<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	>

<channel>
	<title>Vittorio Zincone</title>
	<atom:link href="http://www.vittoriozincone.it/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://www.vittoriozincone.it</link>
	<description></description>
	<pubDate>Thu, 04 Mar 2010 12:42:37 +0000</pubDate>
	<generator>http://wordpress.org/?v=2.7.1</generator>
	<language>en</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
			<item>
		<title>Monsignor Agostino Marchetto (Sette - marzo 2010)</title>
		<link>http://www.vittoriozincone.it/interviste/monsignor-agostino-marchetto-sette-marzo-2010/</link>
		<comments>http://www.vittoriozincone.it/interviste/monsignor-agostino-marchetto-sette-marzo-2010/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 04 Mar 2010 12:41:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>vz</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[interviste]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.vittoriozincone.it/?p=574</guid>
		<description><![CDATA[Ci incontriamo in un palazzone romano di proprietà del Vaticano. In una stanza tappezzata di ritratti. Papi assortiti alle pareti. L’arcivescovo Agostino Marchetto, 70 anni, cinquantuno dei quali al servizio della Chiesa, mi accoglie con una grossa croce d’oro appesa al collo e un mazzo di appunti in mano. Lui è il segretario del Pontificio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ci incontriamo in un palazzone romano di proprietà del Vaticano. In una stanza tappezzata di ritratti. Papi assortiti alle pareti. L’arcivescovo Agostino Marchetto, 70 anni, cinquantuno dei quali al servizio della Chiesa, mi accoglie con una grossa croce d’oro appesa al collo e un mazzo di appunti in mano. Lui è il segretario del Pontificio consiglio della pastorale per i migranti e gli itineranti, ovvero, semplificando, l’esperto tonante della Santa Sede quando si parla di immigrazione.<br />
Vicentino, è stato per decenni nel corpo diplomatico vaticano e parla un italiano macchiato dal multilinguismo. Un esempio: mentre discutiamo sui risvolti elettorali della propaganda xenofoba, definisce l’argomento “candente”, in spagnolo, e non trova il corrispettivo (incandescente) nella sua lingua madre.<br />
Ex globetrotter in abito talare, ora si occupa anche di chi trotta in giro per il mondo in cerca di un lavoro o di un rifugio. Lo fa con un’ottica planetaria. «Capisco che voi pensiate che io mi pronunci solo sulle vicende italiane. Succede, si parva licet, anche al Santo Padre. Ma noi ci rivolgiamo al mondo e abbiamo una visione globale». A causa di questo suo trattare con pari dignità chi arriva sulle nostre sponde su un gommone e chi vuole difendere quelle sponde con il fazzoletto verde al collo, negli ultimi mesi Marchetto si è trovato in mezzo alle polemiche più furiose: sui respingimenti, le ronde, i permessi. Alcuni leghisti gli hanno dato del cattocomunista.<br />
<strong>Partiamo con un test. È favorevole a concedere la cittadinanza ai figli di extracomunitari nati in Italia?</strong><br />
«Sì. Lo ius soli, andrebbe intrecciato con lo ius sanguinis».<br />
<strong>È favorevole a dare il diritto di voto per le elezioni amministrative agli immigrati regolari?</strong><br />
«Sì».<br />
<strong>È favorevole o contrario alle ronde?</strong><br />
«Quello contro le ronde è stato uno dei miei interventi più duri».<br />
<strong>Anche quello contro i respingimenti in mare non scherzava.</strong><br />
«Ho solo ribadito il principio del “non refoulement”, il non respingimento, sancito dagli accordi internazionali del Unhcr nel 1951: bisogna dare alle persone la possibilità di chiedere asilo. Il trattato di Schengen prevede persino che ci sia un appello, quando si è respinti».<br />
<strong>La Segreteria di Stato vaticana è intervenuta per dire che lei parlava a titolo personale.</strong><br />
«Come si può sostenere che il “non respingimento” non sia la posizione della Chiesa? Capisco che la Segreteria di Stato abbia l’incombenza dei rapporti con il governo italiano, ma io mi occupo delle migrazioni».<br />
<strong>I clandestini&#8230;</strong><br />
«Non usiamo quella parola. Esiste anche un diritto all’emigrazione».<br />
<strong>E quindi?</strong><br />
«Parliamo di irregolari, di chi trasgredisce le norme che regolano l’ingresso in un Paese».<br />
<strong>Gli irregolari sono argomento di propaganda politica.</strong><br />
«La tentazione di sfruttare il tema è comune».<br />
<strong>Chi lo fa, come alcuni leghisti, attaccando soprattutto i musulmani, sostiene di difendere le nostre radici cristiane.</strong><br />
«Nelle proposte di rastrellamenti, mi riferisco al post via Padova, e di respingimenti ci sono evidenti segni “non cristiani”: non possono certo essere fatte passare come difesa dell’identità cristiana».<br />
<strong>Lo stesso Berlusconi, a Reggio Calabria, in pratica ha detto: meno immigrati, meno reati.</strong><br />
«Avrebbe dovuto specificare che parlava di immigrati irregolari. Comunque non condivido un approccio che criminalizza il migrante».<br />
<strong>Molti lo condividono, questo approccio.</strong><br />
«Lo so. E so che la politica ha le sue esigenze di mediazione. Ma l’accoglienza è evangelica. La dottrina sociale della Chiesa non può essere considerato un optional. È un aspetto fondamentale della morale cristiana».<br />
<strong>Dopo gli scontri milanesi di via Padova, il ministro dell’Interno, Maroni, ha stoppato i colleghi leghisti che proponevano rastrellamenti.</strong><br />
«È stata una gioia sentirlo. Ha capito che il problema complesso della convivenza non è risolvibile con un approccio semplicistico».<br />
<strong>Il sindaco di Padova, Zanonato, per garantire questo processo ed evitare i ghetti vorrebbe mischiare etnie in ogni condominio.</strong><br />
«È un tentativo. Ma spesso sono proprio i gruppi etnici a volere il ghetto».<br />
<strong>Ha una soluzione da proporre?</strong><br />
«Intanto un presupposto. Parliamo di integrazione e non di assimilazione: l’“altro” che emigra non deve diventare una nostra copia. E si deve rispettare sia la cultura di chi accoglie sia quella di chi arriva».<br />
<strong>La cultura di chi accoglie: ora arriva il permesso di soggiorno a punti.</strong><br />
«Non mi piace».<br />
<strong>Perché?</strong><br />
«Le rispondo con le parole del sottosegretario Giovanardi: “Il meccanismo costringerebbe persone che lavorano e risiedono regolarmente in Italia a un gravoso adempimento”».<br />
<strong>Si richiede la conoscenza dell’italiano.</strong><br />
«Io sono veneto. Dalle mie parti molti parlano e pensano in veneto: molti, soprattutto gli anziani, non sanno l’italiano. Comunque, Amato stilò un documento ottimo sui valori che gli immigrati dovrebbero condividere».<br />
<strong>Velo sì o velo no?</strong><br />
«A me non piace se si tiene coperto il volto, che è espressione di Dio, ma non credo si debba legiferare su queste cose. Dovrebbe vigere il principio dello Sitz im Leben: valutare le situazioni caso per caso».<br />
<strong>Le croci in classe, i minareti&#8230;<br />
</strong>«Serve ragionevolezza. Sulle croci gli immigrati dovrebbero capire che in Italia quello non è solo un simbolo religioso. Sui minareti: non sono contrario, ma si deve investire nel dialogo con le persone e nel rispetto dei paesaggi che devono ospitarli».<br />
<strong>Mentre si dialoga, scoppiano le emergenze.</strong><br />
«Non ricordo chi, ma dopo gli scontri di via Padova qualcuno ha detto: “Non serve l’esercito in divisa, ma un esercito di educatori”».<br />
<strong>Puntare sulla scuola, quindi? Il ministro Gelmini vuole un tetto del 30% di immigrati per ogni classe.</strong><br />
«Non sarei così rigido sulle percentuali, ma capisco l’esigenza. Lo sa che cosa serve veramente?».<br />
<strong>Mi dica.</strong><br />
«Una legge-quadro sull’immigrazione. Partendo naturalmente dalla distinzione tra migranti forzati e migranti lavoratori».<br />
<strong>A proposito di lavoratori. Rosarno: lei ha detto che le condizioni in cui vivono quegli africani sono disumane.</strong><br />
«C’è una convenzione internazionale che riguarda tutti i lavoratori migranti. L’Unione europea ha raccomandato di ratificarla».<br />
<strong>Che cosa dice?</strong><br />
«Che tutti gli immigrati, regolari o irregolari, devono avere gli stessi diritti sul lavoro».<br />
<strong>Poi non si lamenti se le danno del cattocomunista.</strong><br />
«Quella definizione mi ha fatto ridere. È evidente che chi mi ha chiamato così è male informato».<br />
<strong>In realtà è un cattolico tradizionalista?</strong><br />
«No. Come mi ha insegnato il Concilio Vaticano II&#8230;».<br />
<strong>&#8230; su cui lei, che è anche uno storico, ha scritto un volume&#8230;</strong><br />
«&#8230; cerco di essere un cattolico che si aggiorna. Mi apro al mondo di oggi, senza tradire la mia identità».<br />
<strong>Quando le è venuta la vocazione?</strong><br />
«Mi vuole confessare? Da adolescente ho cominciato a fare volontariato e a occuparmi di giovani. Poi ho deciso che avrei voluto dedicare tutta la mia vita all’impegno di formatore. A 19 anni sono entrato in seminario e a 23 sono stato ordinato sacerdote».<br />
<strong>Quando si trasferì da Vicenza a Roma?</strong><br />
«Nel 1964. Studiavo e studiavo. Giravo in bici, per risparmiare i soldi del tram. Nel 1968 accettai di entrare nel corpo diplomatico».<br />
<strong>Prima destinazione?<br />
</strong>«Zambia e Malawi. Nel 1971 venni trasferito a l’Avana».<br />
<strong>La Cuba di Fidel…</strong><br />
«Il mio superiore, monsignor Zacchi, sosteneva che Castro fosse eticamente cristiano».<br />
<strong>Lei ha conosciuto il líder maximo?</strong><br />
«Certo. Ha qualcosa di stimabile. Io parlavo più con il fratello».<br />
<strong>Raul…</strong><br />
«Ricordo che lo convinsi a esonerare i seminaristi dal servizio militare».<br />
<strong>Dopo Cuba?</strong><br />
«Il Maghreb: Algeria, Tunisia, Marocco… e poi giù nello Zimbabwe e nel Mozambico in guerra. In tutti quei posti mi sono sempre occupato dei migranti: italiani, inglesi, tedeschi».<br />
<strong>I migranti occidentali non sono come quelli del Sud o dell’Est del pianeta.<br />
</strong>«Cambia l’impatto e la prima necessità. Ma il migrante è sempre un migrante: anche in lotta con la solitudine».<br />
<strong>Quante lingue conosce?</strong><br />
«Oltre al veneto? Eh eh&#8230; Ricordo la fatica per imparare l’italiano in prima elementare».<br />
<strong>Intendevo oltre l’italiano.</strong><br />
«Inglese, francese, tedesco, spagnolo, portoghese… il latino vale?».<br />
<strong>Certo.</strong><br />
«Un po’ di swahili e di lingue bantù… nyanja, bemba e tonga, con cui predicavo. Il bielorusso, ma poco. E poi avevo cominciato con l’arabo ad Algeri».<br />
<strong>Boffo.<br />
</strong>«Che cosa c’entra l’ex direttore di Avvenire con i migranti?».<br />
<strong>C’entra con la Santa Sede. C’è chi sostiene che la vicenda sia un regolamento di conti consumato tra le mura Vaticane.</strong><br />
«Posso dire solo che la vicenda si è rivelata per quella che è: un attacco alla Chiesa».<br />
<strong>Qual è la scelta che le ha cambiato la vita?</strong><br />
«Andar prete. E poi diventare vescovo».<br />
<strong>Quando è successo?<br />
</strong>«Nell’85. Ho 25 anni di episcopato, sono vecchio».<br />
<strong>Diventerà cardinale?<br />
</strong>«Non credo proprio».<br />
<strong>Il libro della vita?</strong><br />
«Il Vangelo».<br />
<strong>Il film?</strong><br />
«Ho visto recentemente Avatar. Non male».<br />
<strong>Le è piaciuto il panteismo degli alieni?<br />
</strong>«La chiamerei comunione con la natura».<br />
<strong>Lei è in comunione con la natura?</strong><br />
«Cerco di inquinarla il meno possibile».<br />
<strong>Quanto costa un litro di latte?</strong><br />
«Non faccio la spesa. Vivo in una casa di accoglienza per sacerdoti proprio perché gli altri provvedano a me e io mi possa dedicare a quel che gli altri non possono fare».<br />
<strong>Un prete non dovrebbe essere più a contatto con la realtà vissuta dai fedeli?</strong><br />
«Ma io ascolto i fedeli tutti i giorni. Sugli autobus, per strada&#8230;».<br />
<strong>Che cosa dice l’articolo 5 della Costituzione?</strong><br />
«Avrei un bel da fare se dovessi conoscere tutti gli articoli delle costituzioni dei 170 Paesi con cui abbiamo rapporti diplomatici».<br />
<strong>I confini di Israele?<br />
</strong>«Ho una bella carta geografica».<br />
<strong>Che cosa guarda in televisione?</strong><br />
«Non guardo la tv».<br />
<strong>Sa chi ha vinto Sanremo?</strong><br />
«Non ho guardato Sanremo, è un peccato grave?».<br />
<a href="http://www.vittoriozincone.it">www.vittoriozincone.it</a><br />
© RIPRODUZIONE RISERVATA</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.vittoriozincone.it/interviste/monsignor-agostino-marchetto-sette-marzo-2010/feed/</wfw:commentRss>
		</item>
		<item>
		<title>Teresa Cremisi (Sette - febbraio 2010)</title>
		<link>http://www.vittoriozincone.it/interviste/teresa-cremisi-sette-febbraio-2010/</link>
		<comments>http://www.vittoriozincone.it/interviste/teresa-cremisi-sette-febbraio-2010/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 25 Feb 2010 09:15:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>vz</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[interviste]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.vittoriozincone.it/?p=572</guid>
		<description><![CDATA[Teresa Cremisi, dopo aver lavorato alla corte dei Garzanti ventidue anni, per sedici è stata al timone di Gallimard, la più grande e prestigiosa casa editrice francese. Dal 2005 è presidente e direttore di Flammarion, l’editore transalpino che fa parte del gruppo Rcs (lo stesso del Corriere). Quando vuole rendere l’idea di quanto all’inizio fosse [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Teresa Cremisi, dopo aver lavorato alla corte dei Garzanti ventidue anni, per sedici è stata al timone di Gallimard, la più grande e prestigiosa casa editrice francese. Dal 2005 è presidente e direttore di Flammarion, l’editore transalpino che fa parte del gruppo Rcs (lo stesso del Corriere). Quando vuole rendere l’idea di quanto all’inizio fosse inaccettabile per i francesi il suo peso nella loro editoria, Cremisi racconta un aneddoto: «Un mese dopo essere arrivata a Parigi, mi invitarono a una cena. Mentre mangiavamo un anziano scrittore mi disse: “È finita. Fi-ni-ta. Si rende conto che Antoine Gallimard ha dato tutto in mano a un’italiana?”. Effettivamente è come se a capo dell’Einaudi, oggi ci finisse una donna portoghese». Impensabile. A lei, invece, è successo. Il presidente Chirac, qualche anno fa, le ha pure consegnato la Legion d’onore.<br />
Incontro Cremisi proprio nella sede di Flammarion, un ex caffè, tutto scalette e scaffali. La sua stanza è gonfia di libri, ovviamente. Ma sul tavolo brilla anche un lettore digitale. La provoco: «È pronta per la fine del libro come oggetto di culto?». Sorride: «Il libro è un oggetto perfetto che resisterà ancora a lungo. Uso il digitale per leggere i manoscritti. È più comodo portarsi dietro una tavoletta elettronica che due chili di fotocopie». Insisto: «I nuovi lettori costringeranno gli scrittori a cambiare stile?». Replica: «La scrittura è cambiata quando si è passati dalla macchina da scrivere al pc? No. E allora?». Infilo un ultimo luogo comune.<br />
<strong>Cremisi, i ragazzi non leggono più.</strong><br />
«I ragazzi non hanno mai letto così tanto».<br />
<strong>È sicura?<br />
</strong>«Negli anni 60 non c’erano molti giovani disposti ad affrontare un volume di mille pagine. Oggi con Harry Potter succede».<br />
<strong>Educazione alla lettura. Che cosa metterebbe in mano a un dodicenne?</strong><br />
«Hugo Pratt. Il disegno e l’avventura. In Francia i fumetti sono molto valorizzati. Più che in Italia».<br />
<strong>A un adolescente che cosa farebbe leggere?<br />
</strong>«I classici. E lo dico contro i miei interessi».<br />
<strong>Perché?</strong><br />
«Flammarion ha anche una collana per adolescenti. Ma i classici ti aprono un mondo. Ricordo l’effetto che mi fece leggere Stendhal a tredici anni. Probabilmente non capivo molto. Ma fu un tuffo straordinario».<br />
<strong>Oggi in testa alle classifiche giovanili ci sono Nicolò Ammaniti, Fabio Volo&#8230; Nel mondo furoreggia la saga vampiresca Twilight di Stephenie Meyer.</strong><br />
«Suggerirei più Dostoevskij. I classici restano a galla quando tutto il resto affonda. Hanno livelli di lettura insospettabili: io quando lessi Delitto e castigo, pensai che fosse un giallo».<br />
<strong>I gialli. Molti intellettuali li considerano narrativa di seconda categoria. Come i polizieschi.</strong><br />
«Sbagliano. Si può definire Simenon di seconda categoria?».<br />
<strong>Decisamente no.</strong><br />
«Ricordiamoci di Truman Capote, di Gadda&#8230; La cronaca racconta la vita degli uomini. E Medea?».<br />
<strong>Anche Euripide sarebbe un giallista?</strong><br />
«No. Ma che cosa è Medea se non un fatto di cronaca? Una donna che uccide i figli per vendicarsi di un uomo. Gli ingredienti della letteratura di massa e quelli della Letteratura con la maiuscola sono spesso gli stessi».<br />
<strong>Bando agli snobismi?</strong><br />
«Io sono così snob, che snobbo lo snobismo. Anche perché non si può dirigere un’azienda senza pensare al mercato. Il lavoro di ogni editore è a metà tra mercato e costruzione culturale».<br />
<strong>La dote di un buon editore?</strong><br />
«Anche essere al corrente di tutto quel che succede nel Paese in cui si pubblica».<br />
<strong>In che senso?</strong><br />
«Leggo quattro/cinque quotidiani ogni mattina. La stampa o la ristampa di un libro deve essere collegata al proprio tempo. L’obiettivo è lasciare una piccola pietra nel gusto».<br />
<strong>Lei è un editore madre-padrona?</strong><br />
«L’esatto contrario. Non credo nell’editore che tiranneggia i suoi autori, li trattiene a forza».<br />
<strong>Interviene molto sui testi?</strong><br />
«Non è compito di un editore decidere se il protagonista di un romanzo debba avere un cane o un gatto. Quindi direi di no».<br />
<strong>Chi è il miglior editore italiano?</strong><br />
«Mi vuole far litigare con qualcuno?».<br />
<strong>No.</strong><br />
«Roberto Calasso, di Adelphi».<br />
<strong>Sorvoliamo sul conflitto di interessi: anche Adelphi è Rcs. Come si diventa una zarina dell’editoria?</strong><br />
«Lavoro nel mondo dei libri da quando ho finito le scuole».<br />
<strong>E sfoglia romanzi da quando era in fasce?</strong><br />
«In casa ce ne erano molti. Leggevo i russi in francese».<br />
<strong>Mi racconta la sua infanzia?</strong><br />
«Fino ai dieci anni ho vissuto felicemente ad Alessandria d’Egitto, dove sono nata. Mio padre era imprenditore e mia madre esponeva le sue sculture alla Biennale: l’aristocrazia intellettuale della città. Nel ’56 il mondo crollò».<br />
<strong>Perché?<br />
</strong>«Ricorda la crisi del Canale di Suez? I nostri beni furono espropriati e nazionalizzati. Ci trasferimmo a Milano. Mio padre divenne impiegato, mia madre restò a letto traumatizzata per due anni».<br />
<strong>E lei?</strong><br />
«Ero una bambina. Mi ritrovai a sostenere psicologicamente i miei genitori. Per distrarla portavo mamma alla Standa».<br />
<strong>Aveva ventidue anni nella Milano sessantottina.</strong><br />
«Ricordo il lato festivo del Movimento. Ma non riuscivo a prendere sul serio le barricate».<br />
<strong>Non era una contestatrice?</strong><br />
«Gli amici gruppettari mi chiedevano di tradurre (dal francese) le opere di Ho Chi Minh. Non ho mai avuto il coraggio di dirgli che la mia famiglia aveva vissuto una tragedia e che mi sembrava ridicolo quel loro farsi inseguire nelle piazze dai poliziotti. E poi io a vent’anni ero già sposata e lavoravo. Felicemente».<br />
<strong>Dove?</strong><br />
«Alla Garzanti».<br />
<strong>Come ci era arrivata?</strong><br />
«Mandando il mio curriculum».<br />
<strong>Che cosa c’era scritto sopra, scusi?</strong><br />
«Che sapevo tre lingue. Alla Rizzoli mi offrirono di entrare nella redazione di Oggi, ma poi non presero bene la mia pretesa di fare l’inviata di guerra. Andai alla Garzanti: la più facile da raggiungere col tram».<br />
<strong>Il primo incarico?</strong><br />
«La lessicografa: compilavo le voci dei dizionari. Sono rimasta lì 22 anni, ho fatto davvero di tutto».<br />
<strong>I primi contatti con gli autori?</strong><br />
«Ricordo che, venticinquenne, andai a trovare Gadda nella sua casa romana. Tremavo».<br />
<strong>Immagino.</strong><br />
«Mi regalò un esemplare del Pasticciaccio brutto di via Merulana. Lo conservo gelosamente. Con la sua calligrafia ingegneresca compilò la dedica: “Alla signorina Cremisi, con ammirato pensiero”».<br />
<strong>Negli anni 80 lei diventa vice-direttore editoriale di Garzanti. Una volta ha detto che allora la letteratura italiana viveva un periodo glorioso.</strong><br />
«È così. Con Calvino, Magris, Arbasino e soprattutto Eco, la nostra narrativa gira il mondo. Roberto Calasso trasforma l’Adelphi nella biblioteca dell’uomo colto e scrive Le nozze di Cadmo e Armonia».<br />
<strong>E proprio allora lei riceve la chiamata da Gallimard.</strong><br />
«Nella primavera del 1989. Trasferirmi in Francia mi ha cambiato la vita. Avevo 42 anni, due figli e le cose andavano bene in Italia. Non era scontato che accettassi».<br />
<strong>Conosceva bene la casa editrice Gallimard?</strong><br />
«Le persone no, ma il catalogo ovviamente sì, anche perché era ed è il più bello del mondo. Arrivata a Parigi, non riuscivo nemmeno a dormire la notte».<br />
<strong>Perché?<br />
</strong>«Dovevo memorizzare troppe cose: nomi, titoli, chi scriveva dove».<br />
<strong>La prima differenza che notò rispetto all’editoria italiana?</strong><br />
«Il conflitto verbale. In Francia si discute apertamente, animatamente. È un esercizio dialettico continuo».<br />
<strong>Mi pare si discuta anche in Italia.</strong><br />
«La conversazione ha fatto la grandezza della Francia».<br />
<strong>Lei quando dirigeva Gallimard era stata soprannominata “il primo ministro”.</strong><br />
«E mi piaceva molto, corrispondeva al mio ruolo. Ero, come si conviene a un primo ministro in Francia, il tramite tra il presidente e il resto dei cittadini&#8230; quello che prende i colpi e allenta le tensioni».<br />
<strong>La Gallimard con lei al comando ha vinto molti premi letterari?</strong><br />
«Sì. Ma guardi che i premi sono cose frivole. Piacciono alla banche che ti finanziano».<br />
<strong>Quante copie fa guadagnare un grande premio in Francia?</strong><br />
«Il Goncourt, molte. I premi francesi sono diversi da quelli italiani: vengono assegnati nel periodo della rentrée».<br />
<strong>Che cos’è la rentrée?</strong><br />
«È il momento in autunno in cui vengono lanciate le novità. Un’onda di libri ti travolge, un fuoco d’artificio. E si premiano le novità appena uscite. In Italia si premiano libri che hanno già una storia critica e commerciale».<br />
<strong>Conta più una buona critica o un buon tam tam tra lettori?</strong><br />
«In Francia da qualche tempo conta soprattutto il tam tam tra librai. Possono creare da soli il successo di un libro passato inosservato sotto l’occhio della critica».<br />
<strong>È vero che in Francia non si allegano saggi o romanzi ai quotidiani per non dar fastidio ai librai?</strong><br />
«Io l’ho appena fatto, con Le Monde. Una collana di saggi che si chiama: “I libri che hanno cambiato il mondo”. Voltaire, Marx, Adam Smith&#8230;».<br />
<strong>C’è anche qualche italiano?</strong><br />
«Cesare Beccaria, Dei delitti e delle pene».<br />
<strong>Lei frequenta le librerie?</strong><br />
«Ogni giorno. È lì che si capisce che cosa si legge e che cosa no».<br />
<strong>Quanti libri legge all’anno?</strong><br />
«Circa uno al giorno».<br />
<strong>Il libro insuperato?<br />
</strong>«Sarò banale. L’opera di Shakespeare. Lo leggo e lo rileggo ed ogni volta è gioia pura».<br />
<strong>La sua canzone preferita?</strong><br />
«In italiano Bella ciao, in francese Les feuilles mortes, di Yves Montand».<br />
<strong>Il film?</strong><br />
«Lawrence d’Arabia, Le piccanti avventure di Tom Jones e The end of the affair, che è una meraviglia tratta dal romanzo di Graham Greene».<br />
<strong>C’è un autore di cui vorrebbe essere editrice?</strong><br />
«Philip Roth, in assoluto».<br />
<strong>Tra gli italiani?</strong><br />
«Elsa Morante. L’ho incontrata una volta sola in vita mia».<br />
<strong>Le ha fatto una proposta editoriale?</strong><br />
«No. Lei mi ha chiesto come si chiamavano i miei figli. Le ho risposto: Andrea e Nicola. Si è illuminata e mi ha detto: “Questo è un segno. Entrambi i nomi finiscono per A, la A del mio Arturo”».<br />
 <a href="http://www.vittoriozincone.it">www.vittoriozincone.it</a><br />
© RIPRODUZIONE RISERVATA</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.vittoriozincone.it/interviste/teresa-cremisi-sette-febbraio-2010/feed/</wfw:commentRss>
		</item>
		<item>
		<title>Jean-Marie Colombani (Sette - febbraio 2010)</title>
		<link>http://www.vittoriozincone.it/interviste/jean-marie-colombani-sette-febbraio-2010/</link>
		<comments>http://www.vittoriozincone.it/interviste/jean-marie-colombani-sette-febbraio-2010/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 18 Feb 2010 10:02:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>vz</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[interviste]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.vittoriozincone.it/?p=569</guid>
		<description><![CDATA[La stanzetta con pareti in vetro si affaccia sulla redazione. Accanto alla scrivania c’è una montagna di scatoloni pieni di libri. Incontro Jean-Marie Colombani negli uffici del suo quotidiano on line Slate.fr. Parla a bassa voce, con tono semi-accademico. Si scalda solo quando racconta le minacce più ruvide che ha subìto dai politici e gli [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La stanzetta con pareti in vetro si affaccia sulla redazione. Accanto alla scrivania c’è una montagna di scatoloni pieni di libri. Incontro Jean-Marie Colombani negli uffici del suo quotidiano on line Slate.fr. Parla a bassa voce, con tono semi-accademico. Si scalda solo quando racconta le minacce più ruvide che ha subìto dai politici e gli scontri con Villepin. Sorride amaro quando spara giudizi sull’Italia.<br />
Colombani, 61 anni, è una specie di leggenda nel giornalismo transalpino. È stato direttore di Le Monde, il quotidiano francese più autorevole, dal 1994 al 2007. Le sue iniziali, JMC, amate e discusse, sono state per un ventennio sinonimo di peso politico. Tre anni fa, dopo aver dato le dimissioni dalla testata parigina, ha deciso di ricominciare dalla Rete. Ora il suo mantra è “il futuro è su internet”. Partiamo da qui, allora.<br />
<strong>Passare dal più importante quotidiano francese a un sito internet non è un trauma?</strong><br />
«No. È una sfida e un divertimento. Ho portato con me molti amici di Le Monde. Giornalisti esperti mischiati con giovani internettari: è una formula che funziona».<br />
<strong>Quanti sono i suoi redattori?</strong><br />
«Quelli assunti sono una decina in tutto. E poi ci sono molti giornalisti di altre testate che collaborano sotto pseudonimo».<br />
<strong>A “Le Monde” quanti cronisti aveva?</strong><br />
«I dipendenti del gruppo editoriale, tra quotidiani e riviste erano arrivati ad essere circa tremila. I redattori di Le Monde, trecento».<br />
<strong>Quanti visitatori ha il suo “Slate.fr”?</strong><br />
«Novecentomila “utenti unici” al mese».<br />
<strong>Non è un sito a pagamento. Chi vi finanzia?</strong><br />
«Il 60% è di proprietà del piccolo gruppo di giornalisti che lo ha fondato. Il 25% circa è di un fondo di investimento che ci ha garantito la sua presenza per almeno quattro anni e il resto è del Washington Post, che è proprietario di Slate.com».<br />
<strong>Una volta esaurito l’investimento iniziale, chi pagherà gli stipendi dei redattori? Sul finanziamento delle testate on line c’è un dibattito piuttosto complicato in corso.</strong><br />
«On line ci saranno tre fonti di guadagno: la pubblicità, i contenuti ad hoc (per esempio quelli che noi oggi vendiamo per le news sui telefonini) e le applicazioni per usufruire dei contenuti su qualsiasi piattaforma. Si pagherà per essere ubiqui: fare tutto da qualsiasi luogo. Fra tre anni circa saremo autosufficienti».<br />
<strong>Quanti anni di vita restano ai quotidiani di carta?</strong><br />
«Non credo che moriranno. Spariranno le grandi cattedrali, con le loro gigantesche rotative e la distribuzione capillare. Ma i giornali resteranno in edicola, magari con edizioni ridotte e locali».<br />
<strong>Le grandi testate nazionali&#8230;</strong><br />
«Spero diventino centri di produzione di informazioni, di qualità, buone per qualsiasi medium. Sa qual è il motto di Slate.fr?».<br />
<strong>Me lo dica.</strong><br />
«Pas pavlovien».<br />
<strong>E cioè?</strong><br />
«I giornalisti francesi sono un po’ pavloviani. Scattano infiammandosi di fronte a qualsiasi vicenda, all’unisono. E il giorno dopo si scordano di tutto. Noi vorremmo tornare a riflettere e a mettere i fatti in prospettiva».<br />
<strong>Il giornalismo come entra nella sua vita?<br />
</strong>«Sono nato a Dakar, in Senegal, e cresciuto in Nuova Caledonia, nel Pacifico. A diciotto anni, mi sono trasferito a Parigi per studiare Scienze politiche. Dopo l’Università, invece di entrare all’Ena&#8230;<br />
<strong>&#8230; la leggendaria scuola di amministrazione da cui viene tutta la classe dirigente francese&#8230;</strong><br />
«&#8230; feci un concorso per entrare all’Ortf, che allora era il corrispettivo della vostra Rai. Tornato in Nuova Caledonia, dove vivevano i miei genitori, cominciai a lavorare in tv».<br />
<strong>Ricorda i suoi primi servizi?</strong><br />
«Tre documentari sui nativi kanaki e i loro primi vagiti indipendentisti. Alla direzione parigina diedero un po’ fastidio».<br />
<strong>La censurarono?</strong><br />
«Non mi rinnovarono il contratto. In Nuova Caledonia avevo cominciato a collaborare pure con Le Monde. Rientrato a Parigi, mi assunsero loro».<br />
<strong>Il suo primo scoop?</strong><br />
«Nel giornalismo politico non contano gli scoop, ma le analisi. Le mie erano molto seguite. Divenni capo del servizio politico e poi caporedattore. Cominciai a condurre degli approfondimenti tv».<br />
<strong>Chi la propose come direttore di “Le Monde”?</strong><br />
«All’inizio degli anni Novanta, Le Monde aveva vissuto molti momenti di crisi. Nel 1994 uscii vincitore dalle elezioni tra i redattori».<br />
<strong>Il direttore di “Le Monde” viene nominato dalla redazione?<br />
</strong>«Il meccanismo di successione è un po’ complesso. Ma sostanzialmente sì. Anche perché il personale e i giornalisti sono azionisti di maggioranza e il direttore gestisce anche l’impresa».<br />
<strong>Durante i suoi quattordici anni di direzione l’identità del giornale è cambiata?</strong><br />
«No. È rimasta quella di un giornale di centrosinistra, moderato, che vuole accompagnare la modernizzazione del Paese. La storia e l’identità di Le Monde sono caratterizzate da importanti editoriali».<br />
<strong>Un esempio?</strong><br />
«Due: il primo è “La Francia si annoia”. Uscì nel 1968, quindici giorni prima dell’esplosione del Maggio parigino. Preannunciava cambiamenti profondi».<br />
<strong>E il secondo?</strong><br />
«Il mio “Siamo tutti americani”. Del 12 settembre 2001».<br />
<strong>Anche l’editoriale di Ferruccio De Bortoli sul “Corriere” aveva quel titolo.</strong><br />
«Lo so. Ma qui c’è una forte cultura nazionalista che ritiene Washington la capitale del male: quel pezzo mi ha creato parecchie ostilità».<br />
<strong>La infastidisce il fatto che su internet i suoi editoriali non abbiano il peso di prima?</strong><br />
«Non credo che ci siano più firme così pesanti. Nel frattempo il mondo della comunicazione si è evoluto. E Le Monde si è molto indebolito. In pratica hanno smontato tutto il mio lavoro: io avevo rilanciato il giornale, cominciato una forte strategia on line e costruito un gruppo editoriale forte, vera garanzia d’indipendenza. Come dice Sarkozy di se stesso: “Si può fare meglio, ma non mi pare di vedere nessuno in giro che faccia altrettanto bene”».<br />
<strong>Nel 2007 i redattori che l’hanno sfiduciata evidentemente non la pensavano così. E nemmeno gli autori del libro “La face cachée du Monde”, un pamphlet del 2003, che stroncò la sua direzione.<br />
</strong>«Quella contro di noi è stata una vera e propria operazione politica: per indebolirci».<br />
<strong>Chi avrebbe manovrato l’operazione?</strong><br />
«I mitterandiani e gli chiracchiani, trovando sponda nella minoranza interna del giornale. Attraverso Pierre Péan, uno degli autori del libro che si vanta di essere vicino ai servizi, ci fecero pagare le nostre durezze».<br />
<strong>Quali durezze?</strong><br />
«Quelle su Mitterand con un passato nel regime di Vichy e quelle sull’inconsistenza della presidenza Chirac. Ma soprattutto la difesa dell’indipendenza della magistratura, che a metà degli anni Novanta indagò sui finanziamenti dei partiti. Non è la prima volta che succede con Le Monde: quando acquista forza e diventa un vero e proprio contropotere, il potere si muove per stroncarlo».<br />
<strong>C’è chi le rinfaccia proprio di essersi comportato più da potere politico che da giornalista. E poi i debiti, una contabilità</strong> <strong>traballante.</strong><br />
«Ci hanno dato degli imbroglioni, hanno scritto che i nostri conti erano come quelli della Enron, se la sono presa pure con mio padre. Mettiamola così: Chirac ha sempre fatto politica in questo modo, e Villepin ha imparato da lui».<br />
<strong>In quale modo?</strong><br />
«Cercando di distruggere la reputazione altrui. Usando dossier, trucchi&#8230;».<br />
<strong>Si riferisce all’affaire Clairstream, la vicenda giudiziaria che vede affrontarsi Sarkozy e Villepin e che appassiona tutti i francesi?</strong><br />
«Non solo. Ma perché pensa che Sarkozy sia così infuriato con Villepin? Villepin ha fatto avere a Cecilia delle foto compromettenti di Sarkò, e lei lo ha lasciato. Villepin ha un’immagine aristocratica, ma usa mezzi da bassa polizia».<br />
<strong>Ma ora non è Sarkozy il presidente ultra-potente che controlla la stampa?</strong><br />
«I francesi che si lamentano hanno già dimenticato il monarca Mitterand. Sarkozy è molto americano. Ha amicizie e contatti nell’editoria&#8230;».<br />
<strong>Ha fatto cacciare un direttore di “Paris Match” e un conduttore della tv Tf1.</strong><br />
«Sarkozy può essere irruento, ma non minaccia la libertà di informazione. Tv e radio di Stato lo stroncano, e lui non dice nulla. Chirac e Villepin, invece, sono sempre stati al limite. Le uniche minacce che io ho ricevuto sono venute dal socialista Fabius che chiese il mio licenziamento quando ero cronista politico e da Villepin. Quando lui era all’Eliseo con Chirac, mi convocò nel caffè di un hotel e mi disse: “Ti controlliamo. Sappiamo dove vivi, dove vai in vacanza, che cosa fanno i tuoi figli”. Capito? Sarkozy non credo che faccia queste cose».<br />
<strong>Difende Sarkozy perché le ha affidato la responsabilità di un rapporto ufficiale sulle adozioni?</strong><br />
«Qualche imbecille mi ha rinfacciato che mi sono messo a lavorare per lui e non per la Francia o per i bambini. Ma parliamo di giornalisti invidiosi».<br />
<strong>L’intellighentia gauchista non ama Sarkozy.</strong><br />
«Ma Carla sta facendo un gran lavoro di pubbliche relazioni. Sarkozy non andrebbe demonizzato, ma criticato duramente nel merito dei suoi provvedimenti: le follie sull’identità nazionale, le espulsioni degli immigrati. La gestione degli extracomunitari è affare europeo, anche italiano».<br />
<strong>Lei qualche tempo fa ha detto che l’Italia è un Paese alla deriva.<br />
</strong>«Confermo. Dov’è il governo? Berlusconi si preoccupa della giustizia, ma dov’era quando a Rosarno, in Calabria c’è stato un vero e proprio pogrom? Perché non è sceso tra gli immigrati per dire che l’Italia non è quella che li aggredisce? E questo è solo uno dei tanti episodi. Mi mette tristezza vedere l’Italia in queste condizioni».<br />
<strong>Non esageri.</strong><br />
«L’Europa deve molto all’Italia. E ora l’immagine del vostro premier è quella dell’amico di Putin, un dittatore potenziale. Non mi pare bello».<br />
 <a href="http://www.vittoriozincone.it">www.vittoriozincone.it</a></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.vittoriozincone.it/interviste/jean-marie-colombani-sette-febbraio-2010/feed/</wfw:commentRss>
		</item>
		<item>
		<title>Gilberto Benetton (Sette - febbraio 2010)</title>
		<link>http://www.vittoriozincone.it/interviste/gilberto-benetton-sette-febbraio-2010/</link>
		<comments>http://www.vittoriozincone.it/interviste/gilberto-benetton-sette-febbraio-2010/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 10 Feb 2010 23:19:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>vz</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[interviste]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.vittoriozincone.it/?p=567</guid>
		<description><![CDATA[Se Luciano è il creativo, lui è la mente strategico-finanziaria. Gilberto Benetton, 68 anni, terzo di quattro fratelli, è quello che ha portato la famiglia a diversificare i propri interessi. È lui che ha trasformato la Benetton da marchio pop-social-trendy di maglioni, in multinazionale del commercio con un fatturato da 11,5 miliardi di euro e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Se Luciano è il creativo, lui è la mente strategico-finanziaria. Gilberto Benetton, 68 anni, terzo di quattro fratelli, è quello che ha portato la famiglia a diversificare i propri interessi. È lui che ha trasformato la Benetton da marchio pop-social-trendy di maglioni, in multinazionale del commercio con un fatturato da 11,5 miliardi di euro e centomila dipendenti diretti. Lo schemino delle proprietà Benetton, tra aziende controllate e sotto controllate, è più complesso di un sudoku per esperti. Per semplificarlo, vale quello che ha scritto qualche tempo fa Giuliano Zulin su Libero: «Appena ci mettiamo in viaggio, paghiamo i Benetton». Come? Al casello in autostrada, in autogrill, alla stazione, in aeroporto, nei negozi di vestiti. Sia chiaro: un obolo glielo avete dato anche voi lettori quando avete comprato il Corriere (di cui i Benetton sono azionisti al 5%). «Con i telefoni però abbiamo chiuso. In perdita», sottolinea Gilberto. E poi rilancia: «Abbiamo appena aperto un mega centro di ristorazione Autogrill nel museo Louvre di Parigi: si chiama Restaurants du monde, la food court più grande d’Europa, con cucine di tutto il mondo». Incontro l’industriale nella sede milanese del gruppo. Sedie in design di cuoio e quadri astratti alle pareti. («Per casa mia preferisco l’Ottocento: ho Favretto e Fattori», spiega). Il signor Gilberto non chiacchiera molto e alterna il singolare al plurale familiare. Sorride quando abbozzo l’elenco sconfinato delle attività che gestisce con i fratelli: «Non male, eh?».<br />
<strong>Siete onnipresenti.</strong><br />
«Mica siamo degli arraffoni che vogliono solo accumulare. Lavoriamo anche nell’interesse del Paese».<br />
<strong>Lei colleziona posti nei Cda di tutta Italia: the dark side of Benetton?</strong><br />
«È normale. Guardi, a noi piacerebbe essere giudicati senza filtri ideologici. Per quel che facciamo: le autostrade negli ultimi dieci anni sono migliorate o no?».<br />
<strong>Quello delle autostrade è un monopolio.</strong><br />
«Su cui investiamo un miliardo e mezzo l’anno. Si giudichino i servizi che forniamo, più che le quote di mercato. Abbiamo allargato le corsie, introdotto l’asfalto drenante, i nuovi guardrail. Ora c’è più sicurezza».<br />
<strong>Come va la trattativa per acquisire Abertis, la multinazionale spagnola delle autostrade?</strong><br />
«Sono voci. Per ora di concreto c’è poco. È un affare molto complesso. Ma anche lì: se si dovesse verificare sarebbe un’operazione di cui gli italiani dovrebbero essere orgogliosi».<br />
<strong>Quand’è stata la prima acquisizione dei Benetton?</strong><br />
«A metà anni Novanta. Era il periodo delle privatizzazioni e noi avevamo disponibilità economiche».<br />
<strong>Il primo pezzo acquisito?</strong><br />
«La Sme, cioè Autogrill e Gs. Gli autogrill erano luoghi squalificati. Me ne accorgevo ogni volta che imboccavo un’autostrada».<br />
<strong>La prima cosa che avete fatto per migliorarli?</strong><br />
«Le divise degli impiegati. I buoni rapporti con i consumatori sono la nostra specialità da 25 anni. Con Autogrill siamo leader mondiali, presenti in 40 Paesi. Se ti arrampichi in cima all’Empire State Building poi da mangiare te lo diamo noi».<br />
<strong>La “diversificazione del business”, in qualche modo ha snaturato la Benetton. I suoi fratelli, Luciano, Giuliana e Carlo, sono stati subito d’accordo con le sue proposte?</strong><br />
«Ho sempre gestito la parte economica da quando eravamo piccoli. Tra di noi c’è una fiducia reciproca granitica».<br />
<strong>Mi racconta la sua infanzia?</strong><br />
«Eravamo poveri. Mio padre lavorò anni come camionista in Libia. Morì di nefrite quando io avevo quattro anni. Non vorrei scadere nel patetico, ma sono quello che ha studiato di più in famiglia. E ho smesso a 14 anni».<br />
<strong>Gli altri?</strong><br />
«Tutti a lavorare, prestissimo».<br />
<strong>I Benetton come si avvicinano al mondo dei maglioni?</strong><br />
«Mia sorella Giuliana, finite le elementari aveva cominciato a fare la magliaia».<br />
<strong>A undici anni? È sfruttamento minorile.<br />
</strong>«A diciassette anni Giuliana sapeva confezionare da sola un maglione dal primo all’ultimo passaggio».<br />
<strong>Lei che cosa sapeva fare?</strong><br />
«Dopo la scuola entrai come impiegato in un ufficio per la contabilità dei libri paga».<br />
<strong>C’è un momento in cui dite: «Mettiamoci a vendere golf colorati».</strong><br />
«Tra il 1956 e il 1957. Era un po’ che parlavamo di fare qualcosa insieme. Ognuno di noi si voleva comprare la macchina e uscire dalla mediocrità di quella vita. Un giorno ci trovammo tutti e quattro intorno a un tavolo e decidemmo di partire&#8230;».<br />
<strong>Vostra madre vi aiutò?</strong><br />
«No. Lei ci avrebbe voluti dietro a uno sportello, col posto fisso».<br />
<strong>La leggenda vuole che tutto cominciò con un maglione giallo&#8230;</strong><br />
«Confezionato da mia sorella. È vero. Poi comprammo il primo telaio, firmando una montagnola di cambiali. Cominciammo a portare i maglioni nei negozietti del trevigiano».<br />
<strong>Avete conservato qualcuno di quei pezzi storici?</strong><br />
«Abbiamo una collezione, è visitabile».<br />
<strong>Che cosa avevate di diverso dagli altri?</strong><br />
«A quei tempi ci si vestiva di blu, grigio&#8230; Noi mettevamo nelle vetrine i colori pastello&#8230; e poi inventammo la tintura in capo».<br />
<strong>La tintura in che&#8230;?</strong><br />
«Una piccola rivoluzione. Non facevamo i maglioni di lana partendo dai gomitoli colorati. Producevamo in grezzo e poi immergevamo il tutto nella tinta richiesta dai negozianti. Una stirata e via. Tempi rapidi e costi ridotti».<br />
<strong>Il primo negozio?</strong><br />
«A Belluno nel 1968».<br />
<strong>L’anno della contestazione. Lei aveva 27 anni.</strong><br />
«E invece di contestare lavoravo sette giorni su sette, 16 ore al giorno tra magazzini e ricevute».<br />
<strong>Come vi dividevate i compiti?</strong><br />
«Giuliana e Carlo erano e sono più legati al prodotto. Luciano, il fratello maggiore, fantasioso, si occupava delle vendite. E io dei conti. La prima volta che sono entrato in banca a chiedere un prestito avevo 16 anni. Portavo i calzoni corti e non per modo di dire».<br />
<strong><em>United Colors of Benetton&#8230;</em></strong><br />
«Quel nome arrivò molto dopo. Con Oliviero Toscani. I negozi, prima, si chiamavano Mymarket, l’azienda Maglieria Benetton».<br />
<strong>C’è chi sostiene che i Benetton senza le campagne pubblicitarie di Oliviero Toscani non sarebbero andati lontano.</strong><br />
«Credo che con Toscani ci sia stato un rapporto di reciproca utilità».<br />
<strong>Le campagne Benetton erano dure: suore e preti che si baciavano, maglie insanguinate&#8230; Le ha sempre condivise tutte?</strong><br />
«Certo, sapevo che Luciano le aveva approvate, quindi&#8230;».<br />
<strong>Lei si sarebbe fatto ritrarre nudo per una vostra “campagna” come ha fatto Luciano?</strong><br />
«Per l’azienda questo e altro».<br />
<strong>Sbaglio o lei è anche quello dei fratelli che ha portato la Benetton nello sport?</strong><br />
«Volley, basket e rugby. A Treviso abbiamo la più grande cittadella dello sport d’Europa. E organizziamo master per manager sportivi».<br />
<strong>Però non siete mai entrati nel calcio.</strong><br />
«A noi piace la cultura vera dello sport».<br />
<strong>Siete stati anche in Formula Uno.</strong><br />
«Quella fu una mossa puramente commerciale. A inizio anni Novanta. Non sa quanti mercati abbiamo penetrato grazie alla Formula Uno».<br />
<strong>Il team manager era Flavio Briatore e il pilota di punta Michael Schumacher.</strong><br />
«Due nostre creature».<br />
<strong>Ora Schumacher torna in pista&#8230;</strong><br />
«Ricordo il primo incontro. A Berlino, all’inaugurazione di un nostro negozio. Gli chiesi che cosa pensasse del grande Senna. Fece una smorfia, come dire: “Lo batto quando voglio!”. Aveva una freddezza e un’ambizione smisurate».<br />
<strong>Ora la Formula Uno è in crisi. Come l’economia.</strong><br />
«Sull’economia ho fatto dei conti».<br />
<strong>E cioè?</strong><br />
«Per tornare ai livelli dell’autunno 2007, dovremo aspettare fino al 2016».<br />
<strong>Lei è noto per essere sintonizzato 24 ore su 24 con le Borse mondiali. Su che cosa consiglierebbe di investire?</strong><br />
«Sulle grandi imprese nazionali. In linea di massima è l’ora della sobrietà: rimboccarsi le maniche, senza eccessive distrazioni».<br />
<strong>Lei che distrazioni si concede?</strong><br />
«Poche. Due anni fa mi sono comprato una barca. Ci vado una settimana ogni tre mesi».<br />
<strong>Ha un clan di amici?</strong><br />
«Un gruppo ristretto, quasi tutti piccoli imprenditori del trevigiano. Ci vado in barca».<br />
<strong>Qual è la scelta che le ha cambiato la vita?</strong><br />
«Che fine avremmo fatto noi quattro fratelli se non avessimo deciso di metterci in affari insieme?».<br />
<strong>Il libro della vita?</strong><br />
«Leggo poco. Solo quando sono in barca. Lì, faccio grandi full immersion nei gialloni di Grisham, Follett e compagnia».<br />
<strong>La canzone?</strong><br />
«Sapore di sale, di Gino Paoli».<br />
<strong>Il film?</strong><br />
«Non vado al cinema».<br />
<strong>Avrà qualche preferenza&#8230;</strong><br />
«I film di Totò. Per il resto preferisco le partite di basket o di rugby in tv. E qualche talkshow politico tipo Anno zero».<br />
<strong>Farebbe politica? Scenderebbe “in campo” se convocato?</strong><br />
«No».<br />
<strong>Suo fratello Luciano lo ha fatto.</strong><br />
«Un paio d’anni, coi repubblicani. Non direi che ha fatto politica».<br />
<strong>Il prosindaco di Treviso, Giancarlo Gentilini, è il portabandiera del leghismo più ruvido.</strong><br />
«È molto amato dai cittadini. Lavora bene».<br />
<strong>È stato condannato per istigazione al razzismo.</strong><br />
«Non condivido tutto quello che dice, ovvio. E su certe frasi non lo prendo sul serio».<br />
<strong>Cultura generale. Che cosa è rappresentato sulla moneta da due centesimi?</strong><br />
«Non lo so».<br />
<strong>La Mole Antonelliana. Quanto costa un pacco di pasta?<br />
</strong>«Poco».<br />
<strong>I confini dell’Argentina?</strong><br />
«Cile, Brasile, Uruguay&#8230; abbiamo parecchie terre lì, in Patagonia. Siamo i più grandi proprietari terrieri al mondo».<br />
<strong>Ma che ci fate con tutta quella terra?</strong><br />
«Da lì viene tutta la lana della Benetton. La vendiamo anche ad altre aziende. È di qualità superiore».<br />
<strong>Non fa i pallini?</strong><br />
«Guardi che la lana deve fare i pallini!».<br />
 <a href="http://www.vittoriozincone.it">www.vittoriozincone.it</a></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.vittoriozincone.it/interviste/gilberto-benetton-sette-febbraio-2010/feed/</wfw:commentRss>
		</item>
		<item>
		<title>Martina Stella (Sette - gennaio 2010)</title>
		<link>http://www.vittoriozincone.it/interviste/martina-stella-gennaio-2010/</link>
		<comments>http://www.vittoriozincone.it/interviste/martina-stella-gennaio-2010/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 28 Jan 2010 10:39:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>vz</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[interviste]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.vittoriozincone.it/?p=563</guid>
		<description><![CDATA[Martina Stella a soli quindici anni è stata catapultata nello showbusiness italiano in veste di ninfetta spacca famiglie, nel mucciniano L’Ultimo bacio.  Sono passati dieci anni. Lei non è nel cast del sequel Baciami ancora, ma nel frattempo ha vissuto una vita/carriera rocambolesca: ha girato film comici e noir, ha calcato le scene dei teatri, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Martina Stella a soli quindici anni è stata catapultata nello showbusiness italiano in veste di ninfetta spacca famiglie, nel mucciniano L’Ultimo bacio.  Sono passati dieci anni. Lei non è nel cast del sequel Baciami ancora, ma nel frattempo ha vissuto una vita/carriera rocambolesca: ha girato film comici e noir, ha calcato le scene dei teatri, ha rifiutato vagoni di euro proposti in cambio di calendari osé, è stata fidanzata con megastar come Valentino Rossi (che considera una specie di peluche) ed è finita nel tritacarne gossipparo per l’affaire Lapotrans, in quanto ex del rampollo Agnelli. Ora, a 25 anni, oscilla tra il buddismo e il cattolicesimo spirituale, pronuncia la parola “energia” ogni tre minuti, ed è sbarcata su Raidue al fianco di Francesco Facchinetti nella trasmissione Il più grande: show sui cinquanta italiani più illustri di sempre. La incontro nella sua casa di Trastevere, a Roma: musica di sottofondo oriental-lounge. La mamma, Bianca, versa tisane. Visto l’argomento della sua trasmissione le anticipo la consueta domanda sulla Costituzione italiana. Quando è entrata in vigore? Replica: «Boh. La storia mi piace, ma non riesco a memorizzare le date. A scuola, se interrogata, me le segnavo sulla mano». Martina è verace, si autodefinisce “strampalata”. Alterna frasi come “il passato ha un’importanza importante” con una meticolosa conoscenza della cinematografia italiana: quando le chiedo se ha visitato le opere di Caravaggio (uno dei più grandi per la classifica tv), risponde di no, ma rilancia: «Però ho visto tutti i film che lo riguardano. Quello con Gian Maria Volonté del 1972 e quello per la tv con la fotografia di Storaro». Se la invito a fare il nome di un big italico non compreso tra i 50 già selezionati, spara senza esitazione: «Monica Vitti». Poi tira fuori un plico di carte, e dice che si sta preparando. «Approfondisco a modo mio». Cioè? «Invece di andare su internet a cercare notizie su San Francesco, ho fermato per strada un frate francescano, l’ho invitato a prendere un caffè e mi sono fatta spiegare da lui la parola del Poverello d’Assisi. Che energia! Su scrittori, attori e registi sono più preparata».<br />
<strong>Cinema, cinema, cinema. Ora sei nelle sale con “Nine”. Nel cast ci sono megastar come Nicole Kidman, Penelope Cruz e Daniel Day-Lewis.<br />
</strong>«Ho una miniparte. Ma sono rimasta sul set parecchi giorni. Ogni volta che Rob Marshall, il regista, mi chiamava col megafono mi prendeva la tachicardia».<br />
<strong>Reciti in inglese.<br />
</strong>«Quando è arrivato il momento di improvvisare una scena con Daniel Day-Lewis, ho pensato: “È surreale. Io già non ci capisco una mazza in inglese”. È stato un sogno, ma più volte ho programmato di fuggire da Londra, dove giravamo».<br />
<strong>Kidman, Cruz, Cotillard&#8230;</strong><br />
«Grandi. L’impatto con loro è stato da fan».<br />
<strong>La differenza principale tra un set hollywoodiano e uno italiano?</strong><br />
«Il tempo per curare ogni minimo dettaglio. Sul set di Nine ho capito quanto è importante il cinema in America. Da noi capitano fiction in cui non c’è il tempo nemmeno per provare una scena».<br />
<strong>Hai lavorato con Muccino, Salvatores, Corsicato&#8230;</strong><br />
«Non faccio classifiche. Mi sono trovata bene con tutti».<br />
<strong>Diplomatica. Chi è stato il più duro con te?</strong><br />
«Pietro Garinei. Avevo 18 anni quando ho fatto con lui Aggiungi un posto a tavola. Disciplina ferrea e qualche piccolo scontro».<br />
<strong>Addirittura?</strong><br />
«Una volta, terrorizzata per la première di Napoli, andai da lui chiedendo di provare l’attacco di una canzone. Mi rassicurò, sostenendo che un sottofondo di pianoforte mi avrebbe indicato il momento giusto».<br />
<strong>Come andò a finire?</strong><br />
«Non ci fu nessun sottofondo. Mi dovetti arrangiare. E lui dopo lo spettacolo mi disse: “Ora stai certa che quell’attacco non ti farà più paura”».<br />
<strong>Quando hai cominciato a recitare?</strong><br />
«Presto. Il primo corso l’ho fatto a otto anni. Volevo fuggire dal paesino dove vivevo, Impruneta, e da una situazione familiare abbastanza disastrata».<br />
<strong>La tua prima esperienza lavorativa?</strong><br />
«Piccoli spot, da bambina. Poi a quindici anni, durante una manifestazione, mi si avvicinò un signore e mi chiese se volevo fare la modella&#8230;».<br />
<strong>Chi era?</strong><br />
«Giordano Ricci, l’uomo che mi ha cambiato la vita. Con mia madre controllammo che fosse una brava persona. E poi lo andammo a trovare».<br />
<strong>Sembra la scena di un film: la contestatrice reclutata da un paladino del mercato.</strong><br />
«Avevo tre piercing e i capelli rasta. Frequentavo i centri sociali&#8230; Mi diedi una ripulita, gli amici cominciarono a dirmi che ero diventata una fighetta».<br />
<strong>La carriera da modella?</strong><br />
«Un disastro. Ero troppo bassa e formosa. Ma l’agenzia mi procurò il provino per L’Ultimo bacio».<br />
<strong>La svolta.</strong><br />
«Andai a Roma, alla Fandango, due volte. La prima con mio padre. Lui era convinto che Muccino fosse un cialtrone che si fingeva regista. Io ovviamente conoscevo bene i film di Gabriele: Come te nessuno mai, riguardava le occupazioni studentesche! Chiesi a papà di stare lontano per non farmi fare figuracce. Al provino finale, invece, arrivai con mia madre, che si presentò in pareo. Una vergogna».<br />
<strong>Il primo ciak?</strong><br />
«Mi guardavo intorno e pensavo felice: “Ma dove sono finita?”».<br />
<strong>Andrai a vedere il sequel “Baciami ancora”?</strong><br />
«Certo. Ho un debito di riconoscenza nei confronti di Gabriele».<br />
<strong>Già. Dopodiché Muccino, quando hai detto “no” al sequel, ti ha bastonato a mezzo stampa.</strong><br />
«Voglio credere che sia stato frainteso».<br />
<strong>Ha dichiarato all’Ansa che ti sei fatta pubblicità rifiutando un ruolo inesistente.</strong><br />
«Se giuri che non ci fate il titolo, ti dico come è andata».<br />
<strong>Come è andata?</strong><br />
«Mi è arrivata la sceneggiatura di Baciami ancora. Per me c’era un cameo, una piccolissima scena. Ho declinato l’invito perché sembrava una forzatura rientrare in quel ruolo. Gabriele forse ci è rimasto male perché ho annunciato pubblicamente il mio rifiuto senza avvertirlo».<br />
<strong>Hai più parlato con Muccino?</strong><br />
«No. L’ho cercato, ma lui non mi ha mai risposto».<br />
<strong>Dopo “L’Ultimo bacio”&#8230;</strong><br />
«Molte scelte professionali sono state dettate anche da ragioni economiche».<br />
<strong>In che senso?</strong><br />
«Da quando avevo quindici anni, mi sono caricata sulle spalle la mia famiglia».<br />
<strong>Ti hanno scippato l’adolescenza?</strong><br />
«Un po’ sì. Avere tutte queste responsabilità pesa. Probabilmente se fossi nata ricca non avrei fatto questo mestiere o almeno non avrei cominciato così presto».<br />
<strong>Ora sei ricca?</strong><br />
«No. Rispetto il valore dei soldi perché vengo da una famiglia che non ne ha, ma non sono un’ossessione. Se avessi voluto&#8230;».<br />
<strong>Hai rifiutato proposte danarose?</strong><br />
«Mille. Mi hanno chiesto pure di firmare collezioni per la moda. Coi calendari sarei diventata milionaria».<br />
<strong>E la tv?</strong><br />
«Ho rifiutato la conduzione delle Iene, la mini serie Love bugs&#8230; non mi sembrava il momento, avevo altri progetti. Ora mi propongono pure di cantare e di pubblicare racconti».<br />
<strong>È vero che scrivi tutti i giorni un diario?</strong><br />
«<strong>Non tutti i giorni. Cominciai dieci anni fa».<br />
Qual è il momento più alto e quale il più basso tra quelli segnati sul diario?</strong><br />
«Il più alto? Lo devo ancora scrivere. Il più basso è l’ottobre 2005».<br />
<strong>Lapo, la coca, la trans Patrizia&#8230; La vicenda è tornata sui giornali.</strong><br />
«Ma chi? Lapo? Ancora?».<br />
<strong>No. Però con l’esplosione del caso Marrazzo, quella storiaccia è riemersa. Enrico Lucci, la Iena, per esempio, la settimana scorsa ha chiesto a Lapo perché agli italiani piacciono tanto i trans.</strong><br />
«Non sono la persona giusta per parlarne».<br />
<strong>Ti sarai fatta un’idea, no?<br />
</strong>«Io sono per la libertà sessuale più piena. Ma non ci dovrebbero essere ipocrisie. Credo che certe scelte si facciano anche perché si sta male, perché non si è sinceri con se stessi. Per auto punirsi. Quella vicenda è stata traumatica».<br />
<strong>Immagino.</strong><br />
«Sono stata per settimane chiusa in casa. Assediata dai giornali».<br />
<strong>Tua madre Bianca e la tua ufficio stampa Claudia, emanarono un comunicato “algido” con cui prendevi le distanze da Lapo.</strong><br />
«Avevo 19 anni, stavo proprio male. Ho protetto me stessa, senza pensare alla carriera o alla convenienza del momento».<br />
<strong>La moglie di Marrazzo, la giornalista Roberta Serdoz, è rimasta al fianco del marito.</strong><br />
«Ognuno reagisce come vuole alla sofferenza. Loro sono sposati, hanno dei figli. La mia situazione era diversa. Io e Lapo ci eravamo già lasciati. Ho cercato di tutelare la mia dignità di donna. Ma non sto qui a giudicare il comportamento di altri».<br />
<strong>Sei rimasta in buoni rapporti con Lapo?</strong><br />
«Certo. Ci sentiamo spesso».<br />
<strong>Rifaresti tutto quello che hai fatto?</strong><br />
«Rivivrei la storia con Lapo e reagirei allo stesso modo».<br />
<strong>Essere entrata in quella storiaccia ti ha danneggiata?</strong><br />
«No. All’inizio ho pensato che avendo preso le distanze dalla famiglia più celebre d’Italia, per me sarebbe stata la fine. Ma subito dopo cominciarono le riprese della Freccia nera, con Scamarcio».<br />
<strong>Caterina Guzzanti ti ha fatto un’imitazione prendendo spunto dalla tua interpretazione in quella serie. Bisbigliava fuori sync.</strong><br />
«Ammetto che non mi sono riconosciuta, né divertita, guardando l’imitazione».<br />
<strong>Capita. A breve sarai nelle sale anche con un film di Carlo Vanzina.</strong><br />
«Ti presento un amico. Divertente. Con lui ho fatto anche Vacanze ai Caraibi».<br />
<strong>Leggendaria la conferenza stampa in cui raccontavi che di notte ai Caraibi ti entravano gli uccelli nella stanza.</strong><br />
«Poi cambiai versione, chiamandoli pennuti».<br />
<strong>Un cinepanettone lo faresti?</strong><br />
«Ne ho rifiutati tre. Perché erano parti troppo scollacciate, e poi avevo altre priorità».<br />
<strong>Priorità del 2010?</strong><br />
«Ogni anno mi impegno a prendere la maturità e a cominciare gli studi universitari in psicologia, ma poi il lavoro&#8230;».<br />
<strong>È vero che hai girato pure un remake di Charlie’s Angels?</strong><br />
«Sì, a Portorico. Ma è una roba comica, eh! Ci saranno pure Vittoria Belvedere e Camilla Ferranti».<br />
<strong>Camilla Ferranti? Quella finita nelle intercettazioni/raccomandazioni tra Berlusconi e Saccà?</strong><br />
«Secondo me ci è finita per caso. Io l’ho trovata puntuale e preparata. Con una buona energia».<br />
<strong>Non è che pure il tuo nome potrebbe sbucare fuori da un’intercettazione?<br />
</strong>«No. Non ci finirà mai. E trovo certi mezzi usati dalle colleghe poco dignitosi. Se devo arrivare a quello, preferisco dedicarmi a un mestiere più onorevole, la barista».<br />
<strong>Il libro preferito?</strong><br />
«Scegliere è una fatica terribile».<br />
<strong>Fai uno sforzo.</strong><br />
«L’ultimo di Baricco e l’ultimo di Ammaniti».<br />
<strong>Il film?</strong><br />
«L’ultimo di Tarantino e l’ultimo di Woody Allen».<br />
<strong>La canzone?</strong><br />
«Mi piacciono quelle vecchie. Di Vasco per esempio… Senza parole. Le sue ultime le amo meno. Si sta commercializzando».<br />
<strong>Che cosa è Kindle?</strong><br />
«Non ne ho idea».<br />
<strong>È un lettore di contenuti digitali.</strong><br />
«’Na roba tecnologica? Io ho imparato l’altro ieri a inviare le email».<br />
<strong>Scherzi, vero?</strong><br />
«Te lo giuro».<br />
<strong>Ma sei una giovane attrice del Terzo Millennio!</strong><br />
«Un po’ fuori dal mondo, eh? Mi piace così».<br />
 <a href="http://www.vittoriozincone.it">www.vittoriozincone.it</a><br />
© RIPRODUZIONE RISERVATA</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.vittoriozincone.it/interviste/martina-stella-gennaio-2010/feed/</wfw:commentRss>
		</item>
		<item>
		<title>Fabio Caressa (Sette - gennaio 2010)</title>
		<link>http://www.vittoriozincone.it/interviste/fabio-caressa-sette-gennaio-2010/</link>
		<comments>http://www.vittoriozincone.it/interviste/fabio-caressa-sette-gennaio-2010/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 21 Jan 2010 12:06:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>vz</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[interviste]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.vittoriozincone.it/?p=560</guid>
		<description><![CDATA[Fabio Caressa, 42 anni, romano, è l’uomo-simbolo del calcio Sky. Quello delle telecronache ultra adrenaliniche e ansiogene. Del celebre &#8220;abbracciamoci forte e vogliamoci tanto bene”, dopo la vittoria dell’Italia ai Mondiali 2006. Dei nomi scanditi ritmicamente, strillati a squarciagola dopo un gol. Degli incipit assurdi, onirici e strappacuore, prima dell’inizio di un match. Della conduzione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Fabio Caressa, 42 anni, romano, è l’uomo-simbolo del calcio Sky. Quello delle telecronache ultra adrenaliniche e ansiogene. Del celebre &#8220;abbracciamoci forte e vogliamoci tanto bene”, dopo la vittoria dell’Italia ai Mondiali 2006. Dei nomi scanditi ritmicamente, strillati a squarciagola dopo un gol. Degli incipit assurdi, onirici e strappacuore, prima dell’inizio di un match. Della conduzione romanesca e un po’ sbracata di Mondogol, in coppia con Stefano De Grandis.<br />
Ora che Ilaria D’Amico è in maternità, Caressa ha conquistato lo studio di Sky Calcio Show, la trasmissione che precede e segue le partite domenicali sul satellite. Lo incontro all’Hotel Plaza di Roma, subito dopo il suo esordio. Quando gli chiedo se Sky sul calcio teme la concorrenza del digitale terrestre di Mediaset Premium, lui lima le sue erre e comincia a srotolare cifre e dati sugli abbonati: «Mediaset Premium fa buoni ascolti la domenica, ma il resto della settimana? Loro hanno un mercato diverso dal nostro. Non ci rubano telespettatori. Piuttosto so che la Rai è in apprensione». Perché? «Quando sulla tv di Stato c’è una partita di Champions, l’80% dei nostri abbonati resta con noi». Caressa lo chiama “effetto emozionale”. Lui è il teorico della telecronaca/colonna sonora («Se c’è aria di gol, ti devo far spostare sulla punta della poltrona»), sostiene che esista uno stile Sky (che poi è il suo) e che questo faccia la differenza. Partiamo da qui.<br />
<strong>Gianni Mura, decano dei cronisti sportivi, ha scritto che a novembre, durante Dinamo Kiev - Inter, gli hai provocato “un’ansia sconosciuta”.</strong><br />
«Bello, no? La televisione è emozione».<br />
<strong>Esageri. Ti agiti anche se commenti una partita degli Azzurri under 20. La colonna sonora rischia di essere stonata. La conduzione di Sky Calcio Show&#8230;</strong><br />
«La devo calibrare. Di sicuro non sarà mai una messa cantata: come quegli approfondimenti Rai e Mediaset, zeppi di ospiti imbufaliti e litigi posticci».<br />
<strong>Le risse fanno ascolti.</strong><br />
«Non credo che sia più così. Serve un nuovo passo in tutta la tv. Abbassare i toni e aumentare tecnica e alleggerimento».<br />
<strong>Come nelle telecronache dove alterni spiegazioni sulle traiettorie del pallone con effetto Magnus, roba da fisici nucleari, a battute come “Sale, Pepe”, per la corsa sulla fascia del centrocampista Pepe.</strong><br />
«Dico anche “Sale, Grosso”. Alla prima puntata ho fatto ridere Mourinho: miracolo!».<br />
<strong>La Domenica sportiva con Teo Teocoli in studio non cerca di fare lo stesso?<br />
</strong>«No. Con tutto il rispetto per Teo, lui è un comico e di calcio non ci capisce niente».<br />
<strong>Dal prossimo anno la tv sarà ancora più invasa dal campionato. Dal venerdì alla domenica: a pranzo e a cena&#8230;</strong><br />
«Le squadre dovranno fare uno sforzo».<br />
<strong>Di che genere?</strong><br />
«Sul brand, sul marchio. Per essere più riconoscibili. Ci sono squadre non valorizzate».<br />
<strong>Mi fai un esempio?</strong><br />
«La Roma. Ha il marchio più forte del pianeta. La città Caput Mundi, la lupa. Dovrebbero fare pacchetti turistici, trasferte imperiali a New York, con gladiatori e bighe».<br />
<strong>Continuerai a fare telecronache?</strong><br />
«Ne farò di meno. A Sky c’è una bella squadra di giovani telecronisti».<br />
<strong>Ormai i telecronisti pur di farsi riconoscere si inventano giochi di parole incredibili. Colpa tua.</strong><br />
«Il primo a “brandizzare” la telecronaca è stato Sandro Piccinini: “Pericolo…Non va!”».<br />
<strong>Tu sei l’evoluzione: il tè caldo all’intervallo, i nomi scanditi. Ti rubano le battute?<br />
</strong>«È bello sapere che sei nel linguaggio comune».<br />
<strong>Hai molti imitatori?</strong><br />
«Al mondiale tedesco persino Civoli cominciò a ritmare i nomi dei marcatori come me».<br />
<strong>Come prepari una telecronaca?</strong><br />
«Leggo tutto quello che è stato scritto dal 1991 a oggi su ogni giocatore. Ho il file/archivio sul calcio più grande d’Europa».<br />
<strong>È vero che digiuni prima della telecronaca?</strong><br />
«Sì. A stomaco vuoto si ragiona meglio. Anche se ormai digiunare è complicato». Mia moglie Benedetta…».<br />
<strong>&#8230; Parodi, giornalista di Studio aperto.</strong><br />
«…conduce la trasmissione Cotto e mangiato dalla cucina di casa nostra».<br />
<strong>Di qui la battuta di Luca Bottura sul Corriere. «Clamorosa rivelazione della Parodi: suo marito fa quegli incipit perché lei gli mette l&#8217;ecstasy nel polpettone». Provi gli incipit prima di recitarli?</strong><br />
«Sotto la doccia».<br />
<strong>Perché non si sentono tante telecroniste donne?</strong><br />
«Conosci bimbe di 5 anni che giocano a Subbuteo o con le figurine? Tutto comincia da lì».<br />
<strong>Dal Subbuteo?</strong><br />
«Con mio fratello e Pietro, un nostro amico, facevamo tornei infiniti. Partite e telecronaca».<br />
<strong>Fai ancora l’album?</strong><br />
«Sì, certo. Ma dopo un mese che compro le figurine chiamo la Panini e mi faccio mandare le mancanti».<br />
<strong>Come ti sei avvicinato al giornalismo?</strong><br />
«Sognavo di fare il cronista di guerra ed ero malato per il calcio. Mio padre vide uno spot e mi iscrisse al “Piccolo Gruppo” di Michele Plastino: un corso per maniaci di calcio. A 19 anni Plastino mi affidò <em>Golmania</em>, su Canale 66».<br />
<strong>La tua prima telecronaca?</strong><br />
«Nel 1987 Piccinini mi chiamò al Tg di Teleroma56. Mi occupavo di cronaca, ma seguivo anche le partite. L’esordio fu un Lazio-Cesena. Ci chiedevano di fare le telecronache dal campo, senza l’accredito stampa, avendo in tasca solo un biglietto di curva».<br />
<strong>Nel ’91 Rino Tommasi ti chiamò a Tele+.</strong><br />
«Prima, con Piccinini e Marianella (anche lui ora a Sky) facemmo il film di Italia 90. In pellicola. Se non ricordo male andammo a intervistare un giovane accattapalle della Roma: Francesco Totti».<br />
<strong>Tu sei un fan di Totti. Hai detto che tra quelli che hai visto dal vivo, solo Maradona è meglio.</strong><br />
«Il pupone è un felice prigioniero del Raccordo anulare. Se fosse andato a Milano o a Londra&#8230;».<br />
<strong>Platini, Zidane, Kakà, Messi&#8230; dove li metti?</strong><br />
«Messi è l’erede di Maradona. Ha eliminato il tiro in porta: appoggia la palla in rete».<br />
<strong>Lo fa anche Cassano.</strong><br />
«Per imitare Messi. Cassano è potenzialmente più talentuoso di Totti».<br />
<strong>Allora Lippi lo dovrebbe portare in Sudafrica?</strong><br />
«Cassano non c’entra col gruppo di Lippi».<br />
<strong>Sei un lippiano di ferro. Che mondiale sarà?</strong><br />
«Invernale. Hanno inventato un pallone con minuscole scagliette, per renderlo controllabile sotto l’acqua. Le africane andranno male: troppa tensione».<br />
<strong>I tuoi colleghi di Sky sostengono che non azzecchi una previsione. Scommetti sulle partite?</strong><br />
«Non più da quando mi sono sorpreso a sbraitare in diretta per descrivere un gol insignificante per il pubblico, ma fondamentale per una mia puntata».<br />
<strong>Cosa farà l’Italia al Mondiale?</strong><br />
«Perderà in finale con l’Argentina di Maradona».<br />
<strong>Hai chiamato tuo figlio Diego.</strong><br />
«Ha pochi mesi, gli solletico solo il piede sinistro sperando che venga mancino, come Maradona».<br />
<strong>Il futuro del calcio italiano?</strong><br />
«Balotelli: potenzialmente la punta più forte del mondo».<br />
<strong>È discriminato dai tifosi razzisti.</strong><br />
«Smettiamola con questa storia del razzismo».<br />
<strong>Cantano: «Se saltelli, muore Balotelli».</strong><br />
«È un caro ragazzo, ma è troppo arrogante. Non lo sopportano né i tifosi, né i giocatori».<br />
<strong>Quindi è giusto insultarlo?</strong><br />
«No. Ma per anni Materazzi è stato bersagliato da cori atroci. Nessuno ha mai detto nulla. Andrebbero vietati tutti i cori violenti, non solo quelli contro i neri. Tornando a Balotelli&#8230; Mourinho ci lavora parecchio».<br />
<strong>Mourinho è il number one?</strong><br />
«No. Il number one è Carlo Ancelotti. Mentre il più innovativo in Italia oggi è Leonardo: sta inventando il “calcio macchiaiolo”: i suoi giocatori si muovono a macchia di leopardo».<br />
<strong>Allenatori. Tra Lippi e Zeman chi preferisci?</strong><br />
«Lippi, tutta la vita. Non sono zemaniano».<br />
<strong>Zeman ha denunciato il doping selvaggio.</strong><br />
«Ed è stato un eroe. Ma se fosse stato più cauto, qualcuno lo avrebbe seguito&#8230;».<br />
<strong>Calciopoli è finita?</strong><br />
«Sì. E ora non c’è un nuovo “sistema Inter”, come pensano gli juventini».<br />
<strong>Ti accorgevi del “sistema Moggi”?</strong><br />
«Ho avuto sospetti solo su alcuni match. Comunque era Giraudo a dominare».<br />
<strong>Come lo sai?</strong><br />
«Una volta Giraudo chiamò Tom Mockridge, boss di Sky Italia, e gli disse che doveva cacciare me e Bergomi. Aggiunse che da quel momento la Juve si sarebbe scelta i telecronisti. Mockridge al cocktail natalizio di Sky disse alla redazione: “Visto che siamo noi a pagare la Juve, al massimo saremo noi a scegliere il loro allenatore e non loro i nostri telecronisti”».<br />
<strong>Qual è il gol che avresti voluto raccontare?</strong><br />
«Maradona in slalom contro l’Inghilterra al Mondiale del 1986: prima punì il loro interbento alle Falkland con un gol di mano, la mano di Dio, e poi gli fece vedere come si gioca».<br />
<strong>La partita che non hai ancora commentato?<br />
</strong>«Una finale di Champions. Dopo Germania 2006 me l’aspettavo. Ma non posso fare tutto».<br />
<strong>A cena col nemico?</strong><br />
«Con Piersilvio. Così mi offre un contratto».<br />
<strong>L’errore più grande che hai fatto?</strong><br />
«Durante un derby Roma-Lazio. Ci fu un gol. Gridai: “Miiiirko&#8230; Vu-ci-nic”. Ma aveva segnato Baptista».<br />
<strong>La scelta che ti ha cambiato la vita?</strong><br />
«Mia moglie: Benedetta è benedetta. La sua calma mi aiuta a crescere professionalmente».<br />
<strong>Il film preferito?</strong><br />
«Rocky I. Ne faccio sempre vedere un pezzo quando faccio le lezioni nelle aziende».<br />
<strong>Fai lezioni nelle aziende?</strong><br />
«Arrotondo».<br />
<strong>Sei cattolico?</strong><br />
«In ricerca, ho fatto pure meditazione con SaiBaba».<br />
<strong>Che cosa è Kindle?</strong><br />
«Il lettore digitale per libri e giornali&#8230; ma guarda che secondo me la carta resisterà ancora a lungo».<br />
 <a href="http://www.vittoriozincone.it">www.vittoriozincone.it</a><br />
 © RIPRODUZIONE RISERVATA</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.vittoriozincone.it/interviste/fabio-caressa-sette-gennaio-2010/feed/</wfw:commentRss>
		</item>
		<item>
		<title>Luca Josi (Sette - gennaio 2010)</title>
		<link>http://www.vittoriozincone.it/interviste/luca-josi-sette-gennaio-2010/</link>
		<comments>http://www.vittoriozincone.it/interviste/luca-josi-sette-gennaio-2010/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 14 Jan 2010 00:11:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>vz</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[interviste]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.vittoriozincone.it/?p=552</guid>
		<description><![CDATA[(Sette - Corriere della Sera, 14 gennaio 2010)
Nella sua seconda vita Luca Josi, 43 anni, fa il produttore tv, ha fondato la Einstein Multimedia e ha confezionato trasmissioni preserali “spacca auditel” come Passaparola e Sarabanda. Nella prima, invece, è stato l’ombra del Craxi in declino. Ha seguito e spalleggiato il leader socialista nella disgrazia politica [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>(<em>Sette - Corriere della Sera, 14 gennaio 2010</em>)<br />
Nella sua seconda vita Luca Josi, 43 anni, fa il produttore tv, ha fondato la Einstein Multimedia e ha confezionato trasmissioni preserali “spacca auditel” come Passaparola e Sarabanda. Nella prima, invece, è stato l’ombra del Craxi in declino. Ha seguito e spalleggiato il leader socialista nella disgrazia politica e nell’esilio (latitanza) tunisino. Gli epiteti e gli aggettivi che Josi si è guadagnato grazie a questo ruolo rendono l’idea: il ragazzo del bunker di Bettino, l’apostolo, Hammamet Express, l’aspirante martire del craxismo&#8230; Claudio Martelli lo definì “l’ultimo repubblichino della Repubblica di Salò di Craxi”. E lui si autoproclamò “salmone orfano”: salmone, perché tra il 1992 e il 1999, essere craxiano era una posizione decisamente controcorrente, e orfano perché il Psi e la sua classe dirigente si squagliarono sotto i raggi del pool di Mani pulite.<br />
Ora, in occasione del decennale della morte del leader socialista, ex fedelissimi ed ex avversari, neo nemici e traditori rinsaviti, si esercitano nel dibattito peloso sulla corretta definizione di Craxi: fu esule o latitante? È giusto dedicargli una via milanese? Quando sottopongo a Josi queste domande, fa un sorriso/smorfia. Taglia corto: «C’è un gigantesco senso di colpa collettivo nei confronti di Craxi».<br />
Incontro Josi nella sua casa romana. È un appartamento gonfio di libri e di arte. Mi spiega che la sua vita è cambiata, in meglio, grazie ai cinque Telegatti vinti. Me li mostra. E poi indica una pila di quadernetti nell’angolo della stanza. Sono i suoi taccuini. Ci ha annotato i molti tradimenti, i sospiri tunisini di Craxi&#8230; Durante l’intervista li sfoglia, annuncia che ci farà un libro e che oltre al dvd presentato oggi (al Capranica di Roma), ha in mente anche 100 pillole craxiane “attualissime”. Ogni tanto tira fuori una citazione. «I comunisti non mangiano i bambini, aspettano che diventino socialisti». Ride, amaro. Partiamo da qui.<br />
<strong>Nel 2000 D’Alema offrì i funerali di Stato per Craxi. Poi da Fassino a Veltroni, tutti i leader ex piccì hanno sfoderato lodi per il leader socialista, dicendo persino che era più “moderno” di Berlinguer.</strong><br />
«Craxi ripeteva di non voler essere riabilitato dai suoi carnefici. E non si riferiva solo agli ex del Pci. Ma, risorgimentalmente avrebbe accettato le loro scuse».<br />
<strong>Sia tra gli estimatori sia tra i detrattori, si fa distinzione tra il Craxi statista e quello condannato.</strong><br />
«Un bell’esercizio di stile. Un gioco da tavolo».<br />
<strong>In che senso?</strong><br />
«La storia di grandi leader come Kohl e Gonzales ci spiega che la politica ha qualche problema di gestione finanziaria».<br />
<strong>Pannella ha appena dichiarato che i radicali non hanno mai preso finanziamenti illeciti.<br />
</strong>«Pannella ricorda la doppia tessera socialista-radicale di Craxi? I partiti, tutti, erano come i calabroni del paradosso di Sikorsky: avevano ali economiche troppo piccole per la loro mole. Ma volavano».<br />
<strong>Come?</strong><br />
«Chi è senza peccato s’informi dal suo cassiere».<br />
<strong>Lei è mai stato indagato?</strong><br />
«Mai».<br />
<strong>Ha mai chiesto al cassiere del Psi da dove venissero i soldi?</strong><br />
«La politica non si fa gratis. Chi paga gli uffici, i funzionari, i congressi? Nel 1991 ero segretario dei giovani socialisti. Ogni martedì venivano consegnati 7 milioni al nostro movimento. Non ero così ipocrita da pensare che proprio quei sette milioni venissero dal finanziamento pubblico. Ma noi, a differenza di altri, non prendevamo soldi da Stati nemici dell’Occidente che negavano ai cittadini i primari diritti di libertà. Anzi, li usavamo per sostenere chi si voleva ribellare a quei regimi. Craxi divenne capro espiatorio nel Paese in cui si è calvinisti con gli altri e cattolici, assolventi, con se stessi. Se la gara è a chi è più bravo a nascondere i propri illeciti poi&#8230;».<br />
<strong>Marco Travaglio da anni cita le condanne di Craxi, i conti esteri, i tesoretti. E conclude: «Craxi si arricchì, altro che soldi al partito».<br />
</strong>«Non escludo che qualche finanziere del partito sia scappato col bottino. Ma io ho vissuto al fianco di Craxi: zero lussi. Tutto per lui era funzionale alla politica».<br />
<strong>Lei è graniticamente craxiano.<br />
</strong>«Venni eletto segretario dei giovani socialisti genovesi avendo contro 7 correnti craxiane».<br />
<strong>Come conobbe Craxi?<br />
</strong>«Me lo fece incontrare Giuliano Amato, al congresso di Bari del 1991».<br />
<strong>Maurizio Costanzo in diretta dal teatro Parioli vaticinò: «Josi sarà deputato».</strong><br />
«La mia fortuna è non esserlo mai diventato».<br />
<strong>In compenso si legò a Craxi.</strong><br />
«Nel giugno 1992, in piena slavina politica, scrissi una lettera sull’Avanti per denunciare e sfottere chi nel Psi cominciava a prendere le distanze da Craxi. Citai Mark Twain: “Se prendi un cane che muore di fame e lo ingrassi, non ti morderà. È questa la differenza principale tra un cane e un uomo”».<br />
<strong>Filippo Facci su Libero sta pubblicando le lettere di tutti quelli che inneggiavano a Craxi e poi gli voltarono le spalle. Anche lei ha annotato la lista sui suoi taccuini?<br />
</strong>«Beh, con me fu incredibile Ottaviano Del Turco. Disse pubblicamente di non sapere chi fossi, dopo avermi regalato uno dei suoi quadri per il mio matrimonio».<br />
<strong>Claudio Martelli e Carlo Ripa di Meana ora sono tornati a difendere Craxi.</strong><br />
«È umano sapere dopo che cosa andava fatto prima. Ma aiuta poco, soprattutto chi non c’è più».<br />
<strong>Craxi avrebbe potuto svergognare i suoi traditori? Quelli che lui chiamava i becchini extraterrestri&#8230;</strong><br />
«Ogni tanto qualcuno si presentava da lui con carte che dimostravano che persino padri della patria come Bobbio e Pertini avevano ombre nei curricula. Ma lui s’imbufaliva: “Lasciate stare gli anziani!”. Craxi era una pistola con la sicura».<br />
<strong>Ma quale sicura. Craxi cercò di calare i famosi quattro assi per demolire Di Pietro. E Di Pietro è stato assolto da tutte le accuse.<br />
</strong>«Nella storia resta un interrogativo: cosa sarebbe accaduto se il Di Pietro pubblico ministero avesse incontrato il Di Pietro imputato?».<br />
<strong>Da socialista, che effetto le fa vedere Di Pietro paladino della sinistra?<br />
</strong>«Effetti radioattivi dell’antiberlusconismo».<br />
<strong>A proposito. Berlusconi, amico di Craxi, tra il 1992 e il 1993 scagliò le sue tv contro gli inquisiti di Tangentopoli. E nel 1994 propose proprio a Di Pietro il ministero degli Interni.</strong><br />
«Recentemente Confalonieri ha detto che si sarebbero dovuti muovere diversamente».<br />
<strong>Craxi allora che cosa diceva di Berlusconi?</strong><br />
«Provava a mettersi nei panni degli altri. Li giustificava. Di sicuro non pretendeva che toccasse a Publitalia la difesa della Prima repubblica».<br />
<strong>Sta dipingendo un santino.<br />
</strong>«Macché. Facemmo molti errori. Se sei al governo e vieni rimosso in quel modo, è ovvio che hai sbagliato».<br />
<strong>Lei era al fianco di Craxi al Raphael, durante il lancio delle monetine.<br />
</strong>«Bettino si rifiutò di uscire dalla porta di servizio. Se si potesse modificare la storia con i “se”, io avrei pronto il mio “se”».<br />
<strong>Quale?</strong><br />
«Prima di uscire dal Raphael cercai di mettere insieme un centinaio di giovani socialisti per affrontare quella massa di facinorosi. Non ci riuscii. Se fossimo riusciti a dare un segnale di uscita dall’isolamento, forse&#8230;».<br />
<strong>Lei una volta con i suoi giovani socialisti diede l’assalto alla sede del Msi.</strong><br />
«Non esageriamo. Con trenta ragazzi ripulii via del Corso dalle banconote con la faccia di Gianni De Michelis lanciate per strada dai militanti del Fronte della Gioventù. Portammo sei sacchi pieni di carta in via della Scrofa. Ci fu un tafferuglio. Storace mi spense una sigaretta sul polso».<br />
<strong>Nel ’93 lei fondò la Giovine Italia, movimento ad personam con sede in via Boezio. In pratica l’ultimo indirizzo politico italiano di Craxi.<br />
</strong>«Furono anni di cameratismo meraviglioso».<br />
<strong>Poi Craxi fuggì in Tunisia. Lei cominciò a fare avanti e indietro: Hammamet Express.<br />
</strong>«Quando non ero lì, ci sentivamo tutti i giorni. La telefonata cominciava così: “Che cosa bolle in pentola?”. Risposta: “Noi”».<br />
<strong>Oggi, molti, come l’ex ministro socialista Rino Formica, sostengono che sia stato un errore restare ad Hammamet.</strong><br />
«Forse non ci si ricorda il clima del periodo. La gente aveva paura di parlare con noi. Craxi ad Hammamet subì un paio di attentati. Io ricevetti minacce. Venivo pedinato. Presi il porto d’armi».<br />
<strong>Se Craxi avesse rispettato le sentenze&#8230;<br />
</strong>«C’erano troppi pregiudizi nei suoi confronti. Io ho rispetto per chi amministra la giustizia con cautela. Meno per quelli del pool che si presentavano in pubblico con l’aria del tenente Kilgore in Apocalypse Now: “Amo l’odore del napalm al mattino”».<br />
<strong>A cena col nemico?</strong><br />
«Preferisco il digiuno».<br />
<strong>La scelta che le ha cambiato la vita?</strong><br />
«Avere due figlie. Il 2009 è stato l’anno più bello della mia vita: ho visto uscire dal coma e ritornare alla vita Margherita, la più grande».<br />
<strong>Le torna mai la voglia di fare politica?</strong><br />
«No. Anche perché ho scoperto che mi manca una caratteristica fondamentale: l’ottusità e la convinzione di essere indispensabili».<br />
<strong>La sua carriera in tv quanto è stata favorita dalla vicinanza di Craxi a Berlusconi?<br />
</strong>«Non mi risulta che Piersilvio Berlusconi orienti le scelte editoriali su reminescenze politologiche. Il mercato ha un solo Dio: lo share».<br />
<strong>Domandine di cultura generale.<br />
</strong>«Mi rifiuto. Se non altro perché tra noi due sono io quello che produce i quiz in tv».</p>
<p>www.vittoriozincone.it<br />
© RIPRODUZIONE RISERVATA</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.vittoriozincone.it/interviste/luca-josi-sette-gennaio-2010/feed/</wfw:commentRss>
		</item>
		<item>
		<title>Polverini vs Bonino?</title>
		<link>http://www.vittoriozincone.it/blog/polverini-vs-bonino/</link>
		<comments>http://www.vittoriozincone.it/blog/polverini-vs-bonino/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 07 Jan 2010 13:07:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>vz</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[blog]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.vittoriozincone.it/?p=532</guid>
		<description><![CDATA[Per la presidenza della Regione Lazio si rischia uno scontro tra due donne, <a href="http://www.vittoriozincone.it/interviste/renata-polverini-magazine-febbraio-2008/">Ranata Polverini</a> ed <a href="http://www.vittoriozincone.it/interviste/emma-bonino-magazine-gennaio-2008/">Emma Bonino</a>. Nessuna delle due viene dai colossi della Prima Repubblica (Dc e Pci).
Stiamo diventando un Paese normale?
(<em>postato alle 15,15 del 07 gennaio 2010</em>)]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Per la presidenza della Regione Lazio si rischia uno scontro tra due donne, <a href="http://www.vittoriozincone.it/interviste/renata-polverini-magazine-febbraio-2008/">Ranata Polverini</a> ed <a href="http://www.vittoriozincone.it/interviste/emma-bonino-magazine-gennaio-2008/">Emma Bonino</a>. Nessuna delle due viene dai colossi della Prima Repubblica (Dc e Pci).<br />
Stiamo diventando un Paese normale?</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.vittoriozincone.it/blog/polverini-vs-bonino/feed/</wfw:commentRss>
		</item>
		<item>
		<title>G. M. Vian (Sette - dicembre 2009)</title>
		<link>http://www.vittoriozincone.it/interviste/giovanni-maria-vian-sette-dicembre-2009/</link>
		<comments>http://www.vittoriozincone.it/interviste/giovanni-maria-vian-sette-dicembre-2009/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 23 Dec 2009 19:43:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>vz</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[interviste]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.vittoriozincone.it/?p=522</guid>
		<description><![CDATA[Giovanni Maria Vian, 57 anni, professore di filologia patristica, dal 2007 dirige l’Osservatore romano, il giornale del Papa: un piccolo cargo battente bandiera giallo-bianca, che naviga poco nelle acque delle news italiane, ma quando ci si affaccia colpisce con bordate sorprendenti e bacchettate di sapore pontificio.
Appena lo incontro nella sua stanza, tappezzata di libroni latini [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Giovanni Maria Vian, 57 anni, professore di filologia patristica, dal 2007 dirige l’Osservatore romano, il giornale del Papa: un piccolo cargo battente bandiera giallo-bianca, che naviga poco nelle acque delle news italiane, ma quando ci si affaccia colpisce con bordate sorprendenti e bacchettate di sapore pontificio.<br />
Appena lo incontro nella sua stanza, tappezzata di libroni latini e immagini del fumetto TinTin, gli faccio notare che il giorno dopo l’aggressione al premier in piazza Duomo, l’Osservatore non aveva nemmeno un titolo che contenesse la parola “Berlusconi”. Non una foto del volto insanguinato, né un’immagine del souvenir scagliato sui denti del Cavaliere. Possibile? Vian mi guarda stupito: “A quella vicenda abbiamo dedicato un articolo intero”. Già. Il Vaticano parla al mondo (l’Osservatore ha edizioni settimanali in sei lingue) e allora a certe notizie non si dà troppo spazio. Anche perché Vian sa bene che ogni parola stampata sul suo giornale poi verrà attribuita al Papa, alla segreteria di Stato o alla gerarchia ecclesiastica. “Non esageriamo. Siamo un organo in parte ufficiale e in parte ufficioso”, spiega.<br />
Nel 2009 l’Osservatore si è divertito a polemizzare su Sanremo (“Spettacolo surreale”), sui talent show (“Scuole di perfidia”), sul musicista Allevi (“Un fenomeno costruito a tavolino”). Ma, ovviamente. è pure intervenuto sui rapporti tra fede e ragione, tra Stato e Chiesa, sull’immigrazione, sul testamento biologico.<br />
<strong>Il 2009 è l’anno della morte di Eluana e dello scontro tra cattolici e laici sul testamento biologico.</strong><br />
“Un anno di polemiche sbagliate”.<br />
<strong>Perché?</strong><br />
“Quando si parla di difesa della persona umana, che sia un malato, un feto o un clandestino si dovrebbe ragionare senza bandiere ed evitare le strumentalizzazioni”.<br />
<strong>Il 2009 è stato anche l’anno dei respingimenti. Parlando dell’accoglienza agli immigrati il ministro Calderoli ha dato del cattocomunista al cardinal Tettamanzi.</strong><br />
“Credo che a Calderoli sia venuta male una battuta. Ma non vorrei parlare di politica”.<br />
<strong>Non sia troppo cauto. Sull’Osservatore avete criticato con durezza il presidente Fini.</strong><br />
“Beh, quando abbiamo sentito che rinfacciava alla Chiesa il silenzio sulle leggi razziali, gli abbiamo solo ricordato quanto sia fresca la sua ritinteggiatura ideologica”.<br />
<strong>Zac. Qualche mese fa si è dimesso Dino Boffo, direttore dell’Avvenire, per colpa di alcune rivelazioni scabrose sul Giornale.</strong><br />
“Una vicenda dolorosa”.<br />
<strong>C’è chi le rimprovera la regia dell’operazione.</strong><br />
“E’ fantavaticanistica”.<br />
<strong>Sandro Magister (dell’Espresso), le ha attribuito un pezzo del Giornale contro Boffo.</strong><br />
“E’ una menzogna”.<br />
<strong>I giornali come clave.</strong><br />
“La politica è poco solida. E quindi si ritrova al traino dei media”.<br />
<strong>Sempre nel 2009. Avete pubblicato un’omelia del segretario della Cei, monsignor Crociata, contro il degrado morale.</strong><br />
“Diamo spazio ai vescovi. Ovvio”.<br />
<strong>Crociata si riferiva alle vicende del premier? D’Addario, le feste&#8230;?</strong><br />
“Non credo avesse uno spirito anti-governativo. Ma lo si dovrebbe chiedere a lui. Noi sulla D’Addario non abbiamo pubblicato nulla”.<br />
<strong>E Michele Serra su Repubblica vi ha stroncato. In pratica ha detto che non fate giornalismo.</strong><br />
“Non possiamo scrivere un pezzo ogni volta che un politico non si attiene alla morale cattolica. Non abbiamo scritto nulla su Piero Marrazzo e Frédéric Mitterrand”.<br />
<strong>E nemmeno sul mafioso Spatuzza. Possibile?</strong><br />
“Mi è stato chiesto di enfatizzare la dimensione internazionale del giornale”.<br />
<strong>Non è omertà per non scomodare il governo italiano?</strong><br />
“No. Anche perché i rapporti tra la Santa Sede e l’Italia sono ottimi”.<br />
<strong>Ottimi? I vescovi spesso criticano il governo.</strong><br />
“Bisogna distinguere i vescovi e la Cei dalla Santa Sede. Sono realtà diverse”.<br />
<strong>Mi dice il pezzo migliore del 2009 sull’Osservatore?</strong><br />
“Oltre all’Enciclica Caritas in veritate?”.<br />
<strong>Oltre a quella.</strong><br />
“Noi, scherzando, attribuiamo un Pulitzer al pezzo scritto meglio. Quest’anno lo darei a Francesco Valiante per un articolo su un merlo bianco trovato dal Papa nei giardini vaticani. Francesco è il nostro Manzoni. Solo io scrivo meglio di lui”.<br />
<strong>Che vanitoso! Chi è l’uomo dell’anno del 2009?</strong><br />
“Obama. Abbiamo pubblicato un editoriale per dire che anche sui temi etici non era stato troppo radicale. Dagli Stati Uniti ci hanno accusati di essere abortisti”.<br />
<strong>Il Time come uomo dell’anno ha scelto Bernanke, boss della Federal reserve.</strong><br />
“La crisi economica continua ad essere la notizia del 2009. Insieme con l’elezione di Cirillo, patriarca di Mosca”.<br />
<strong>E l’ecologia, no? Lei è ecologista?</strong><br />
“Condivido quanto detto da Papa Ratzinger: «Se vuoi coltivare la pace, custodisci il creato». Ma questo non vuol dire diventare eco-centrici. Centrale deve restare l’uomo”.<br />
<strong>Lei ricicla la carta, sceglie lampadine a basso consumo&#8230;?</strong><br />
“Riciclo per abitudine familiare, non per impeto ecologista. Da bambini riciclavamo i vestiti”.<br />
<strong>Mi racconta la sua infanzia?<br />
</strong>“Sin da piccolo ho frequentato il Vaticano. Mio padre era segretario della Biblioteca. Sia lui che mio nonno scrivevano sull’Osservatore”.<br />
<strong>Infanzia di preghiere e scaffali impolverati?<br />
</strong>“No. Con i miei fratelli scorrazzavamo per i giardini Vaticani. Mia madre mi chiamava Monsignor Tardini: la puntualità non era la mia dote principale”.<br />
<strong>Studi?<br />
</strong>“Liceo Virgilio, a Roma. Con alcuni compagni facevamo un giornaletto murale: Frattime”.<br />
<strong>Il primo articolo pagato?</strong><br />
“Per Avvenire, nel 1973. La recensione di una mostra di codici della Biblioteca Vaticana”.<br />
<strong>La fonte dell’articolo era suo padre che lavorava in quella biblioteca?</strong><br />
“Eheh. In realtà lui mi aiutò sia nel percorso universitario, indicandomi quello che sarebbe stato il mio maestro, sia introducendomi nel mondo della Treccani, dove ho corretto bozze su bozze. Ma non mi incoraggiò mai col giornalismo. Per trentacinque anni ho alternato collaborazioni con Avvenire, Osservatore romano, Foglio&#8230;”.<br />
<strong>Come si diventa direttori dell’Osservatore?<br />
</strong>“La nomina è papale”.<br />
<strong>Vuol dire che l’ha chiamata il Papa e le ha detto: “Ho un lavoro da proporle”?</strong><br />
“No. Mi ha chiamato il cardinale Tarcisio Bertone. Lo avevo conosciuto alla Treccani, nel 1984: un prete salesiano e brillante canonista”.<br />
<strong>Quando la contattò per darle l’incarico?</strong><br />
“La proposta ufficiale arrivò il 12 giugno 2007. Mi ero operato un ginocchio e mi presentai da lui zoppicante con un vecchio bastone di mio nonno. Elegantissimo”.<br />
<strong>Lei ha definito il suo Osservatore romano il quotidiano più elegante dell’editoria italiana.</strong><br />
“Lo è. Per demeriti altrui&#8230; Si salva il Foglio. L’estate del 2007 la trascorsi a riprogettare graficamente il giornale. Un lavoro di pulizia. All’inizio avevo praticamente tolto le foto”.<br />
<strong>Poi le ha reinserite.<br />
</strong>“Me lo ha suggerito il Papa”.<br />
<strong>L’editore. Azionista unico.</strong><br />
“Volle conoscere me e il vicedirettore Carlo Di Cicco. Ci invitò a pranzo. Quando gli dissi delle foto&#8230; intervenne. Credo che avesse in mente il modello di prima pagina della Frankfurter Allgemeine Zeitung”.<br />
<strong>L’Osservatore ha sei edizioni, in sei lingue. Lei parla spagnolo e francese fluenti. Con Ratzinger che lingua parla?<br />
</strong>“Italiano. Lui usa un ottimo italiano. Certo, la pronuncia è un po’&#8230;”.<br />
<strong>Lo dica: ha una pronuncia “crucca”.</strong><br />
“L’unica lingua che parla senza inflessioni tedesche è il francese. Perfetto”.<br />
<strong>Lo frequenta?<br />
</strong>“Lo vedo soprattutto durante i suoi viaggi internazionali”.<br />
<strong>Lei ha detto a Stefano Lorenzetto (su Panorama) che al Papa piace Giannelli, il disegnatore/fumettista del Corriere.<br />
</strong>“Quando mi arriva il libro annuale di Giannelli, lo porto a Georg Gänswein, il segretario particolare di Benedetto XVI”.<br />
<strong>Com’è avere il Papa come editore?<br />
</strong>“Mi vengono i brividi ogni volta che ci penso”.<br />
<strong>Anche lei segue le messe in latino?</strong><br />
“No. Vado nella chiesa di Santa Susanna. La domenica ci sono i canti gregoriani eseguiti dalle monache cistercensi”.<br />
<strong>A cena col nemico?</strong><br />
“Ezio Mauro, il direttore di Repubblica. La cena c’è già stata. Interessante”.<br />
<strong>Che cosa guarda in tv?</strong><br />
“Non guardo la tv”.<br />
Neanche i talkshow di approfondimento?<br />
“Prima mi piaceva il Maresciallo Rocca, ma ora non ho proprio tempo”.<br />
<strong>Il film preferito?<br />
</strong>“Ben Hur&#8230; anzi no, i Blues Brothers”.<br />
<strong>Il sacro e il profano.</strong><br />
“Perché? Blues Brothers è un grande film cattolico. Rock e opere pie”.<br />
<strong>Se lo dice lei. La canzone?</strong><br />
“Gianna Nannini, Na na na nanaaaaa”.<br />
<strong>Che fa, canta?<br />
</strong>“I maschi”.<br />
<strong>Il libro?</strong><br />
“Diario di un parroco di campagna, di Nicola Lisi, un libro incantato”.<br />
<strong>Ha letto Vaticano Spa, l’inchiesta di Gianluigi Nuzzi sulle magagne finanziarie vaticane?<br />
</strong>“L’ho sfogliato. Mi sembra un libro scritto per regolare conti interni al mondo della Finanza”.<br />
<strong>Che monumento è raffigurato sui 5 centesimi?</strong><br />
“La mole antonelliana?”.<br />
<strong>Quella sta sui due centesimi. Il Colosseo.<br />
</strong>“Detesto quelle monetine di rame”.<br />
<strong>Ci si arricchisce a fare i direttori dell’Osservatore?<br />
</strong>“No. L’unico vantaggio economico è dato dalla cittadinanza vaticana. Ci sono meno tasse”.<br />
<strong>Prosegua questa poesia: “Miser Catullae&#8230;”.<br />
</strong>“Pardon?”.<br />
<strong>&#8230;desinas ineptire. E’ il poeta Catullo.<br />
</strong>“Ho poca memoria”.<br />
<strong>Però usate il latino sull’Osservatore&#8230;</strong><br />
“Sì. E ogni tanto ci scappa un errore. L’ultimo: Cardinali invece di Cardinales”.<br />
<strong>Zac. E’ arrivata la bacchettata pontificia?</strong><br />
“No. Il primo a correggermi è sempre mio fratello più piccolo. E’ medievista”.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.vittoriozincone.it/interviste/giovanni-maria-vian-sette-dicembre-2009/feed/</wfw:commentRss>
		</item>
		<item>
		<title>Laura Pausini (Sette - dicembre 2009)</title>
		<link>http://www.vittoriozincone.it/interviste/laura-pausini-sette-dicembre-2009/</link>
		<comments>http://www.vittoriozincone.it/interviste/laura-pausini-sette-dicembre-2009/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 17 Dec 2009 09:19:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>vz</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[interviste]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.vittoriozincone.it/?p=520</guid>
		<description><![CDATA[Arrivando al palazzetto dello sport di Firenze, il tassista mi chiede: «Va al concerto? Un’ora fa ci ho portato una famiglia con due bambini piccoli e prima due ragazzi argentini». Laura Pausini, 35 anni, è allo stesso tempo un’icona nazionalpopolare e una megapopstar idolatrata in Sudamerica. Ha venduto una quarantina di milioni di dischi e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Arrivando al palazzetto dello sport di Firenze, il tassista mi chiede: «Va al concerto? Un’ora fa ci ho portato una famiglia con due bambini piccoli e prima due ragazzi argentini». Laura Pausini, 35 anni, è allo stesso tempo un’icona nazionalpopolare e una megapopstar idolatrata in Sudamerica. Ha venduto una quarantina di milioni di dischi e conserva quattro Grammy’s Award in bacheca. Colleziona fan di ogni età. Pronti a tutto. Una volta un brasiliano si è fatto chiudere in una valigia e incastrare in mezzo ai bauli della cantante pur di incontrarla. Un altro, Mimmo, la segue ovunque: da Barletta al Canada, passando per Helsinki. In 70mila hanno riempito lo stadio di San Siro per applaudirla e in 58mila hanno pagato 60 euro per iscriversi al suo sito e chattare con lei. L’intervista, quindi, si svolge con Laura che tiene un portatile sulle gambe e ogni tanto risponde ai fan. Clic. Tic. Tic. «Guarda questo, si è tatuato la mia faccia sul fianco». Visto che la voce tonante non basta per spiegare la pausinimania, il critico musicale Mario Luzzatto Fegiz qualche anno fa ha scomodato magie e formule alchemiche: «Laura è come la Coca-Cola. Gli ingredienti dicono poco, l’essenza del successo resta un segreto ben custodito». Parte del segreto è questo: Laura parla, canta e balla “come magna”, senza artifici o finzioni. Sul palco piroetta con mosse anni Ottanta un po’ macchinose, ma sincere, urla a squarcia gola, suda. Ospite di Bonolis, a un bambino che le chiedeva se ama gli spaghetti, ha risposto: «Guarda che sederone che ho!». Non esattamente una replica da diva. Mischia abiti griffatissimi con guantini borchiati. Quando le faccio notare che per essere una fashion-victim quale si dichiara, ha curve troppo più morbide di quelle di Heidi Klum, abbandona il suo accento romagnolo, inforca il romanaccio e commenta: «Io Heidi Klum me la so’ magnata».<br />
Pausini, dopo l’uscita del cd/dvd (Laura Live) sul suo ultimo tour mondiale, ha annunciato che a gennaio si fermerà. Stop alle tournée e ai concerti. Dato che tre anni fa aveva fatto un proclama simile, le chiedo se è un’operazione d’immagine, magari il preludio di un rientro immediato con megashow. Allora lei mi si avvicina, comincia a smanettare sul Mac e apre il file “Agenda”. Novembre e dicembre sono campi di battaglia. Tre quattro impegni al giorno, divisi per colore a seconda della persona del suo staff a cui sono affidati. «Guarda gennaio, se non mi credi». Gennaio è vuoto. È segnata solo la casella del giorno 10. C’è scritto: «Mangiare carabinieri». Laura ride: «Sono dolcetti che fa mia zia, ma guarda l’altra voce». Eccola: «Inizio vita normale».<br />
<strong>Che cosa vuol dire “inizio della vita normale”?</strong><br />
«Svegliarmi in un posto e sapere dove sono».<br />
<strong>Ti capita di non rendertene conto?</strong><br />
«Spesso. Giro in tournée da sedici anni. Da marzo 2009 ho fatto ottanta date: Canada, Brasile, Stati Uniti, tutta l’Europa&#8230; Mi sveglio in albergo e chiedo a Marzia, la mia assistente: “Dove siamo?”».<br />
<strong>Ti capita anche la springsteinata? Il Boss, in Michigan, ha sparato un bel “Hello Ohio”.</strong><br />
«Mi è successo quattro anni fa a Cannes: “Ciao Nizzaaa”. È partito un bel buuuuu. Capisci perché voglio normalità? La spesa, le bollette&#8230; Cose che non ho mai fatto o faccio raramente».<br />
<strong>Scherzi? La spesa e le bollette sono torture.</strong><br />
«Da quando avevo diciotto anni ho spinto troppo in un’unica direzione. Mi devo fermare».<br />
<strong>Si dice che ti fermi anche perché vuoi un figlio con Paolo, il tuo fidanzato chitarrista.</strong><br />
«Se arriva un figlio mi fa piacere. Ma prima di farlo vorrei capire chi sono io davvero. Devo riequilibrarmi».<br />
<strong>La prima cosa che farai dopo il 10 gennaio?</strong><br />
«Mi piacerebbe iscrivermi ad Architettura».<br />
<strong>Il ministro Gelmini ti dovrebbe assumere per uno spot. Nel momento di massima esplosione del fenomeno “affamati di fama”, coi divetti da talent o da reality che invadono ogni spazio mediatico, tu scendi dal palco, per iscriverti all’università.</strong><br />
«Non l’avevo mai pensata così».<br />
<strong>I talent&#8230; Amici e X-Factor&#8230;</strong><br />
«Bene che ci siano: nelle case discografiche è stato eliminato l’ufficio artistico, ma l’eccessiva esposizione mediatica crea anche problemi».<br />
<strong>Cioè?</strong><br />
«L’arroganza di certi ragazzi, il modo in cui si rivolgono ai loro maestri, è quanto di più lontano ci sia dall’arte».<br />
<strong>Anche tu sei stata sovresposta mediaticamente da giovanissima.</strong><br />
«Ma diventare famosa non era il mio sogno».<br />
<strong>Che cosa sognavi da piccola?</strong><br />
«Di fare piano bar. Avevo pure individuato il luogo ideale: una pizzeria di Faenza».<br />
<strong>Racconta la tua infanzia a Solarolo, nel ravennate.</strong><br />
«La mia prima esibizione risale al 16 maggio 1982, a otto anni».<br />
<strong>Questo l’hai già raccontato. Hai pure detto di aver esordito con We are the world, che però è del 1985.</strong><br />
«Mi sono sbagliata e mio padre s’è arrabbiato. Lui sostiene che cantai la sigla di un cartoon. Da quel momento ho cominciato a seguire papà e a cantare con lui. Era “piano man”. Arrivavamo nei ristoranti dove doveva suonare alle cinque di pomeriggio. Qualche volta mi sono fatta aiutare a fare i compiti dai cuochi».<br />
<strong>Che cosa cantavi?</strong><br />
«Dalla bossa nova al pop. I miei amici però venivano solo quando c’era la serata del liscio. Balla&#8230; balla la mazurca. E poi sfottevano».<br />
<strong>È vero che tuo padre ti preparava i testi delle canzoni inglesi trascrivendo la pronuncia?</strong><br />
«Sì. Whitney Houston, Ol at uaanz&#8230;».<br />
<strong>Ora canti in spagnolo, portoghese e inglese. Hai ancora quei fogli coi testi scritti da tuo padre?</strong><br />
«Certo. Sono conservati nella mia prima casa di Solarolo. È la sede del fan club».<br />
<strong>Sei come Cavour. La targa sulla prima abitazione: “Qui ha vissuto Laura Pausini”.</strong><br />
«Dopo il primo Sanremo la gente ha cominciato a venire sotto casa in pellegrinaggio».<br />
<strong><em>La solitudine</em>, la tua canzone d’esordio a Sanremo, nel 1993, venne stroncata dalla critica.</strong><br />
«Avevo tutti contro. Nessuno escluso. Voto: 4».<br />
<strong>L’anno successivo sei arrivata terza con Strani amori. Ora quella canzone l’hai cantata in spagnolo (Amores extraños) al Madison Square Garden. Ma molti critici continuano a snobbarti: sei troppo nazionalpopolare.</strong><br />
«Io lo considero un complimento».<br />
<strong>È vero che dedichi un giorno l’anno ai tuoi seguaci?<br />
</strong>«Dopo l’ennesimo litigio con l’amministratore del mio condominio a causa dei cori notturni, ho chiesto ai ragazzi di non venire più sotto casa. In cambio gli dedico una giornata intera. Una festa. Cantiamo, parliamo&#8230; Quest’anno, a Milano il 23 dicembre, ci sarà pure la premiazione per il miglior tatuaggio».<br />
<strong>Come, scusa?</strong><br />
«Ho detto mille volte di non farlo, ma loro continuano a tatuarsi. E vogliono il premio. Un giorno a San Paolo, in Brasile, mi si è avvicinato un energumeno punk, pensavo fosse un seguace di Marilyn Manson, invece aveva tatuato in bocca: “Laura Pausini”».<br />
<strong>Che cosa ti domandano i fan con cui chatti?</strong><br />
«Di tutto. Ci sono anche quelli che non erano nati ai tempi di La solitudine. Ahh, invecchiooo. Ora, dato che nella casa di Brenda, la trans brasiliana dell’affaire Marrazzo, hanno trovato un mio disco, mi chiedono che impressione mi fa».<br />
<strong>Che impressione ti fa?</strong><br />
«Sono contenta che Brenda ascoltasse le mie canzoni. E trovo vergognoso il dibattito che c’è stato sui trans e sul Brasile. In Italia ci vorrebbero meno ipocrisie e più rispetto».<br />
<strong>Hai criticato chi cerca di impedire che l’Italia diventi veramente multirazziale.</strong><br />
«Siamo un popolo che ha avuto bisogno di accoglienza. Pure oggi, molti nostri giovani trovano ospitalità all’estero. Proprio noi facciamo problemi per accogliere gli altri?».<br />
<strong>Hai detto pure di essere cattolica, ma a favore dei Dico, della fecondazione assistita e via dicendo. Non ti schieri politicamente per non perdere fan?</strong><br />
«In realtà ora come ora non saprei nemmeno per chi votare».<br />
<strong>Qual è la scelta che ti ha cambiato la vita?</strong><br />
«Fermarmi è la scelta che me la cambierà».<br />
<strong>L’errore più grande che hai fatto?</strong><br />
«Fidarmi di persone che poi mi hanno fregato».<br />
<strong>Pensi mai che anche tra i parenti qualcuno potrebbe coccolarti solo perché sei Laura Pausini e magari gli puoi dare una mano?</strong><br />
«Certo. Ma va bene così».<br />
<strong>Hai sistemato tutta la tua famiglia?</strong><br />
«Più di quanto abbia sistemato me stessa. Un cugino mi chiede un lavoro? Venga pure. Ma che si impegni, che se no si becca <em>du’ ss-ciafon che gli spac la fazza</em>».<br />
<strong>Il Sole24Ore ha titolato: “Pausini, una voce da cento milioni”. Sei una Paperona.</strong><br />
«Hanno fatto male i conti».<br />
<strong>Piangi miseria?</strong><br />
«Ma no. Solo che le cifre che guadagno non sono neanche un decimo di quelle citate».<br />
<strong>Quando hai capito di essere una star?</strong><br />
«Nel 2004. Il mio metro per misurare la celebrità sono gli aeroporti. Fino a cinque anni fa, in qualche città passavo inosservata al metal detector. Ora mi fermano e sono gentili, ovunque. Insisto. So di essere una privilegiata, ma faccio una vita assurda. Se non fossi una maniaca dell’organizzazione&#8230; Guarda&#8230; qui ho il foglio con tutti i regali di Natale da fare. Ho cominciato ad aprile».<br />
<strong>È vero che hai catalogato le tue scarpe?</strong><br />
«Ne ho parecchie. Molte me le regalano gli stilisti. Dato che odio il disordine prima le ho fotografate e poi le ho messe dentro scatole bianche su cui ho attaccato la foto».<br />
<strong>Giorgio Armani ti ha sconsigliato il rosso.</strong><br />
«Mi ha sconsigliato qualsiasi colore. I colori ingrassano».<br />
<strong>Hai un clan di amici?</strong><br />
«Ho una tribù. I figli di Paolo. Sono tre».<br />
<strong>Ora che ti ritiri dal palco avrai meno occasioni di vedere il tuo fidanzato che è anche il tuo chitarrista.</strong><br />
«Andrò in Romagna, dove vive la mia famiglia. Credo che io e Paolo faremo su e giù tra Castel Bolognese e Roma».<br />
<strong>Hai duettato con Michael Jackson, Baglioni, Checco Zalone, Jovanotti, Pavarotti, James Blunt, Marc Anthony e molti altri. Hai mai rifiutato un duetto?</strong><br />
«Sì. Almeno sei/sette di quelli che mi ha proposto la mia casa discografica».<br />
<strong>E sono mai nate amicizie coi duettanti?</strong><br />
«È nato un bel feeling con Elisa, Giorgia, Fiorella Mannoia e Gianna Nannini&#8230; quelle con cui ho organizzato il concerto di San Siro del 21 giugno “Amiche per l’Abruzzo”».<br />
<strong>I maligni dicono che tu abbia bloccato l’uscita del dvd di quel concerto per dare precedenza al tuo.</strong><br />
«È una sciocchezza. Non era prevista alcuna uscita e a me faceva piacere che il lancio del dvd per l’Abruzzo fosse legato alla consegna della scuola ricostruita grazie ai soldi del concerto. Vorrei che quel 21 giugno diventasse un appuntamento fisso».<br />
<strong>A cena col nemico?</strong><br />
«No, dai. È una domanda troppo faticosa».<br />
<strong>Il libro preferito?</strong><br />
«La ragazza di Bube di Cassola. Appena riletto».<br />
<strong>Il film?</strong><br />
«Forrest Gump. C’è tutto lì dentro».<br />
<strong>La canzone?</strong><br />
«Dovresti chiedere una pagina in più per avere questa risposta. Ho un elenco lunghetto».<br />
<strong>Allora dimmi una canzone che non canteresti.</strong><br />
«Da ragazzina litigavo con mio padre sulle canzoni da cantare. Una sera mi rifiutai di intonare Se m’innamoro dei “Ricchi e Poveri”».<br />
<strong>I confini del Venezuela?</strong><br />
«Colombia, Brasile, i Caraibi…».<br />
<strong>Sai quanto costa un litro di latte?</strong><br />
«Quella volta all’anno che faccio la spesa butto nel carrello senza guardare».<br />
<strong>Quanti anni ha la Costituzione?</strong><br />
«Lo sapevo che mi domandavi questa cosa».<br />
<strong>Quindi sei andata a controllare?</strong><br />
“No. Non ne ho idea».</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.vittoriozincone.it/interviste/laura-pausini-sette-dicembre-2009/feed/</wfw:commentRss>
		</item>
	</channel>
</rss>
