi».
Al contrario dei casertani, che sono più imprenditoriali. Lei si occupa anche dei Casalesi?
«Stiamo collaborando alla caccia di alcuni super latitanti».
Di chi parliamo?
«Michele Zagaria, Antonio Iovine e Nicola Panaro».
Qual è l’arma più importante in mano a un investigatore che indaga su un crimine di camorra?
«Dipende dal delitto. Ma penso che i confidenti siano l’arma in più».
Il confidente è un delinquente spione. Come si fa a capire che non parla per un tornaconto criminale?
«Spesso ti parla proprio per colpire un avversario».
In questo modo la Polizia non si fa strumento di un clan nelle faide camorriste?
«È quello che bisogna evitare. Mettendo in chiaro che al clan a cui appartiene l’informatore non verrà risparmiato nulla. Ci sono anche altre avvertenze».
Quali?
«Il confidente non deve essere coinvolto nell’attività investigativa. Ci si deve affidare a più informatori per confrontare i dati. E una volta avuta una notizia si devono cercare i riscontri, anche perché quel che ti dice un confidente non lo puoi usare in un processo».
Per l’eccessiva vicinanza di alcuni agenti ai confidenti dei clan, la Mobile di Napoli è stata “chiacchierata”.
«Sono falsi moralismi».
Altre armi investigative? Il pentitismo…
«Ormai il pentito andrebbe usato solo quando è davvero indispensabile. Abbiamo strumenti, come le intercettazioni, che ci permettono di raccogliere abbastanza prove».
E i provvedimenti del governo sulle intercettazioni?
«Trovo sbagliati gli interventi sulle intercettazioni ambientali. E sono perplesso sul fatto che per autorizzare un’intercettazione ci debbano essere gravi indizi di colpevolezza. È la stessa soglia che permette di emettere una misura cautelare. Dopodiché in altri Paesi europei le norme sulle intercettazioni sono più restrittive».
Lei gira con la pistola?
«Certo».
Ha mai sparato?
«Una volta. Per avvertimento».
Le hanno mai sparato?
«Sì. Senza colpirmi. Eravamo intervenuti su segnalazione di un confidente per sventare l’incendio di un negozio di bibite. Cominciarono a partire colpi nella nostra direzione. Non riuscendo a individuare chi ci sparava, non rispondemmo al fuoco».
Molto poco da poliziesco. Che cosa guarda in tv?
«Non guardo la tv. E non leggo i giornali».
Esistono decine di serie tv che parlano di poliziotti. Quelle sulla scientifica, quelle sui casi irrisolti…
«Non ci perdo tempo. E quando un magistrato o un collega fa richieste di indagini rocambolesche, commento sempre: “Ma che, s’è visto i filmi?”».
Nei filmi gli investigatori hanno tecniche raffinatissime per interrogare. Come si scopre che l’interrogato non sta mentendo?
«Ci sono segnali del corpo che ti dicono se una persona è nervosa. E poi serve esperienza. La cosa più importante è non interrogare avendo già un giudizio sulla sincerità dell’interrogato. Non si devono mai portare avanti indagini a tesi, tralasciando alcuni filoni investigativi perché non coincidono con la propria teoria».
È quel che è successo coi recenti delitti irrisolti? Garlasco, Meredith…
«Non do giudizi sul lavoro di altri colleghi. Ma il buon investigatore secondo me è quello che ha anche la serenità di ammettere di aver preso una pista sbagliata».
Qual è l’arresto che le ha dato più soddisfazione?
«Quello degli assassini di Silvia Ruotolo e di altre persone uccise per errore. Beccare i colpevoli di un delitto in cui la vittima è una persona per bene è il top».
Libro, film e canzone preferiti?
«Nel tempo libero studio, sto con i miei figli e gioco col mio setter irlandese».
Coraggio, non ci credo che non va mai al cinema.
«Ci vado coi piccoli. Metta L’Era glaciale».
Quanto costa un litro di latte?
«Un euro e qualcosa. Amo fare la spesa “importante” perché cucino. Faccio provviste di carne e pesce».
I confini dell’Iraq?
«Iran, Kuwait…».
Quanto articoli ha la Costituzione?
«Centotrentanove».
Dov’era il 9 novembre del 1989?
«Ero all’Istituto superiore di Polizia. Il crollo del Muro l’ho seguito in divisa».
