Gilberto Benetton (Sette - febbraio 2010)
1 commentoSe Luciano è il creativo, lui è la mente strategico-finanziaria. Gilberto Benetton, 68 anni, terzo di quattro fratelli, è quello che ha portato la famiglia a diversificare i propri interessi. È lui che ha trasformato la Benetton da marchio pop-social-trendy di maglioni, in multinazionale del commercio con un fatturato da 11,5 miliardi di euro e centomila dipendenti diretti. Lo schemino delle proprietà Benetton, tra aziende controllate e sotto controllate, è più complesso di un sudoku per esperti. Per semplificarlo, vale quello che ha scritto qualche tempo fa Giuliano Zulin su Libero: «Appena ci mettiamo in viaggio, paghiamo i Benetton». Come? Al casello in autostrada, in autogrill, alla stazione, in aeroporto, nei negozi di vestiti. Sia chiaro: un obolo glielo avete dato anche voi lettori quando avete comprato il Corriere (di cui i Benetton sono azionisti al 5%). «Con i telefoni però abbiamo chiuso. In perdita», sottolinea Gilberto. E poi rilancia: «Abbiamo appena aperto un mega centro di ristorazione Autogrill nel museo Louvre di Parigi: si chiama Restaurants du monde, la food court più grande d’Europa, con cucine di tutto il mondo». Incontro l’industriale nella sede milanese del gruppo. Sedie in design di cuoio e quadri astratti alle pareti. («Per casa mia preferisco l’Ottocento: ho Favretto e Fattori», spiega). Il signor Gilberto non chiacchiera molto e alterna il singolare al plurale familiare. Sorride quando abbozzo l’elenco sconfinato delle attività che gestisce con i fratelli: «Non male, eh?».
Siete onnipresenti.
«Mica siamo degli arraffoni che vogliono solo accumulare. Lavoriamo anche nell’interesse del Paese».
Lei colleziona posti nei Cda di tutta Italia: the dark side of Benetton?
«È normale. Guardi, a noi piacerebbe essere giudicati senza filtri ideologici. Per quel che facciamo: le autostrade negli ultimi dieci anni sono migliorate o no?».
Quello delle autostrade è un monopolio.
«Su cui investiamo un miliardo e mezzo l’anno. Si giudichino i servizi che forniamo, più che le quote di mercato. Abbiamo allargato le corsie, introdotto l’asfalto drenante, i nuovi guardrail. Ora c’è più sicurezza».
Come va la trattativa per acquisire Abertis, la multinazionale spagnola delle autostrade?
«Sono voci. Per ora di concreto c’è poco. È un affare molto complesso. Ma anche lì: se si dovesse verificare sarebbe un’operazione di cui gli italiani dovrebbero essere orgogliosi».
Quand’è stata la prima acquisizione dei Benetton?
«A metà anni Novanta. Era il periodo delle privatizzazioni e noi avevamo disponibilità economiche».
Il primo pezzo acquisito?
«La Sme, cioè Autogrill e Gs. Gli autogrill erano luoghi squalificati. Me ne accorgevo ogni volta che imboccavo un’autostrada».
La prima cosa che avete fatto per migliorarli?
«Le divise degli impiegati. I buoni rapporti con i consumatori sono la nostra specialità da 25 anni. Con Autogrill siamo leader mondiali, presenti in 40 Paesi. Se ti arrampichi in cima all’Empire State Building poi da mangiare te lo diamo noi».
La “diversificazione del business”, in qualche modo ha snaturato la Benetton. I suoi fratelli, Luciano, Giuliana e Carlo, sono stati subito d’accordo con le sue proposte?
«Ho sempre gestito la parte economica da quando eravamo piccoli. Tra di noi c’è una fiducia reciproca granitica».
Mi racconta la sua infanzia?
«Eravamo poveri. Mio padre lavorò anni come camionista in Libia. Morì di nefrite quando io avevo quattro anni. Non vorrei scadere nel patetico, ma sono quello che ha studiato di più in famiglia. E ho smesso a 14 anni».
Gli altri?
«Tutti a lavorare, prestissimo».
I Benetton come si avvicinano al mondo dei maglioni?
«Mia sorella Giuliana, finite le elementari aveva cominciato a fare la magliaia».
A undici anni? È sfruttamento minorile.
«A diciassette anni Giuliana sapeva confezionare da sola un maglione dal primo all’ultimo passaggio».
Lei che cosa sapeva fare?
«Dopo la scuola entrai come impiegato in un ufficio per la contabilità dei libri paga».
C’è un momento in cui dite: «Mettiamoci a vendere golf colorati».
«Tra il 1956 e il 1957. Era un po’ che parlavamo di fare qualcosa insieme. Ognuno di noi si voleva comprare la macchina e uscire dalla mediocrità di quella vita. Un giorno ci trovammo tutti e quattro intorno a un tavolo e decidemmo di partire…».
Vostra madre vi aiutò?
«No. Lei ci avrebbe voluti dietro a uno sportello, col posto fisso».
La leggenda vuole che tutto cominciò con un maglione giallo…
«Confezionato da mia sorella. È vero. Poi comprammo il primo telaio, firmando una montagnola di cambiali. Cominciammo a portare i maglioni nei negozietti del trevigiano».
Avete conservato qualcuno di quei pezzi storici?
«Abbiamo una collezione, è visitabile».
Che cosa avevate di diverso dagli altri?
«A quei tempi ci si vestiva di blu, grigio… Noi mettevamo nelle vetrine i colori pastello… e poi inventammo la tintura in capo».
La tintura in che…?
«Una piccola rivoluzione. Non facevamo i maglioni di lana partendo dai gomitoli colorati. Producevamo in grezzo e poi immergevamo il tutto nella tinta richiesta dai negozianti. Una stirata e via. Tempi rapidi e costi ridotti».
Il primo negozio?
«A Belluno nel 1968».
L’anno della contestazione. Lei aveva 27 anni.
«E invece di contestare lavoravo sette giorni su sette, 16 ore al giorno tra magazzini e ricevute».
Come vi dividevate i compiti?
«Giuliana e Carlo erano e sono più legati al prodotto. Luciano, il fratello maggiore, fantasioso, si occupava delle vendite. E io dei conti. La prima volta che sono entrato in banca a chiedere un prestito avevo 16 anni. Portavo i calzoni corti e non per modo di dire».
United Colors of Benetton…
«Quel nome arrivò molto dopo. Con Oliviero Toscani. I negozi, prima, si chiamavano Mymarket, l’azienda Maglieria Benetton».
C’è chi sostiene che i Benetton senza le campagne pubblicitarie di Oliviero Toscani non sarebbero andati lontano.
«Credo che con Toscani ci sia stato un rapporto di reciproca utilità».
Le campagne Benetton erano dure: suore e preti che si baciavano, maglie insanguinate… Le ha sempre condivise tutte?
«Certo, sapevo che Luciano le aveva approvate, quindi…».
Lei si sarebbe fatto ritrarre nudo per una vostra “campagna” come ha fatto Luciano?
«Per l’azienda questo e altro».
Sbaglio o lei è anche quello dei fratelli che ha portato la Benetton nello sport?
«Volley, basket e rugby. A Treviso abbiamo la più grande cittadella dello sport d’Europa. E organizziamo master per manager sportivi».
Però non siete mai entrati nel calcio.
«A noi piace la cultura vera dello sport».
Siete stati anche in Formula Uno.
«Quella fu una mossa puramente commerciale. A inizio anni Novanta. Non sa quanti mercati abbiamo penetrato grazie alla Formula Uno».
Il team manager era Flavio Briatore e il pilota di punta Michael Schumacher.
«Due nostre creature».
Ora Schumacher torna in pista…
«Ricordo il primo incontro. A Berlino, all’inaugurazione di un nostro negozio. Gli chiesi che cosa pensasse del grande Senna. Fece una smorfia, come dire: “Lo batto quando voglio!”. Aveva una freddezza e un’ambizione smisurate».
Ora la Formula Uno è in crisi. Come l’economia.
«Sull’economia ho fatto dei conti».
E cioè?
«Per tornare ai livelli dell’autunno 2007, dovremo aspettare fino al 2016».
Lei è noto per essere sintonizzato 24 ore su 24 con le Borse mondiali. Su che cosa consiglierebbe di investire?
«Sulle grandi imprese nazionali. In linea di massima è l’ora della sobrietà: rimboccarsi le maniche, senza eccessive distrazioni».
Lei che distrazioni si concede?
«Poche. Due anni fa mi sono comprato una barca. Ci vado una settimana ogni tre mesi».
Ha un clan di amici?
«Un gruppo ristretto, quasi tutti piccoli imprenditori del trevigiano. Ci vado in barca».
Qual è la scelta che le ha cambiato la vita?
«Che fine avremmo fatto noi quattro fratelli se non avessimo deciso di metterci in affari insieme?».
Il libro della vita?
«Leggo poco. Solo quando sono in barca. Lì, faccio grandi full immersion nei gialloni di Grisham, Follett e compagnia».
La canzone?
«Sapore di sale, di Gino Paoli».
Il film?
«Non vado al cinema».
Avrà qualche preferenza…
«I film di Totò. Per il resto preferisco le partite di basket o di rugby in tv. E qualche talkshow politico tipo Anno zero».
Farebbe politica? Scenderebbe “in campo” se convocato?
«No».
Suo fratello Luciano lo ha fatto.
«Un paio d’anni, coi repubblicani. Non direi che ha fatto politica».
Il prosindaco di Treviso, Giancarlo Gentilini, è il portabandiera del leghismo più ruvido.
«È molto amato dai cittadini. Lavora bene».
È stato condannato per istigazione al razzismo.
«Non condivido tutto quello che dice, ovvio. E su certe frasi non lo prendo sul serio».
Cultura generale. Che cosa è rappresentato sulla moneta da due centesimi?
«Non lo so».
La Mole Antonelliana. Quanto costa un pacco di pasta?
«Poco».
I confini dell’Argentina?
«Cile, Brasile, Uruguay… abbiamo parecchie terre lì, in Patagonia. Siamo i più grandi proprietari terrieri al mondo».
Ma che ci fate con tutta quella terra?
«Da lì viene tutta la lana della Benetton. La vendiamo anche ad altre aziende. È di qualità superiore».
Non fa i pallini?
«Guardi che la lana deve fare i pallini!».
www.vittoriozincone.it

Spero che molti giovani leggano questa intervista. Avrebbero molto da imparare.