Alessandra Borghese (Magazine - maggio 2007)

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Roma. Nel suo appartamento affrescato di Palazzo Borghese in piazza Fontanella Borghese, Donna Alessandra Romana dei principi Borghese, ha una cappa della cucina tappezzata di paccottiglia kitsch e di santini. Accanto ai fornelli c’è un vassoio nero foderato da una gigantografia di Papa Benedetto XVI con la scritta «A star is born». Molti dei libri che si vedono in giro per la casa sono autografati da Joseph Ratzinger e lo studio del piano superiore è sommerso da copie del volume Con occhi nuovi (quello che parla della propria conversione), tradotto anche in giapponese. Della sua prima vita, quella da vitaiola newyorkese, tutta vernissage e balli, Donna Alessandra ha conservato solo qualche traccia: alcune opere d’arte sulle pareti e un intercalare sorridente con la parola «simpatico». Da rampolla godereccia della nobiltà capitolina, nell’ultimo decennio s’è trasformata in una autentica paladina del ratzingerismo. Ora è una delle poche italiane a poter dire di conoscere personalmente il Papa (non un ministro, non un sottosegretario, ma il Papa). Il suo ruolo di principessa convertita clerical-mondano-caritatevole suscita anche qualche antipatia. E lei lo sa. Mi accoglie in salotto, mi fissa negli occhi (per la cronaca: Donna Alessandra ne ha uno verde e uno azzurro) e dice che non ha problemi a commentare anche le più piccanti malignità che la riguardano. Prima però la invito a difendere la Santa Romana Chiesa.
La Chiesa di Papa Ratzinger in Italia fa politica.
«Non è vero. Il Vaticano fa solo sentire la sua voce sui temi etici che riguardano i cittadini».
La Chiesa anti-Dico.
«Io sono favorevole a estendere certi diritti a chi fa parte delle coppie di fatto. Ma il Parlamento deve ancora lavorare parecchio. Per questo il Family day mi è sembrata una manifestazione importante, repubblicana. Rispetto ai Dico il Paese ha altre priorità».
Circola un documentario della Bbc sui preti pedofili: parla di una direttiva della Dottrina della fede, del 1962, in cui s’invitano i vescovi a insabbiare le eventuali denunce dei fedeli…
«Si fa un po’ di confusione. E Joseph Ratzinger nel 1962 non era ancora prefetto di quell’organismo».
La pedofilia però…
«…è una spina nel fianco della Chiesa. Credo che il problema vada risolto a monte: nei seminari. I ragazzi vanno selezionati bene. Perché un prete che si comporta male, rovina il lavoro di cento sacerdoti virtuosi».
Lei quando ha conosciuto Ratzinger?
«Nel 1998. Alla Congregazione per la Dottrina delle Fede. Volevo organizzare un concerto del coro di Ratisbona, diretto da suo fratello, nella Basilica dell’Ara Coeli. Ci tenevo a coinvolgerlo. Entrò nella stanza dove lo aspettavo, la leggendaria saletta rossa, con passo leggerissimo. Silenzioso. Io ero già una sua ammiratrice. Avevo divorato il suo libro Il sale della terra. Lo legga, è un testo importante».
Cerca di fare proseliti?
«E che sto qui a perder tempo?».
Il suo rapporto con Ratzinger?
«Amichevole. Fatto di incontri simpatici. Lo invitai all’Auditorium a sentire Claudio Abbado. Qualche volta abbiamo mangiato insieme nel suo ristorante preferito: la Taverna Giulia. E poi nel 2004 ci fu quell’episodio…».
…quando lei venne «rimorchiata» dall’auto del Cardinale.
«Non andò esattamente così. Il cardinale Ratzinger aveva appena concluso un dibattito con Ernesto Galli della Loggia su Storia, religione e politica a palazzo Colonna. Salito sulla sua Mercedes blu, disse all’autista Alfredo di accostarsi al mio motorino (su cui stavo andando con Gloria Thurn und Taxis), per farci cenno di seguirlo. Dopo qualche minuto eravamo a tavola, nella Domus Santa Marta».
L’ingresso in Vaticano su due ruote.
«Quando sentimmo che alle guardie svizzere veniva detto che noi eravamo il seguito del cardinale, ci venne da ridere».
C’era anche padre Georg Gänswein, l’attuale segretario del Pontefice?
«Sì. Tra l’altro con lui è nata un’amicizia sincera. Sono stata alla festa di compleanno per i suoi cinquant’anni, nei giardini di Castel Gandolfo. C’era anche Benedetto XVI».
Monsignor Georg è venuto pure a palazzo Altieri, alla presentazione del suo ultimo libro Sulle tracce di Joseph Ratzinger. Chi c’era, sostiene che le signore fibrillavano.
«Diciamo che Georg ha un fascino speciale sulle donne. Ha carisma, è posato. Parla con tutti, con garbo: una volta passeggiavo con lui in via della Conciliazione e siamo stati fermati da un barbone. Ho scoperto con stupore che Georg lo conosceva bene. Ci chiacchiera spesso».
Ma è vero che lei e la sua amica Gloria gli avete regalato una preziosa cotta di pizzo di Cantù?
«No. L’ultima cosa che gli ho regalato è stata una cassa di vino. Lui ama molto il rosso. Proprio a Palazzo Altieri gli ho presentato mia sorella Francesca, che è sposata con Alberto Tasca d’Almerita, produttore di vini siciliani. Ho detto a Georg: “Questa è mia sorella, quella del vino buono”. E lui, ridendo: “È un piacere. Lo sa che le mie scorte sono finite?”».
Si dice pure che lei abbia regalato a Benedetto XVI quel cappello con pelliccia d’ermellino, il camauro, che ha indossato lo scorso inverno.
«Non è vero. Tra l’altro il camauro non era un granché: il velluto era del colore sbagliato. In compenso è vero che insieme con le sorelle benedettine di Rosano, abbiamo confezionato per il Santo Padre una mitria stupenda con decorazioni d’oro».
Avete confezionato?
«Loro hanno ricamato per mesi. Io ho contribuito economicamente».
Per questa sua attenzione al vestiario e per la sua rubrica Aplomb Vaticano sul mensile Style, qualcuno l’ha soprannominata «vaticanista frou frou».
«Ognuno è libero di dire quel che vuole».
Nella sua rubrica lei ha criticato le messe con le chitarre e ha auspicato un ritorno alla messa in latino.
«Non mi piacciono le messe tirate via. Non amo le cose sciatte. E poi considero certe cerimonie formali utili alla gloria di Dio. Oggi è più rivoluzionario un prete in jeans o un prete in abito talare?».
Me lo dica lei.
«In abito talare. E la messa in latino con incensi e canti gregoriani. Io credo che i simboli oggi contino più che mai: penso anche che l’abito faccia il monaco. A me le divise piacciono».
Da dove le viene questa passione?
«Ho ricevuto una educazione tradizionale».
A scuola dalle suore?
«Sì. Al Sacro Cuore, a Trinità dei Monti. In divisa».
Le piace la proposta del presidente francese Sarkozy di far alzare in piedi gli studenti quando entra un insegnante?
«Certo. Tra l’altro Sarkozy è uno dei pochi politici in circolazione che apprezzo».
Compagni di scuola?
«Ricordo Lucrezia Lante della Rovere. Di qualche anno più piccola. È stata la prima fidanzata di mio fratello Fabio. Appena laureata mi sono trasferita a New York».
La Grande Mela degli anni Ottanta.
«Quella delle mille luci. I primi yuppies. Gli Usa reaganiani».
Dio e la Chiesa allora non erano una sua preoccupazione. Chi l’ha conosciuta in quel periodo racconta che era scatenata.
«Ci divertivamo molto. Eravamo un gruppo di una ventina di ragazzi».
Chi c’era con lei?
«Mafalda d’Assia, che ora ha sposato il petroliere Ferdinando Brachetti-Peretti, il finanziere Arki Busson, attuale compagno di Elle McPherson, la mia amica Gloria, Giovannino Agnelli… Di giorno si sgobbava, io stavo al marketing dell’American Express».
Di notte…
«Mi piaceva molto ballare. Allo Xenon, al Palladium. Poi nei week end prendevamo i primi aerei low cost e andavamo a Los Angeles o a Miami».
Lei a New York si è pure sposata, con il miliardario Constantin Niarchos…
«E a proposito di cerimonie, la nostra fu civile, piuttosto sbrigativa, alla City Hall. Dopo la separazione tornai in Italia. Cominciai a organizzare eventi culturali. Nel 1997 divenni consulente del sindaco Rutelli».
Rutelli come lo ha conosciuto?
«A Sabaudia, con la moglie Barbara Palombelli e il nostro amico comune Giovanni Malagò».
La riconversione al cattolicesimo, che ha raccontato nel libro Con occhi nuovi, quando avviene?
«Nel 1998. Ero ospite di Gloria nella sua villa sul lago di Starnberg. Lei mi invitò ad andare a messa con la sua famiglia. Io ero piuttosto scettica. Ma pian piano sono caduti tutti i pregiudizi. Poi ho conosciuto Monsignor Michael Schmitz, un giovane prete che mi aveva presentato Monsignor Josef Clemens. Schmitz mi invitò ad andare a trovarlo all’Istituto di Cristo Re Sommo Sacerdote, a Gricignano, vicino Firenze».
È un istituto ultra tradizionalista.
«Mi propose di confessarmi. Gli dissi che ci dovevo pensare». Tornai nella celletta che mi avevano assegnato e mi misi a elencare su un blocco di carta tutti i miei peccati. Quello ricorrente, era proprio di aver trascurato Dio».
Quanto durò la confessione?
«Due ore. Alla fine padre Michael mi disse: “Tu sei debole. Hai bisogno di aiuto. Comincia ad andare a messa tutti i giorni”. Rimasi un po’ stupita. All’inizio fu dura, a volte mi annoiavo. Ma ancora oggi vado tutti i giorni».
Non solo. Sulla religione ha costruito una carriera: scrive libri, articoli e organizza eventi. I più perfidi dicono che lei propaganda la fede per propagandare se stessa.
«Se uno trova un tesoro, e la grazia è un tesoro, per me è chiamato a testimoniare questa fortuna».
È vero che mentre scrive i suoi libri si consulta con il vaticanista Vittorio Messori?
«Ascolto volentieri i suoi consigli e quelli della moglie di cui sono amica. Tra l’altro Vittorio si è appassionato al mio cagnolino Pucci. Lo ha messo pure sul suo sito Internet».
Il suo cagnolino Pucci? È quello che anni fa provocò un incidente diplomatico a palazzo Borghese con Valeria Marini?
«Sì. I nostri cani non si amano. Il suo, che ha lasciato in eredità a Vittorio Cecchi Gori, si chiama Amore. Valeria un giorno mi disse: “Dì alla tua domestica polacca, che quando porta a spasso Pucci, non deve infastidire Amore”. Aveva scambiato la principessa Gloria Thurn und Taxis per una colf».
La madre di tutte le malignità che la riguardano ha per protagonista proprio Gloria…
«Più che la madre, è la nonna di tutte le malignità».
In pratica si dice che lei e Gloria siate una coppia. Che la famosa messa cantata all’Ara Coeli, sia stata praticamente una cerimonia per consacrare la vostra «amicizia»… Che siete entrate in Chiesa mano nella mano…
«Follie. Io e Gloria siamo entrate in chiesa insieme decine di volte. Lei è un’amica. Amo la sua famiglia e sono affezionata ai suoi figli. Punto».
A cena col nemico?
«Non considero nessuno un nemico. E prego anche per chi parla male di me».
Non esageri. Così più che al Paradiso sembra aspirare alla beatificazione…
«Al massimo finirò in Purgatorio».
Il libro che tiene in questo momento sul comodino?
«Ne ho tre: un’intervista collettiva sulla Fede fatta dal mio amico Antonio Monda, una biografia di Pio XII e…».
Ma è maniacale… Un romanzetto non se lo concede mai?
«D’estate. Il terzo libro sul comodino è quello di Tarcisio Bertone su L’ultima veggente di Fatima».
Il miglior politico dell’attuale governo?
«È un momento piuttosto modesto della nostra politica».
Valutazione montezemolina.
«Mi pare che sia l’opinione di moltissimi italiani».
Delete. Cancelli un numero dal suo cellulare. Luca Cordero di Montezemolo o Pierferdinando Casini?
«Tengo Montezemolo».
Joaquin Navarro Valls o Padre Georg?
«Se proprio devo, cancello Navarro. Anche se con lui ho un ottimo rapporto. L’ho conosciuto ai tempi della sala stampa Vaticana».
Giovanna Melandri o Stefania Prestigiacomo?
«Conosco Giovanna da una vita. Ma tengo Prestigiacomo. È appena diventata mia vicina di casa a Panarea».
Il ministro dei Dico, Rosy Bindi o la crociata della famiglia Paola Binetti?
«Cancello Bindi».
Gianni Letta o Walter Veltroni?
«Letta era amico dei miei genitori e siamo tutti e due nel CdA della Fondazione della Pontificia Università Lateranense. Con Veltroni ci ho lavorato quando era ai Beni culturali».
Cultura generale. L’incipit di una messa in latino?
«In nomine patris et filii et spiritus sancti».
Perfetto. L’incipit della Costituzione italiana?
«Non lo so».
«L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro». Quanto costa un litro di latte?
«Il mezzo litro che compro al supermercato costa 80 centesimi. Tra l’altro mi sembra un prezzo molto alto».
Molto alto? Ma lei vive in un palazzo principesco, con opere d’arte originali alle pareti… Vabbé, dove si trova il Darfur?
«In Africa».
Già, ma in quale Stato?
«Non saprei».
In Sudan. In che secolo Celestino V fece il gran rifiuto?
«Nel Medioevo?».
Sì. Nel XIII secolo. Lui, al peso del potere pontificio preferì l’eremitaggio.

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Scale, scalini, rampe e rampette. Una cosa è certa, per vivere a casa di Alessandra Borghese bisogna essere bene allenati. «Io lo sono abbastanza». Nello studio, tra le scartoffie spuntano un paio di pesetti. «Ho trascorso l’infanzia a giocare a tennis, a sciare, a fare equitazione. E a tirar di fioretto». Fa ancora sport? «Ho poco tempo. Ma d’inverno riesco ad andare a fare windsurf in Kenya. Ho lasciato la tavola a casa di amici». La villa di Briatore? «Lui è a Malindi. Io vado a Watamu». È la stessa risposta di Giovanna Melandri a chi le chiedeva se frequentava le feste di Flavio. «A quelle feste ci sono stata un paio di volte. E non me ne vergogno».

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