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	<title>Vittorio Zincone</title>
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		<title>Oliviero Toscani (Sette - luglio 2010)</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Jul 2010 13:49:38 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Oliviero Toscani, 68 anni, fissa la telecamerina. Ci siamo accordati per un’intervista via Skype. Compare sullo schermo del mio pc in camicia nera e occhiali dalla montatura rossa. La conversazione è graffiata dai difetti della connessione Internet. Gli slogan e i giudizi perentori, però, sono comprensibilissimi. I pubblicitari? «Sacrificano la creatività sull’altare del consenso». Il premier? «Sembra il comico Carlo Dapporto». I vestiti griffati? «Sono il burqa delle donne italiane». Toscani è maestro e icona della comunicazione. Ora ha ideato il progetto “Nuovo Paesaggio Italiano” (NPI): tutti gli italiani sono invitati a mandargli uno scatto che testimoni la deturpazione del paesaggio. Le foto vengono stampate su un gigantesco rotolo di carta. Il primo è in mostra in questi giorni a Petra-Suvereto. «Per pulire gli escrementi del Paese. Potrebbe essere una vera rivoluzione». Partiamo da qui.<br />
<strong>Le foto che fanno la rivoluzione?</strong><br />
«Una rivoluzione pacifica. Uno scatto può essere più dirompente di un esercito».<br />
<strong>Già. Ma che cosa deturpa il paesaggio e cosa no? Chi lo decide? Lei e Salvatore Settis, direttore della Normale di Pisa e co-promotore di NPI, per esempio, la pensate diversamente sui parchi eolici.</strong><br />
«A me le pale eoliche in certi luoghi sembrano stupende. Il guaio è che le mafie hanno fiutato l’affare e ci stanno mettendo le mani sopra. Ma allora che facciamo, non costruiamo neppure il Ponte sullo Stretto?».<br />
<strong>Lei è favorevole al Ponte?</strong><br />
«Certo».<br />
<strong>Gli ambientalisti più intransigenti considerano il Ponte il padre di tutte le deturpazioni.</strong><br />
«L’Italia non è la Patagonia. Qui non si viene per vedere la natura. L’Italia è il Paese dei paesaggi costruiti dall’uomo, dei grandi architetti: da Brunelleschi a Renzo Piano. La deturpazione è fatta di cattiva architettura. In Italia dal 1945 a oggi il 4% degli edifici è stato costruito da architetti, il 96% da “geometri con la tessera di partito”. Il problema non è il cemento. Ma come viene usato».<br />
<strong>Da milanese condivide la preoccupazione di chi teme un’ondata di cemento con l’Expo 2015?</strong><br />
«Temo la mediocrità. Per l’Expo avevo proposto a Stanca e agli organizzatori di fare di Milano la capitale del dibattito sui grandi temi che il mondo ha paura di affrontare: lo sfruttamento minorile, l’integrazione&#8230;».<br />
<strong>Che cosa le hanno risposto?</strong><br />
«Nulla. Ora sono pronto a scommettere che l’Expo sarà mediocre. Una cagata. Sento parlare di cibi tipici e tende bianche. Da milanese sono imbarazzato».<br />
<strong>Milano, capitale della moda.</strong><br />
«La moda, il burqa delle donne occidentali».<br />
<strong>Barbara Alberti ha detto che il vero burqa è la chirurgia estetica.<br />
</strong>«Sul rapporto tra donne e bisturi sto preparando una campagna. Quelle facce siliconate senza espressione&#8230; Sa qual è la verità? Mentre la donna musulmana si vuole bene, la donna occidentale ormai non accetta più se stessa. E comincia sin da ragazza a non avere più rispetto della sua bellezza. Le spiego come funziona un set della moda?».<br />
<strong>Racconti.</strong><br />
«La maggior parte delle volte le modelle arrivano già in forma di larva, scheletriche. Quando non è così, e si presentano delle ragazze bellissime, in scarpe da ginnastica e coda di cavallo, ci pensano i parrucchieri e le stylist delle riviste a rendere irriconoscibili quelle bellezze. Le giovani che poi leggono i giornali si sentono inadeguate. Pensano che così come sono saranno emarginate e allora corrono dal chirurgo o a comprare vestiti orribili».<br />
<strong>Lei lavora da anni nel lucente mondo della moda.</strong><br />
«Quando vedo un comportamento degenerato lo denuncio: ricorda la campagna contro l’anoressia? Prima le modelle non erano mica così&#8230;».<br />
<strong>Come erano?</strong><br />
«Sono stato tra i primi a fotografare Monica Bellucci. La chiamavo “il panetto di burro”. Rende l’idea? Naomi Campbell era toblerona&#8230; anzi&#8230; toblerina&#8230; e quando la incontro ancora cinguetta quel nickname».<br />
<strong>Come si è arrivati agli scheletri?</strong><br />
«Con il dominio gay. Meno donne scopabili, più stampelle ambulanti».<br />
<strong>Le daranno dell’omofobo.</strong><br />
«Ma figuriamoci. Sull’omofobia ho scritto un libro: Homofobicus».<br />
<strong>Come si è avvicinato alla moda?<br />
</strong>«Per ridere. Quando ho cominciato a fare il fotografo facevo reportage sulla mia generazione. Quelli della Rizzoli videro un lavoro sull’esplosione delle minigonne e mi chiesero di occuparmi di moda».<br />
<strong>La sua prima foto?</strong><br />
«A cinque anni. Mio padre, Fedele, è stato il primo fotoreporter del Corriere. Ha fondato un paio di agenzie. Mi regalò una macchinetta. Il primo scatto lo feci a mia madre, mentre stava alla macchina da cucire».<br />
<strong>Un’infanzia a pane e rullini?<br />
</strong>«Abbastanza. L’agenzia di mio padre era accanto allo studio di Indro Montanelli».<br />
<strong>Si conoscevano?</strong><br />
«Certo. È di papà la foto di Montanelli seduto su una pila di giornali, mentre scrive con l’Olivetti Lettera 22. Quello studio era più che altro un pied-à-terre. Indro era un mandrillone. Ci portava le signorine».<br />
<strong>Il suo primo servizio di moda a quando risale?</strong><br />
«A metà anni Sessanta. Per Annabella. Due ragazze con impermeabili colorati e due tubi dell’acqua sgargianti. Scattammo nel cortile della Rizzoli. Preferivo ragazze rimorchiabili alle modelle tipo Capucine, che si presentavano sul set coi levrieri».<br />
<strong>C’è un momento preciso in cui sfonda?</strong><br />
«Feci una specie di concorso per una campagna dell’Eni. E Cefis scelse proprio me. Il servizio uscì sulla prima doppia pagina centrale a colori del Giorno. Cominciarono a chiamarmi da tutto il mondo».<br />
<strong>Andò a vivere a New York.</strong><br />
«Dal ’72 al ’76. Divertentissima. Si usciva con Lou Reed e David Bowie. Prima ero stato nella swinging London per sei mesi. Ho avuto un culo pazzesco».<br />
<strong>Invece stava rivoluzionando la comunicazione fotografica. Tra il 1982 e il 2000 è stato l’uomo dell’immagine Benetton.</strong><br />
«Per la pace, contro la pena di morte, per l’integrazione, contro il razzismo».<br />
<strong>Campagne social, ma pur sempre per vendere vestiti.</strong><br />
«L’artista, per avere la libertà espressiva che gli serve e di cui gode tutta la società, deve prima di tutto arricchire il committente».<br />
<strong>Sembra una formula auto-giustificante.</strong><br />
«Molti capolavori del passato nascono come pubblicità per la Chiesa. Ma poi l’opera d’arte resiste. Le mie campagne e le mie foto, se le ricordano tutti».<br />
<strong>Preti che baciano suore, malati di Aids, divise insanguinate. Ora c’è qualche campagna pubblicitaria in giro che l’ha impressionata?</strong><br />
«No. Si spendono miliardi per spot osceni della telefonia. Un testimonial e via. I pubblicitari non hanno le palle per imporre la creatività. Si tengono sempre sotto la linea del prodotto: creano in funzione del prodotto. Io faccio il contrario».<br />
<strong>Cioè?</strong><br />
«Ho un’idea, un messaggio che parla di un problema. E cerco qualcuno a cui interessi».<br />
<strong>Non sempre il messaggio è compatibile con un prodotto da pubblicizzare.</strong><br />
«Questo lo pensano i creativi senza idee».<br />
<strong>Visto che critica le compagnie telefoniche, regali loro un’idea.</strong><br />
«“Nuovo Paesaggio Italiano” è già un’idea. “Un mms gratis a chiunque invii una segnalazione di paesaggio deturpato”. Oppure “Razza Umana”&#8230;».<br />
<strong>Altro suo progetto, con ritratti di gente comune.</strong><br />
«Siamo arrivati a 10mila. Ogni uomo è un’opera d’arte».<br />
<strong>C’è qualche campagna di cui si è pentito?</strong><br />
«No, al massimo avrei dovuto osare di più. La comunicazione vera lascia il segno».<br />
<strong>Lei ha difeso pure il fotomontaggio di Saviano all’obitorio.</strong><br />
«Certo».<br />
<strong>Saviano è davvero minacciato dalla camorra. Rischia la vita.</strong><br />
«Quell’immagine ci ricorda che saremo tutti responsabili se gli succederà qualcosa. Basta col moralismo sull’arte! Il problema è la camorra, non quella foto. Il problema è la mafia, non chi ne parla. La politica invece di censurare dovrebbe risolvere i problemi».<br />
<strong>Politica. Lei è radicalpannelliano. Alle ultime regionali si stava per candidare alla presidenza della Toscana.</strong><br />
«Ho chiesto un passaggio al centrodestra».<br />
<strong>Perché poi ha desistito?</strong><br />
«Anche perché da Salemi, dove sono stato assessore di Sgarbi, mi arrivò una strana telefonata da parte di un vecchio politico siciliano in odor di malaffare. Diceva: “In Toscana abbiamo amici, se ti serve&#8230;”. Pensai: “Se qualcuno ci ha intercettato, anche se ho rifiutato l’aiuto, appena mi candido mi arrestano”. La politica in Italia fa cagare».<br />
<strong>Non si salva nessuno?</strong><br />
«Bersani. Anche se non ha ancora avuto il coraggio di ringiovanire e ribaltare il partito. È capace. Invece qui si preferisce Carlo Dapporto».<br />
<strong>Chi sarebbe?<br />
</strong>«Berlusconi. Gli somiglia no? Dovrebbe governare, invece è comico. Ma che cosa è successo a questo Paese? Si sono spenti tutti i cervelli. Siamo in piena idiotocrazia».<br />
<strong>Idio&#8230; che cosa?</strong><br />
«Idiotocrazia. Con cittadini teleidioti. Impigriti davanti alla tv».<br />
<strong>Lei che cosa guarda in tv?</strong><br />
«Solo il calcio».<br />
<strong>A cena col nemico?</strong><br />
«Il Papa. Mi piacerebbe fare il suo mestiere».<br />
<strong>Qual è la scelta che le ha cambiato la vita?</strong><br />
«Smettere di voler fare il prete. Quando ho scoperto le ragazze, a tredici anni».<br />
<strong>Sa quanto costa un litro di latte?</strong><br />
«No. Per molto tempo non ho saputo nemmeno quanto costasse un rullino fotografico».<br />
<strong>Quanti anni ha la Costituzione?</strong><br />
«Hanno finito di scriverla nel 1948».<br />
<strong>Il libro preferito?</strong><br />
«<em>Pinocchio</em>, o uno qualsiasi di Emil Cioran».<br />
<strong>La canzone?</strong><br />
«<em>The times they are a-changin’</em>, di Dylan».<br />
<strong>Il film?</strong><br />
«Il cinema mi annoia. L’unico film che salvo è <em>Nostra signora dei turchi</em>, di Carmelo Bene. Lui era un vero genio».<br />
<strong>Lo ha conosciuto?</strong><br />
«Nel 1967, a Roma, feci un servizio per <em>Vogue uomo</em>, con alcuni giovani talenti. Lui si presentò sotto la pioggia in ciabatte di feltro, zuppo. Poi indossò la giacca del servizio, cominciò ad arricciarla e si mise le mani in tasca. Con quella sua voce che è un’orchestra mi chiese: “C’è qualcosa che non va?”».<br />
<strong>Lei che cosa rispose?</strong><br />
«Nulla. Era perfetto. Pur essendo tutto sbagliato. Era un’immagine rivoluzionaria. È stata una folgorazione».</p>
<p> <a href="http://www.vittoriozincone.it">www.vittoriozincone.it</a><br />
 © RIPRODUZIONE RISERVATA</p>
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		<title>Antonio Skármeta (Sette - luglio 2010)</title>
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		<pubDate>Thu, 15 Jul 2010 07:18:20 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Ha venduto milioni di libri in tutto il mondo ed è l’autore de Il postino di Neruda, il romanzo che ispirò l’ultimo film di Massimo Troisi (Il postino). Antonio Skármeta, 69 anni, cileno, è il gigante amabile della letteratura latinoamericana. È stato pluripremiato da accademie e critici assortiti. E le sue opere sono tradotte in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ha venduto milioni di libri in tutto il mondo ed è l’autore de <em>Il postino di Neruda</em>, il romanzo che ispirò l’ultimo film di Massimo Troisi (<em>Il postino</em>). Antonio Skármeta, 69 anni, cileno, è il gigante amabile della letteratura latinoamericana. È stato pluripremiato da accademie e critici assortiti. E le sue opere sono tradotte in trentacinque lingue. Cosmopolita e globetrotter, vive a Santiago, ma è stato per molti anni in Germania: prima come esiliato e poi come ambasciatore.<br />
Lo incontro in Italia. Per il <em>Napoli Teatro Festival</em> ha scritto una pièce appassionata. Titolo: <em>18 carati</em>. Me ne parla mentre sprofonda nella poltrona di un albergo partenopeo. Skármeta somiglia a uno dei personaggi che ha più amato da bambino: il Garrone di Cuore. Grande, grosso e cortese. Ogni frase un sorriso, avvolto in uno spagnolo morbido con cui cita poeti e narratori. Quando viene a sapere che gli chiederò qualcosa sul rapporto tra scrittura, informazione e tecnologia, dice: «Non vorrei sembrare un vecchio gagà, ma sms, Twitter e quella roba lì non mi entusiasmano». Partiamo da qui, allora.<br />
<strong>Che cosa ha contro la tecnocomunicazione?</strong><br />
«La tecnologia tende a comprimere il messaggio. E lo scambio di informazioni accelerato mi interessa poco».<br />
<strong>Vorrebbe meno informazioni in circolazione?</strong><br />
«No. Vorrei più comunicazione. Roba con l’anima. Gli strumenti “hi tech&amp;on line” hanno creato un vortice di news spesso inesatte o che già si conoscono. Il banale che replica il banale nel regno del luogo comune».<br />
<strong>Lei usa molto Internet?</strong><br />
«Sì. E considero Google una grande espressione di democrazia. Una democrazia fantastica, ma un po’ tonta».<br />
<strong>Tonta?</strong><br />
«Pagherei molti soldi per un motore di ricerca che usasse fonti sicure e che desse certezza delle informazioni. Lo dico perché me ne sono successe di tutti i colori».<br />
<strong>Un esempio?<br />
</strong>«Una casa editrice spagnola mi ha ribattezzato Juan Antonio Skármeta».<br />
<strong>C’è un Juan di troppo.</strong><br />
«Già, ma su Internet gli risultava così e quindi&#8230; Altri hanno aggiunto un Esteban al mio nome, andandolo a pescare all’anagrafe di Antofagasta, il paesino dove sono nato. Su una rivista ho letto che con la mia seconda moglie, Nora, avrei due figli: Fabián e Javier. Be’, Javier è figlio di Internet. Non mio».<br />
<strong>Lei scrive col computer?<br />
</strong>«Sì. Di mattina. In una dépendance della mia casa di Santiago».<br />
<strong>Ha qualche rito particolare?</strong><br />
«I miei figli più grandi, Beltrán e Gabriel, dicono che mentre scrivo ballo. Senza accorgermene mi agito. Sarà per dare leggerezza al mio corpaccione. Ho proprio una passione per l’atto di scrivere. La pagina bianca, il ticchettio della tastiera…».<br />
<strong>Quando ha cominciato a scrivere?</strong><br />
«A otto anni. Poesie e piccole avventure. Raccontavo ai miei compagni le storie che mia nonna raccontava a me».<br />
<strong>Viveva con sua nonna?</strong><br />
«Ci passavo molto tempo. Quando mancava la corrente, mi chiedeva di inventare un seguito alle novelle radiofoniche di cui lei era ascoltatrice vorace. Mi sentii grande il giorno in cui mi chiese di improvvisare il racconto anche se c’era la corrente. Quell’immersione nella narrazione orale è stata fondamentale per la mia scrittura».<br />
<strong>Una gavetta involontaria?</strong><br />
«È stato un allenamento alla spontaneità del linguaggio. Spontaneità che si sta perdendo per colpa dell’iperintellettualizzazione della scrittura e della pesantezza del sapere».<br />
<strong>Il suo sembra un invito alla leggerezza.</strong><br />
«Non lo è. A me piace la complessità. Ma non si deve sacrificare la capacità di rendere il suono, anche ludico, della scrittura. Un tratto, peraltro, tipicamente sudamericano. Borges è un esempio di questo connubio: pur gonfiando di sapere le sue opere, ha mantenuto un sapore orale. Certe sue pagine sembrano una milonga».<br />
<strong>Qual è stato il suo primo lavoro?</strong><br />
«I miei genitori erano poveri. Emigrarono in Argentina per trovare lavoro. A dieci anni facevo il garzone di un fruttivendolo di origini napoletane a Buenos Aires. Poi sono tornato a studiare filosofia in Cile. E mi sono specializzato a New York, alla Columbia. Rientrato a Santiago ho cominciato a fare pure il giornalista».<br />
<strong>Nel Prologo de “Il postino di Neruda” racconta che da cronista la mandavano a carpire i segreti della vita sessuale del poeta.</strong><br />
«È un’invenzione. In realtà andavo a trovare Neruda sulla mia “due cavalli” per chiacchierare. Ci portavo anche la mia fidanzata per farle vedere di chi ero amico».<br />
<strong>Il suo primo libro?</strong><br />
«El entusiasmo, del 1967. Ai tempi del colpo di Stato di Pinochet, nel 1973, insegnavo all’Università ed ero già abbastanza noto».<br />
<strong>Faceva anche politica?</strong><br />
«Sì, in un gruppetto che si chiamava MAPU: Movimento di azione popolare unitaria».<br />
<strong>Dopo il colpo di Stato fuggì in Germania.</strong><br />
«Un regista tedesco che era venuto a girare un film sulla primavera di Salvador Allende mi trovò una “borsa di lavoro” e io ne approfittai. Prima però passai un anno in Argentina. La mia famiglia soffre ancora oggi per la mia scelta di andar via».<br />
<strong>Fu una scelta obbligata?</strong><br />
«Due miei amici sparirono in quei giorni. Tutti i miei colleghi universitari si rifugiarono in qualche ambasciata».<br />
<strong>In molti suoi libri manca una generazione, la sua.</strong><br />
«È vero. È la generazione soffocata dalla dittatura. Esiliata. Desaparecida. Cerco di limitare le parti che ne parlano perché altrimenti il dolore si ingoierebbe tutto il romanzo».<br />
<strong>L’esilio&#8230;</strong><br />
«In Pinocchio, romanzo che lessi da bambino, c’è una metafora perfetta dell’esilio. Il burattino arriva sulla spiaggia dopo essere fuggito dal ventre del pescecane e dice: “Potrei avere qualcosa da mangiare senza rischiare di essere mangiato?”. Cioè: posso continuare a essere me stesso senza che la società che mi ospita divori la mia identità?».<br />
<strong>Lei ha scritto “Il postino di Neruda”, in esilio.</strong><br />
«Il titolo originale è <em>Ardiente paciencia</em>. Un’espressione che Neruda aveva usato durante la cerimonia del Nobel, presa in prestito da Rimbaud».<br />
<strong>Perché cambiò titolo?</strong><br />
«Agli editori italiani sembrava più appropriato <em>Il postino di Neruda</em>».<br />
<strong>Una volta disse che deve molto al film con Troisi.</strong><br />
«Prima i miei romanzi erano tradotti in 15 lingue e ne veniva stampata una nuova edizione ogni tre anni. Dopo il film si passò a 35 lingue e a un’edizione l’anno. A settembre Placido Domingo porterà in scena a Los Angeles un’opera lirica ispirata al Postino».<br />
<strong>Lei ha conosciuto Troisi?</strong><br />
«L’ho incontrato una volta. Mi voleva mostrare come avrebbe interpretato il protagonista. Poi parlammo per ore: di donne e di calcio».<br />
<strong>Donne. Il Cile ha avuto per quattro anni una presidentessa donna: Michelle Bachelet.</strong><br />
«Bachelet è una metafora, un simbolo vivente del Cile: il padre era un militare contrario a Pinochet, che morì dopo l’arresto. Lei è stata imprigionata, esiliata, ha fatto la resistenza, è stata ministro e infine, da presidente, ha dimostrato un forte spirito di riconciliazione».<br />
<strong>Ora in Cile c’è un presidente di centrodestra, Piñera. È anche un imprenditore televisivo. Come il nostro Berlusconi.</strong><br />
«E come lui non è altissimo. Bachelet ha lasciato la presidenza con l’80% dei consensi. Ma non era rieleggibile. Tra quattro anni si potrà ripresentare. Posso essere sincero?».<br />
<strong>Certo.</strong><br />
«Piñera sta seguendo esattamente la linea della concertazione democratica dei precedenti governi a guida socialista e democristiana: Bachelet, Lagos&#8230;».<br />
<strong>Lagos nel 2000 la fece ambasciatore in Germania. Allende nominò Neruda ambasciatore a Parigi.</strong><br />
«Sono stati ambasciatori anche il messicano Carlos Fuentes e il guatemalteco Octavio Paz. È un modo per far capire al mondo quanto amiamo la letteratura».<br />
<strong>Neruda, Paz&#8230; Tutti Nobel&#8230;</strong><br />
«Io no».<br />
<strong>Lei ha preso altri premi: il Planeta, il Medici&#8230;</strong><br />
«Sono legato al Premio Flaiano. Mi riconosco in una frase dello stesso Flaiano: “Sognatore è un uomo con i piedi fortemente appoggiati sulle nuvole”. Io sono un sognatore».<br />
<strong>Qual è l’errore più grande che ha fatto?</strong><br />
«Per molto tempo mi sono preoccupato solo di me stesso. Fino al 1969. Poi ho imparato a occuparmi degli altri. Si vive meglio».<br />
<strong>La scelta che le ha cambiato la vita?</strong><br />
«Nel 1967. Quando ho deciso di scrivere a modo mio. Senza badare alle mode o alle pressioni degli editori. Così ho trovato la mia identità narrativa».<br />
<strong>Che cosa guarda in tv?</strong><br />
«Solo il calcio. Ma la tv mi piace. Rientrato dall’esilio, dopo il 1989, ho condotto una trasmissione che si chiamava Lo show dei libri. All’inizio non volevano farmela fare».<br />
<strong>Perché?<br />
</strong>«Per snobismo. Perché si aspettavano un impegno più politico. E perché i libri in tv non sfondano. Per me, invece, era importante riavvicinare i cileni alla lettura».<br />
<strong>Risultato?</strong><br />
«La prima settimana facemmo il 3% di share. La seconda il 7%. Alla quinta, la nostra era una delle cinque trasmissioni più seguite del Paese. Sono andato avanti dieci anni».<br />
<strong>Qual è il libro della sua vita? Il preferito?</strong><br />
«L’<em>Amleto</em> di Shakespeare».<br />
<strong>Un autore italiano?<br />
</strong>«Calvino e Pratolini».<br />
<strong>Il film?</strong><br />
«<em>I soliti ignoti</em>&#8230; esilarante. E poi <em>Cabaret</em>: sintesi di musica, politica e spettacolo».<br />
<strong>La canzone?</strong><br />
«<em>Ne me quitte pas</em>, di Jacques Brel e <em>In my life</em> dei Beatles. In my life, I’ve loved them all&#8230;».<br />
<strong>Che fa, canta?</strong><br />
«E quando posso ballo».<br />
<strong>Specialità?</strong><br />
«Il twist. Quando ero ragazzo, a Santiago, ci scatenavamo con Edoardo Vianello: “Guarda come dondolo”. Scrivo pure canzoni. Ora sto finendo i testi per un disco di Toquinho, il chitarrista brasiliano. Lavoriamo insieme da due anni. Mi ha regalato la chitarra con cui ha composto Acquarello. La tirerò fuori dalla custodia solo se Eric Clapton mi verrà a trovare a Santiago e mi chiederà di suonarla».<br />
<strong>Domanda finale. Quanto costa un litro di latte?</strong><br />
«Non lo so. Se entro in un supermarket, mi viene uno svenimento». <br />
 <a href="http://www.vittoriozincone.it">www.vittoriozincone.it</a><br />
 © RIPRODUZIONE RISERVATA</p>
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		<title>Enrico Rossi (Sette - luglio 2010)</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Jul 2010 13:57:48 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Enrico Rossi, 51 anni, presidente della Toscana, è figlio dell’antico apparato comunista e della provincia operaia. Lo incontro a palazzo Strozzi Sacrati, a Firenze: affreschi alle pareti e wireless in ogni stanza. Mi accoglie in maniche di camicia. È alto e parla con voce piana. Sfoggia toscanismi: duecentocinquanta euro, diventano dogenginquanteuro. È antiblairista, antileaderista e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Enrico Rossi, 51 anni, presidente della Toscana, è figlio dell’antico apparato comunista e della provincia operaia. Lo incontro a palazzo Strozzi Sacrati, a Firenze: affreschi alle pareti e wireless in ogni stanza. Mi accoglie in maniche di camicia. È alto e parla con voce piana. Sfoggia toscanismi: duecentocinquanta euro, diventano dogenginquanteuro. È antiblairista, antileaderista e sostiene che un po’ di berlusconismo abbia attecchito anche tra i “democratici”. Quando gli cito il suo collega del Pd, Enrico Letta, che vorrebbe un “partito più sexy”, mi guarda come se fossi un marziano. Rossi, che prima di diventare governatore ha amministrato la salute dei toscani per due lustri, è un paladino della sanità pubblica (“Laica e con i conti a posto”). Ora è in trincea per difendere le casse delle Regioni dai tagli tremontiani: «Vedo un governo centralista, che usa il federalismo per scaricare la crisi sui livelli regionali».<br />
<strong>Dovete tagliare e tagliare.</strong><br />
«In Toscana abbiamo tagliato pure il numero di assessori da 14 a 10».<br />
<strong>I governatori Zaia e Cota si ridurranno lo stipendio.</strong><br />
«Anche dopo la riduzione, il loro stipendio sarà molto superiore al mio».<br />
<strong>Lei quanto guadagna?</strong><br />
«Settemilacinquecento euro al mese. Tanto. Però viaggio in seconda classe. Lo dovrebbero fare tutti. Fa bene. Si sta tra i cittadini».<br />
<strong>L’accuseranno di demagogia.</strong><br />
«So che risparmi simili sono più simbolici che efficaci. I problemi sono altri. Ma la sinistra deve riappropriarsi anche di gesti simbolici».<br />
<strong>Il suo slogan/simbolo per il futuro del Pd?</strong><br />
«Il Pd deve viaggiare in seconda».<br />
<strong>Le Regioni spendono e spandono per la sanità.</strong><br />
«La sanità toscana ha i conti in regola: pareggio di bilancio. È stata lodata pure da Tremonti».<br />
<strong>Come ci siete riusciti?</strong><br />
«Con regole anti-lottizzazione per la scelta del personale, autovalutazioni quotidiane e con l’occhio fisso sui conti».<br />
<strong>La differenza fondamentale con la sanità lombarda?</strong><br />
«In Lombardia la sanità è in mano ai privati. Al profitto. Questo mette a rischio l’equità di accesso ai servizi».<br />
<strong>Il Lazio&#8230;</strong><br />
«Nel Lazio c’è il non governo della sanità. Da anni. Troppe pressioni e troppi privati in gioco. Per gestire la sanità bisogna faticare giorno dopo giorno. La politica deve imporre anche sacrifici».<br />
<strong>La sua mannaia dove ha colpito?</strong><br />
«Ho chiuso cinquanta ospedali e molti “punti nascita” periferici, per esempio. Ma poi qui abbiamo tolto il ticket sui farmaci. E grazie alla sanità in pareggio, le nostre tasse regionali (Irap e Irpef) oggi sono di 16,30 euro pro capite. Nel Lazio se ne pagano 178,31».<br />
<strong>È vero che da voi la fecondazione assistita è gratis?</strong><br />
«Si paga un ticket di qualche decina di euro. L’ho considerata una scelta pro-life».<br />
<strong>Il fronte pro-life contesta la sperimentazione della pillola abortiva Ru486.</strong><br />
«Siamo in Europa. Punto».<br />
<strong>La sanità toscana, il 70% del bilancio regionale, è sempre stata gestita da ex Pci. Ora lei l’ha affidata a Daniela Scaramuccia, manager 36enne di McKinsey.</strong><br />
«Una scelta gramsciana: la competenza in politica. L’opposto del chiacchiericcio televisivo. Scaramuccia è una scelta innovativa».<br />
<strong>Anche nel Pd si dovrebbe rinnovare la classe dirigente?</strong><br />
«Sì. Ma premiando il merito. E dando al merito un’accezione non berlusconiana».<br />
<strong>E cioè?</strong><br />
«Quella che mi ha suggerito mio figlio Cesare, ventunenne, durante l’ultima campagna elettorale: la meritocrazia è il principio per cui si premia chi si impegna di più per dare di più agli altri».<br />
<strong>Una socialmeritocrazia.</strong><br />
«Accettabile pure da chi ha radici egualitariste come me».<br />
<strong>Radici. Mi racconta la sua infanzia?</strong><br />
«Sono nato nel padule di Bientina. Mia madre era operaia tessile. Mio padre camionista».<br />
<strong>Lei era adolescente negli anni Settanta. È stato gruppettaro?</strong><br />
«Al ginnasio ho avuto una piccola sbandata per il gruppo del Manifesto. Avevo già la tessera dei giovani comunisti della Fgci. In quel periodo conobbi Renzo, un compagno operaio della Piaggio di Pontedera. Mi fece da guida».<br />
<strong>Università?</strong><br />
«A Pisa. Filosofia. Avrei voluto fare politica lì. Ma il partito mi chiese di candidarmi a Pontedera».<br />
<strong>Obbedì?</strong><br />
«Certo. Dopo la laurea cominciai a collaborare con il Tirreno. Feci pure domanda per insegnare in una scuola di Lecco».<br />
<strong>Non la presero?</strong><br />
«Al contrario. Ma nel frattempo mi era arrivata l’offerta di fare il funzionario di partito. Per me era il massimo. Divenni vicesindaco».<br />
<strong>Da sindaco di Pontedera vinse la battaglia per mantenere in città gli stabilimenti Piaggio.</strong><br />
«Volevano trasferirli a Nusco, in Campania. Bloccammo tutto e poi facemmo l’accordo. Quelli di Rifondazione tappezzarono la città con manifesti in cui mi si dava del traditore. Loro l’accordo non lo gradivano».<br />
<strong>La storia si ripete. A Pomigliano con la Fiat.</strong><br />
«Lì si esagera. Nell’accordo si tocca un principio fondamentale: il diritto allo sciopero».<br />
<strong>Qual è la scelta che le ha cambiato la vita?</strong><br />
«Accettare di fare politica, nel 1989».<br />
<strong>Come visse in quell’anno il crollo del Muro, la svolta di Occhetto, il cambio del nome&#8230;</strong><br />
«Ero d’accordo con la svolta. Sono meno d’accordo con chi non rivendica il nostro passato».<br />
<strong>Fassino e Veltroni in tempi diversi hanno detto che Craxi innovò più di Berlinguer.</strong><br />
«Non amo il revisionismo degli epigoni che lei ha citato. Anche loro sono figli della storia del Pci. Una storia fatta di eticità della politica. Certo, negli anni Ottanta eravamo ingessati. E prima avevamo commesso un vero delitto».<br />
<strong>Quale delitto?</strong><br />
«Non uscire in tempo dalla gabbia sovietica. Recentemente a una cena pisana in cui si discuteva della qualità della classe dirigente, ho chiesto ad Alfredo Reichlin: “Se eravate così bravi, perché non vi siete accorti di quanto fosse tragico il legame con l’Urss?”».<br />
<strong>Che cosa le ha risposto?</strong><br />
«Credo che nel suo ultimo libro, <em>Il midollo del leone</em>, su questo punto ci sia una forte autocritica».<br />
<strong>Reichlin scrive anche: «Non è stata solo colpa della destra se l’asse della politica si è spostato verso una sorta di neoindividualismo rampante».</strong><br />
«Musica per le mie orecchie».<br />
<strong>Enrico Letta recentemente ha lanciato una provocazione: «Dopo Berlusconi, sarà possibile avere una guida non carismatica?».</strong><br />
«Se per leader carismatico si intende quello che va in tv, il fighetto, mi auguro che se ne possa fare a meno. Anche perché Berlusconi il carisma ce l’ha, e gli viene dalla sua storia. Su quel piano, partiamo sconfitti».<br />
<strong>Mi sembra di capire che non fa suo lo slogan lettiano “Dobbiamo diventare più sexy”.</strong><br />
«Direi di no. Invece di aspirare a una sensualità politica dovremmo tornare a rappresentare il lavoro. L’idea che un partito laburista non debba avere un blocco sociale di riferimento viene da Tony Blair. Io considero il blairismo una malattia mortale della sinistra».<br />
<strong>Opposizione debole e litigi. Ignazio Marino recentemente ha definito il Pd un bradipo quando si deve muovere sul territorio e un rapace quando c’è da gestire le poltrone.</strong><br />
«Definizione fantasiosa».<br />
<strong>Si discute anche sulla selezione della classe dirigente: primarie sì o no.<br />
</strong>«Ho fatto le primarie due volte per essere candidato consigliere regionale».<br />
<strong>Ma non per la candidatura alla presidenza della Regione.</strong><br />
«Non ce n’è stato bisogno».<br />
<strong>Il segretario del Pd va scelto con le primarie?</strong><br />
«Il segretario va scelto dagli iscritti. Il candidato premier con le primarie allargate».<br />
<strong>C’è chi pensa che un buon candidato del centrosinistra potrebbe essere Vendola.</strong><br />
«Reintrodurrei il costume per cui prima di candidarsi premier si dovrebbe svolgere fino in fondo il ruolo per cui si è stati eletti. Trovo singolare il modo in cui la nuova politica sembra allergica al cursus honorum».<br />
<strong>Vendola ha decenni di esperienza alle spalle.<br />
</strong>«È appena stato rieletto. Dimostri di gestire bene la sanità e di non sfondare i bilanci, prima di ambire alla premiership. Vengo da una scuola politica in cui i passaggi avvengono secondo un principio di rinnovamento nella continuità. Il Pd dovrebbe ritrovare questo passo».<br />
<strong>Vede molti saltatori di tappe?</strong><br />
«Succede quando il partito smette di avere una progettualità, di essere un insieme di persone con lo stesso obiettivo al servizio del Paese. Oggi prevale un’idea berlusconiana e liberista».<br />
<strong>Anche nel Pd?</strong><br />
«Anche. C’è la centralità assoluta dell’individuo».<br />
<strong>È un male?</strong><br />
«Sì. Se il successo personale va a scapito di quello collettivo».<br />
<strong>Lei è favorevole alla doppia affiliazione: partito/massoneria?</strong><br />
«Appartengo alla nobile razza di chi ritiene l’iscrizione alla massoneria prima di tutto volgare. Passare dal partito di massa al partito massone, mi pare eccessivo».<br />
<strong>Un ex sindaco di Pistoia del Pd ha proposto di eliminare tutte le vie intitolate a Togliatti.</strong><br />
«Mi pare un errore. Soprattutto storico».<br />
<strong>Errori. Negli ultimi anni, il Pd toscano ha avuto molti guai giudiziari: assessori indagati e costretti alle dimissioni&#8230; E poi, Criccopoli&#8230;</strong><br />
«Distinguiamo. Alcuni esponenti del Pd sono stati sottoposti a verifiche giudiziarie. Ma non ci avviciniamo nemmeno lontanamente alla situazione di Criccopoli».<br />
<strong>A cena col nemico?</strong><br />
«Con Fini. Anche se, diciamolo: lui alza il dito contro il premier e poi lo stesso dito lo usa per votare le leggi di Berlusconi… Così alla fine la compagine di governo resiste».<br />
<strong>Lei ha un clan di amici?</strong><br />
«Pochi. Uno su tutti: Roberto. Fa teatro».<br />
<strong>L’errore più grande che ha fatto?</strong><br />
«Mi conosco abbastanza per sapere che lo rifarei».<br />
<strong>Il libro preferito?</strong><br />
«L’<em>Odissea</em>. C’è tutto. L’ho letto a mio figlio quando aveva cinque anni».<br />
<strong>Il film?</strong><br />
«Amo Kubrick. Ma<em> Blade Runner</em> di Ridley Scott è il massimo».<br />
<strong>La canzone?</strong><br />
«<em>Perfect Day</em> di Lou Reed».<br />
<strong>Quanto costa un litro di benzina?<br />
</strong>«Uno e trentasette?».<br />
<strong>Sa che cos’è Twitter?</strong><br />
«Sì, ma preferisco Facebook».<br />
<strong>I confini dell’Afghanistan?</strong><br />
«Pakistan, Iran e qualche ex repubblica sovietica?».<br />
<strong>All’incirca. L’articolo 41 della Costituzione?</strong><br />
«È quello che sancisce la libertà di iniziativa privata. Devo ancora capire perché Berlusconi ci tiene tanto a modificarlo».</p>
<p> <a href="http://www.vittoriozincone.it">www.vittoriozincone.it</a><br />
 © RIPRODUZIONE RISERVATA</p>
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		<title>Pierluigi Celli (Sette - luglio 2010)</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Jul 2010 08:44:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>vz</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[È stato top manager nell’Enel di Kaiser Franz Tatò, tagliatore di teste nell’Olivetti guidata da Carlo De Benedetti, capo del personale nella neonata Omnitel e leader della formazione nell’Eni di Bernabè. Ma dato che è stato pure direttore generale della Tv di Stato, il vero specchio delle brame italiane, Pierluigi Celli, 68 anni, si ritrova [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>È stato top manager nell’Enel di Kaiser Franz Tatò, tagliatore di teste nell’Olivetti guidata da Carlo De Benedetti, capo del personale nella neonata Omnitel e leader della formazione nell’Eni di Bernabè. Ma dato che è stato pure direttore generale della Tv di Stato, il vero specchio delle brame italiane, Pierluigi Celli, 68 anni, si ritrova sempre a raccontare di quando era il boss di viale Mazzini. Dopo un’ora d’intervista, un’ora zeppa di raccomandati e di trombati, mi dice: «Ma non staremo parlando un po’ troppo della Rai?».<br />
Celli ha nuotato con disinvoltura nelle acque alte del potere italiano e ne ha tratto una conclusione: <em>Comandare è fottere</em>. Qualche anno fa ci ha pure scritto un libro. Dopo aver “comandato&amp;fottuto” durante tutta la Seconda Repubblica, da cinque anni dirige l’Università confindustriale Luiss. Ci è arrivato da montezemolino e dato che ora la presidenza dell’ateneo è passata nelle mani di Emma Marcegaglia, i maligni sostengono che la sua poltrona sia un po’ traballante.<br />
Celli nel frattempo si diverte a lanciare provocazioni. Tra le ultime c’è una lettera aperta a suo figlio Mattia, in cui lo invita ad andarsene da quest’Italia incancrenita che premia il mediocre e non il merito. I più critici hanno grugnito: «Ma perché non se ne va lui?». Lui ha spiegato: «Volevo solo far parlare del futuro dei giovani».<br />
Lo incontro nella sede pariolina dell’Università, dove a settembre verrà inaugurato un corso per iniziare i laureati alla gestione della politica, una School of Government. Partiamo da qui.<br />
<strong>Una scuola di governo, nell’Italia dei politici cooptati?<br />
</strong>«Prepariamo i ragazzi in attesa che si cominci a scegliere chi è preparato. Questa tendenza a cooptare solo i fedeli portaborse deve finire».<br />
<strong>Un politico non si forma meglio in una sezione di partito?</strong><br />
«Era così quando i partiti, oltre alle sezioni, avevano anche le loro scuole. La Dc aveva la “Camilluccia”, il Pci le “Frattocchie”. Cercheremo di dare un’apertura internazionale agli studenti. Oggi, comunque, oltre ai professori servirebbero dei maestri».<br />
<strong>Gramsci scrisse: «Nel succedersi delle generazioni può avvenire che si abbia una generazione anziana dalle idee antiquate e una generazione giovane dalle idee infantili, che cioè manchi l’anello storico intermedio: la generazione che abbia potuto educare i giovani».</strong><br />
«La mia generazione in parte ha scelto di non prendersi questa responsabilità. Ora è tempo di rimediare e di dare spazio ai ragazzi».<br />
<strong>Dicono tutti così.</strong><br />
«Alla Luiss ci sono una radio e una tv gestite dagli studenti. Il mio vice l’ho nominato che aveva 33 anni. Premio il merito».<br />
<strong>Il merito è da anni il suo “Leitmotiv”.</strong><br />
«Ma nella classifica dei guai nazionali l’assenza di meritocrazia è stata superata dall’assenza di vergogna: regalie, aiutini, vorticosi cambi di opinione. Quando vedi che al vertice ci si permette di tutto, anche tu che stai sotto ti senti giustificato».<br />
<strong>Il vertice? Si riferisce al premier?<br />
</strong>«Il sistema diseducativo ha figliato anche nel centrosinistra».<br />
<strong>Mi fa un esempio?</strong><br />
«Quando sono diventato direttore generale della Rai ho imposto a mia moglie di lasciare il suo posto di dirigente della Fiavet, la federazione delle agenzie di viaggio, che aveva rapporti con viale Mazzini. Mi sarei vergognato se fossimo incappati in un conflitto di interessi. Ora trovare un incarico alla propria moglie o alla propria fidanzata sembra diventato un obbligo morale».<br />
<strong>Raccomandazioni. Lei stesso ha raccontato di aver ricevuto molte segnalazioni quando era al vertice della Rai. Un politico le portò una ballerina zoppa da sistemare. E la giornalista Anna La Rosa&#8230;</strong><br />
«&#8230;era sponsorizzatissima. In maniera bipartisan. Il più infervorato era Lamberto Dini. Ci litigai perché la voleva vicedirettore».<br />
<strong>Anche lei venne “raccomandato” dalla politica, in quota Massimo D’Alema.</strong><br />
«Sì. Ma io D’Alema quasi non lo conoscevo. Io stavo benissimo all’Enel con Tatò, quando mi telefonarono lui e Franco Marini, nel 1998».<br />
<strong>Se non era un fedelissimo, perché chiamarono lei a capo della ultra-politicizzata Rai?</strong><br />
«Gli serviva un manager che avesse avuto esperienza in Rai. Io ero stato capo del personale nel 1993. Credo che sulla mia nomina poi abbia pesato la segnalazione di Gianni Minoli».<br />
<strong>Lei ricambiò il favore facendolo fuori. Zac.</strong><br />
«Eravamo amici da decenni. Pensi che nel 1979, nel numero zero di Mixer, c’ero io che simulavo di essere un generale in un dibattito sulla guerra».<br />
<strong>Ora Minoli le dedica appellativi poco lusinghieri, come “manager per caso”.</strong><br />
«Dovevo mantenere l’unicità del comando. E Minoli è uno che la mette in discussione e tende a condizionarti. Oggi non rifarei quel taglio. Minoli è un fuoriclasse».<br />
<strong>Ha raccontato di essersi dimesso dalla direzione Rai, nel 2001, in polemica con la trasmissione di Luttazzi con Travaglio ospite. Travaglio le ha fatto notare che quando lei si è dimesso, lui non era neppure stato invitato.</strong><br />
«Ho sbagliato la ricostruzione temporale. Ma non le ragioni delle dimissioni: consideravo un errore schierare la Rai contro Berlusconi. Lo dissi sia al presidente Zaccaria sia a Veltroni. Veltroni ora me ne dà atto».<br />
<strong>La sua Rai fu&#8230;</strong><br />
«Celentano, Fiorello&#8230; Fiorello non lo voleva nessuno. Quando lo incontro ancora mi ringrazia».<br />
<strong>Come le sembra la Rai di oggi?</strong><br />
«Disarticolata. C’è un arretramento incredibile. Prima, con la lottizzazione, i partiti cercavano di piazzare i loro campioni per non sfigurare. Ora la cosa importante è avere buoni servitori. Pronti anche a fare pessime figure».<br />
<strong>Sull’attuale direttore Masi ha detto: «Più sei protetto, meno sei autonomo».</strong><br />
«Le protezioni non sono mai gratuite».<br />
<strong>Lo stesso Masi ha parlato di pressioni “che manco nello Zimbabwe”.</strong><br />
«Se non ti vergogni più di niente, le cose le capisci, ma le fai lo stesso».<br />
<strong>Le trasmissioni di Santoro e di Dandini sono a rischio.</strong><br />
«Tagliare chi fa ascolti è deleterio. Basterebbe dargli delle regole e gestirli con saggezza. Lo dice uno che non ha mai avuto un buon rapporto con Santoro. Lui rientrò in Rai con me direttore».<br />
<strong>Dopo la parentesi di Mediaset.</strong><br />
«Sì, lo volle Saccà, che allora era direttore di Raiuno».<br />
<strong>Poi, nel 2002, da direttore generale Saccà fece fuori Santoro, dopo l’editto bulgaro di Berlusconi. Anche lei, nel 1994, era stato allontanato dalla Rai.<br />
</strong>«La presidente Letizia Moratti mi costrinse alle dimissioni per giusta causa. Non mi voleva più come capo del personale».<br />
<strong>E lei fece causa alla Tv di Stato.</strong><br />
«Per essere risarcito. Non per essere reintegrato. Se un manager non è gradito alla proprietà è inutile che resti».<br />
<strong>Ruffini, direttore di Raitre, ha appena ottenuto il reintegro in Rai. E anche Caprarica del Gr lo ha chiesto.</strong><br />
«Ruffini è bravissimo. Ma ha un po’ la sindrome di chi è stato allevato in Rai: alla fine pensa che non ci sia un altro sbocco».<br />
<strong>Alla Rai, nel ’93, lei cominciò da licenziatore.</strong><br />
«C’erano da fare tagli pesantissimi. La Rai aveva voragini in bilancio. Prepensionammo centinaia di persone».<br />
<strong>Allora venne epurato pure Vespa.</strong><br />
«Il presidente Dematté non lo voleva. Io allora consigliai di nominare Vespa capo delle relazioni istituzionali Rai, il corrispettivo di quel che era allora Letta per la Fininvest. Non mi ascoltarono».<br />
<strong>La sua fama di tagliatore di teste poi si è consolidata alla Olivetti.</strong><br />
«Nel ’94 De Benedetti mi chiamò per lo start up di Omnitel, ma poi mi chiese di passare alla Olivetti».<br />
<strong>Perché?</strong><br />
«C’erano da tagliare migliaia di posti di lavoro. Accettai a patto di cominciare dai manager. Il primo fu il suo assistente. Era in età da pensione. De Benedetti volle comunicarglielo di persona».<br />
<strong>Si è mai sentito in colpa per aver lasciato tanta gente senza lavoro?</strong><br />
«Certo. Di notte non dormivo».<br />
<strong>Nel libro Comandare è fottere lei conclude dicendo che la gestione del potere ti rovina la vita. Lei se l’è rovinata?</strong><br />
«No. Io ho sempre salvaguardato una parte della mia vita dalle dinamiche del potere. Pensi che non sono mai stato nel salotto della Angiolillo. E lei si infuriava per i miei rifiuti».<br />
<strong>Non è che spunta una foto d’antan del dagospiante Pizzi che la smentisce?<br />
</strong>«Impossibile. E comunque io ho cominciato a far carriera a cinquant’anni».<br />
<strong>E prima?</strong><br />
«Mi sono occupato di formazione in pratica fino al ’93. Sono nato in una famiglia abbastanza povera. Mio padre era muratore. Dopo il collegio, cominciai a fare lo stradino: fissavo a terra i sampietrini. A furia di stare rannicchiato mi si spappolò la cistifellea».<br />
<strong>Ahi.</strong><br />
«Be’, se è per questo in Angola, dove lavoravo come formatore per i Progetti Snam, mi presi la malaria. E sei anni fa ho avuto un doppio tumore. Vivo per miracolo».<br />
<strong>A cena col nemico?</strong><br />
«Marco Travaglio. È bravo, anche se continuo a considerarlo la gastrite della sinistra».<br />
<strong>Qual è la scelta che le ha cambiato la vita?<br />
</strong>«Il secondo matrimonio. Dal primo ho avuto una figlia, Maddalena, suora di clausura. È clarissa a Gorizia».<br />
<strong>Che cosa guarda in tv?</strong><br />
«I Tg. Soprattutto il Tg2 di Orfeo. Bravo».<br />
<strong>Il Tg1 di Minzolini?</strong><br />
«Un po’ troppo fazioso».<br />
<strong>Chi sarebbe un buon direttore del Tg1?</strong><br />
«Mentana, il più bravo».<br />
<strong>Mentana ora è a La7.</strong><br />
«E sono contento. Un Paese che tiene lontano dal video uno come lui non funziona bene».<br />
<strong>Il film preferito?</strong><br />
«Orizzonti di gloria, di Kubrick».<br />
<strong>La canzone?</strong><br />
«La guerra di Piero, di De André».<br />
<strong>Il libro?</strong><br />
«I miserabili di Hugo. È il miglior testo manageriale in circolazione: la descrizione di come si gestisce una corte è eccezionale».<br />
<strong>Sa quali sono i confini di Israele?<br />
</strong>«Giordania, Egitto, Libano&#8230; la Siria?».<br />
<strong>Sì. Quanto costa un litro di latte?</strong><br />
«Un euro e qualcosa. Faccio la spesa».<br />
<strong>Quanti articoli ha la Costituzione?</strong><br />
«Centoquaranta e qualcosa?».<br />
<strong>Centotrentanove. Che cosa è Twitter?</strong><br />
«Un sistema di comunicazione sintetico».<br />
<strong>Lo usa?</strong><br />
«Non esageriamo. Fino a un anno fa scrivevo solo a penna».</p>
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 © RIPRODUZIONE RISERVATA</p>
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		<title>Isabella Ragonese (Sette - giugno 2010)</title>
		<link>http://www.vittoriozincone.it/interviste/isabella-ragonese-sette-giugno-2010/</link>
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		<pubDate>Thu, 24 Jun 2010 20:55:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>vz</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[interviste]]></category>

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		<description><![CDATA[Isabella Ragonese, attrice palermitana, fa cinema da soli quattro anni, ma ha già girato una decina di film: è stata emigrante/ribelle nel Nuovo Mondo di Crialese, filosofa/precaria in Tutta la vita davanti di Virzì e criptolesbica in Viola di mare di Maiorca. Marco Müller, direttore della “Mostra” di Venezia, l’ha definita la più grande promessa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Isabella Ragonese, attrice palermitana, fa cinema da soli quattro anni, ma ha già girato una decina di film: è stata emigrante/ribelle nel Nuovo Mondo di Crialese, filosofa/precaria in Tutta la vita davanti di Virzì e criptolesbica in Viola di mare di Maiorca. Marco Müller, direttore della “Mostra” di Venezia, l’ha definita la più grande promessa del cinema italiano. E il regista hollywoodiano Paul Haggis ha espresso il desiderio di averla in un suo cast.<br />
Le do appuntamento in via del Corso, a Roma. Piove. Isabella arriva zuppa. Mi saluta con un improperio scherzoso e mi annuncia che ha vinto il Nastro d’Argento con la sua interpretazione nel film La nostra vita, di Luchetti. Mentre parliamo alterna racconti esilaranti sulle proprie gaffes a citazioni che non ti aspetti da una ventinovenne: «Libertà è partecipazione». Gaber dixit.<br />
A proposito di partecipazione, Ragonese il 2 luglio andrà in scena all’Accademia della danza di Roma con lo spettacolo Libere, scritto da Cristina Comencini e diretto dalla sorella Francesca. Tema: il corpo delle donne. Visto che Giovanna Mezzogiorno, proprio su Sette, qualche settimana fa, sparò il suo anatema contro le colleghe troppo “spogliate” («Nessuno vi obbliga a conciarvi così»), coinvolgo Isabella nella querelle. Lei prima scherza sul fatto che generalmente gli intervistatori non notano quanto sia bella (ciechi?), e poi attacca: «La minigonna che portava mia madre negli anni Settanta voleva dire “mi vesto come mi pare”. Le minigonne con perizoma in vista di oggi sembrano inevitabili proposte sessuali. Non c’è libertà».<br />
<strong>Giovanna Mezzogiorno sostiene il contrario. Dice che le donne aderiscono a un modello per scelta.</strong><br />
«Non credo che sia così».<br />
<strong>Tu non vai in giro scosciatissima.</strong><br />
«Io, come la Mezzogiorno, ho frequentato delle buone scuole. Giovanna si dovrebbe rendere conto che siamo delle privilegiate. Trovo snob dire che se le ragazze fanno certe scelte sono cavoli loro. A me interessa che non diventi dominante il modello della ragazzina che si rifà il seno a diciott’anni e le labbra a venti. Senza scadere nello stereotipo della femminista che non si rade, mi piacerebbe che uomini e donne parlassero insieme della loro dignità».<br />
<strong>Anche l’uomo ha un problema di immagine?</strong><br />
«Sì. Se per la donna ci sono le veline, per gli uomini ci sono i “costantini” o, in alternativa, i super nerd. Parlo di modelli giovanili in tv: o sei un macho che si ritocca le sopracciglia o sei un presunto genio, che sa fare due per due e sbava rintontito davanti al primo seno gonfio. Nella Pupa e il Secchione&#8230;».<br />
<strong>Hai seguito <em>La Pupa e il Secchione</em>?</strong><br />
«Dovrei dire di no perché fa più intellettuale?».<br />
<strong>No, ma ti immaginavo con gusti più&#8230;</strong><br />
«Io guardo tutto. Sono cresciuta col mito del Drive In e delle Cicale di Heather Parisi».<br />
<strong>Era meglio la tv anni Ottanta di quella di oggi?</strong><br />
«Be’, rispetto ad allora, la tv generalista ha smesso di essere una finestra sul mondo ed è diventata un microscopio sul proprio ombelico: in tv si parla troppo di chi sta in tv».<br />
<strong>Come si resiste all’avanzata delle veline e dei “costantini”?</strong><br />
«Non si resiste. Probabilmente dovremo toccare il fondo. Per poi ripartire».<br />
<strong>Da dove?</strong><br />
«Dalla scuola, per esempio. Lì si costruiscono modelli e senso civico. Per questo i tagli della Gelmini sono una catastrofe. Anche noi attori dovremmo occuparcene».<br />
<strong>Attori e registi ora lottano contro i tagli al Fus, il fondo per lo spettacolo.<br />
</strong>«Protesta sacrosanta, ma un po’ corporativa. Mi avrebbe fatto piacere vedere qualche attore in mutande sul cavalcavia della Flaminia, al fianco delle maestre che manifestavano per salvare una scuola elementare».<br />
<strong>Parli da politica. Pensi a una candidatura?</strong><br />
«No. Anche se non considero la politica una parolaccia».<br />
<strong>Un politico per cui faresti campagna elettorale?<br />
</strong>«L’unico che mi sembra proporre un’alternativa concreta è Vendola».<br />
<strong>Una donna?</strong><br />
«Anna Finocchiaro. Ma per le donne c’è poco spazio».<br />
<strong>Sei favorevole alle quote rosa?</strong><br />
«Un anno fa ti avrei detto no. Oggi dico sì. Le donne sono maggioranza nel Paese, sono più colte, più laureate. È assurdo che siano così sottorappresentate. Devono anche smettere di invidiarsi a vicenda».<br />
<strong>Lo fanno?</strong><br />
«Sì. Ne ha parlato qualche giorno fa a un convegno Susanna Camusso&#8230;».<br />
<strong>La leader cigiellina.</strong><br />
«È bravissima. Ha fatto pure un elogio meraviglioso della lentezza».<br />
<strong>Lo condividi?</strong><br />
«Nell’Italia del tutto e subito, delle scorciatoie e degli aiutini, io inviterei tutti a riflettere su quanto sia più bello conquistare i traguardi da soli e con calma».<br />
<strong>Parli anche del tuo lavoro?</strong><br />
«Arrivare alla notorietà col Grande fratello quanta soddisfazione ti può dare? Poca. E quanto durerà quella notorietà? Poco».<br />
<strong>Tu sei arrivata alla notorietà dopo anni di teatro. Mi racconti come hai cominciato?</strong><br />
«Al liceo. La professoressa di greco mi consigliò un laboratorio teatrale pomeridiano».<br />
<strong>Eri un’istriona super estrosa?</strong><br />
«Al contrario. Ho avuto un’adolescenza solitaria. Stavo zitta e ascoltavo. Allo spettacolo finale del primo anno ebbi una parte con una sola parola: “Pietre”. Riuscii comunque a emozionarmi. Ero scarsissima».<br />
<strong>Qual è il momento in cui la recitazione diventa il tuo mestiere?</strong><br />
«Direi con Tutta la vita davanti di Virzì. Anche se da quando avevo quattordici anni non ho mai smesso di fare teatro. Ho studiato nella scuola Teatès di Michele Perriera. Dopo il diploma, facevo l’attrice e contemporaneamente studiavo filosofia. C’è stato il periodo dei laboratori, per cui mi aggrappavo a chiunque venisse a Palermo&#8230;».<br />
<strong>Di chi parli?</strong><br />
«Di Carlo Cecchi, di Dario Manfredini, di Pina Bausch&#8230;».<br />
<strong>La coreografa. Balli?</strong><br />
«Be’, sì. Nel prossimo film di Silvio Muccino interpreto proprio una ballerina».<br />
<strong>Torniamo agli esordi. I primi soldi guadagnati?</strong><br />
«Durante la “primavera palermitana”. Facevo laboratori teatrali nelle cooperative di ex tossicodipendenti. Poi ho cominciato a scrivere i miei spettacoli e a portarli in tournée».<br />
<strong>Prima di Tutta la vita davanti hai recitato in Nuovo mondo. Come ti scelsero?</strong><br />
«Crialese fece il provino praticamente a tutti i siciliani. Passata la prova in dialetto, si andava a parlare con lui. Una figuraccia».<br />
<strong>Racconta.</strong><br />
«Mi chiese come mi sarei preparata per interpretare una contadina di inizio Novecento. Io assunsi un’aria professionale e dissi: “Mi fanno ridere quelli che si trasferiscono mesi in campagna a zappare la terra. Meglio pescare dentro di me, come fanno i bambini che giocano ai pompieri senza conoscere la vita dei vigili del fuoco”. E lui: “Interessante. Io ho appena mandato il protagonista a farsi le ossa sui campi”».<br />
<strong>Ti prese comunque.<br />
</strong>«Sì. Anche se all’inizio feci una piccola resistenza».<br />
<strong>Perché?</strong><br />
«Dovevamo girare in Argentina. E io ho paura di volare. Allora dissi a Crialese che sarebbe stato meglio se avessi fatto il viaggio in nave. Per capire le sofferenze dell’emigrante».<br />
<strong>Ci cascò?</strong><br />
«No».<br />
<strong>Virzì?</strong><br />
«Un suo assistente venne per caso a vedere uno spettacolo a Cascina e mi propose di fare il provino».<br />
<strong>Come andò?</strong><br />
«Paolo mi diceva che ero poco moderna. Mi fece provare pure delle scene con la parrucca rasta. Alla fine ero indecisa se accettare».<br />
<strong>Per ripicca?</strong><br />
«Macché. In quel periodo dovevo cominciare uno spettacolo teatrale da protagonista per la Biennale di Venezia. Quando rinunciai per fare il cinema con Virzì, mi diedero della venduta. Mi trattarono come se avessi firmato un contratto da “letterina” con Gerry Scotti. A quelli del teatro il cinema fa orrore».<br />
<strong>A molti del cinema fa orrore la fiction tv. Tu l’hai rifiutata spesso.</strong><br />
«Come spettatrice e come attrice. Da spettatrice le fiction mi annoiano. Perché ogni dieci minuti c’è qualcuno che fa il riassunto di quel che è successo. È anticinematografico. Da attrice, invece, non credo che riuscirei a fare un buon lavoro con quei tempi forsennati di recitazione».<br />
<strong>Detto ciò, stai girando un episodio di Montalbano, con Zingaretti. È una fiction.</strong><br />
«È l’eccezione. Di Montalbano sono una fan da sempre».<br />
<strong>Sei un’attrice viziata?</strong><br />
«Zero. Sono abituata a guidare il furgone delle mie tournée e a montarmi le scene da sola. Le costumiste dei film si stupiscono perché rimetto i vestiti sulle grucce, invece di buttarli per terra come molti colleghi».<br />
<strong>Gli attori italiani sono viziati?</strong><br />
«Non direi. La Francia coccola molto di più i suoi talenti. A Cannes, nella hall del Majestic c’erano le gigantografie di giovani sconosciuti. Da noi sarebbe impensabile. Invece di celebrare la Palma d’Oro vinta da Elio Germano, qui si pensa ancora a festeggiare i 50 anni della Dolce vita».<br />
<strong>Con Elio Germano hai fatto due film&#8230;</strong><br />
«Se potessi lavorerei sempre con lui. È uno che ti aiuta. Ci sono attori che pensano solo alla propria battuta. Lui invece ti ascolta, non fa sentire la recitazione. Fa succedere le cose. E così ti lasci andare».<br />
<strong>Con quale regista vorresti girare un film: Moretti o Garrone?</strong><br />
«Garrone è il mio preferito. Di Moretti so a memoria tutti i film. Li vorrei in coppia».<br />
<strong>Con Bellocchio o con Sorrentino?</strong><br />
«Con Bellocchio. Nei film di Sorrentino per ora non ho visto ruoli femminili così desiderabili».<br />
<strong>Sul set. In coppia con Filippo Timi o con Riccardo Scamarcio?</strong><br />
«Con Timi. Anche se recitare con lui è tosta: è troppo bravo».<br />
<strong>Il duetto ideale?</strong><br />
«Con Xavier Bardem. Bravo e fico».<br />
<strong>Dovendo scegliere una collega: Isabella Ferrari o Alba Rohrwacher?</strong><br />
«Alba, che è proprio una mia amica».<br />
<strong>Hai un clan di amici fuori dallo showbusiness?</strong><br />
«Sì. Due: Luigi che fa l’attore nel sociale e Lilli che è psicologa a Bologna».<br />
<strong>Sai quanto costa un pacco di pasta?</strong><br />
«Un euro».<br />
<strong>Fai la spesa?</strong><br />
«Certo. Pensi che io abbia una domestica?».<br />
<strong>Quali sono i confini dell’Argentina?</strong><br />
«Cile, Brasile, Bolivia, Paraguay&#8230;».<br />
<strong>Quanti anni ha la costituzione?</strong><br />
«Sessantadue. È del ’48, no?».<br />
<strong>Sai che cos’è Twitter?</strong><br />
«Una chat?».<br />
<strong>Non proprio, è un sito di microblogging. Hai un profilo su Facebook?</strong><br />
«No. La comunicazione on line mi pare un po’ nevrotica. E poi che senso ha uno strumento che ti mette in contatto con dei compagni di classe di cui ti sei liberata a fatica?».<br />
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 © RIPRODUZIONE RISERVATA</p>
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		<title>Gabriele Amorth (Sette - giugno 2010)</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Jun 2010 08:28:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>vz</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[interviste]]></category>

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		<description><![CDATA[Padre Gabriele Amorth, 85 anni, è il principe degli esorcisti. Nell’ultimo quarto di secolo ha affrontato il diavolo circa settantamila volte. Lo incontro a Roma, nel complesso della basilica di San Paolo, in una stanza di convalescenza. È un po’ acciaccato. Parla lentamente, con inflessione modenese. Per tutta la durata dell’intervista tiene la testa piegata [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Padre Gabriele Amorth, 85 anni, è il principe degli esorcisti. Nell’ultimo quarto di secolo ha affrontato il diavolo circa settantamila volte. Lo incontro a Roma, nel complesso della basilica di San Paolo, in una stanza di convalescenza. È un po’ acciaccato. Parla lentamente, con inflessione modenese. Per tutta la durata dell’intervista tiene la testa piegata verso il basso. Resta impassibile anche quando maramaldeggio: gli cito l’<em>Esorciccio</em> di Ciccio Ingrassia («Non credo di averlo visto») e la scena del <em>Marchese del Grillo</em>, in cui Sordi viene innaffiato di acqua santa (ricordate? «Vade retro carbonaro!»). Ma quando gli faccio notare che anche molti prelati sono scettici sulla sua attività, alza lo sguardo, mi fissa, e spara la sentenza: «So bene che ci sono vescovi e sacerdoti che non vogliono sentir parlare di esorcismi. Ma sa perché?». Perché? «Perché non ne hanno mai visto uno».<br />
Amorth ha raccontato le sue battaglie contro il demonio in una decina di libri, tradotti in ventotto lingue. L’ultimo (<em>Memorie di un esorcista</em>, Piemme), scritto col vaticanista Marco Tosatti, è una piccola galleria degli orrori: donne striscianti, bambini che acquisiscono una forza sovrumana, uomini legati che delirano in lingue sconosciute. Minacce, sputi, calci. Amorth sostiene che i casi di possessione sono rari e che spesso le vittime sono persone che hanno a che fare con cartomanti, messe nere, sette sataniche e sedute spiritiche. «Nella maggior parte dei casi si tratta di cialtronate», spiega, «ma c’è una piccola percentuale di operatori dell’occulto che lavora davvero per il maligno. Il problema è che di tutto questo la Chiesa parla troppo poco». Partiamo da qui, allora.<br />
<strong>La Chiesa sta abbandonando gli esorcisti?</strong><br />
«Gesù li faceva per strada gli esorcismi. Adesso bisogna farli quasi di nascosto».<br />
<strong>Si pensa che sia folclore. E poi ormai la medicina e la scienza arrivano ovunque.</strong><br />
«Ma io non faccio l’esorcismo al primo che passa! Prima controllo le cartelle cliniche, i risultati di analisi e visite psichiatriche. Intervengo con le preghiere di liberazione solo quando la medicina non fa effetto».<br />
<strong>Come si accorge se una persona è posseduta?</strong><br />
«Con un esorcismo diagnostico».<br />
<strong>È vero che recentemente sono state introdotte nuove regole per gli esorcismi?</strong><br />
«Sì. Ho contrastato fortemente soprattutto una delle novità».<br />
<strong>Quale?</strong><br />
«Quella per cui si può fare un esorcismo solo su una persona che è palesemente posseduta. Assurdo».<br />
<strong>Perché?</strong><br />
«Perché gli esorcismi servono anche per stanare il diavolo».<br />
<strong>È come permettere di intercettare solo i mafiosi conclamati o chi è già palesemente colpevole di un reato?</strong><br />
«Esatto. Fortunatamente sono stato ascoltato».<br />
<strong>I vescovi le remano contro.</strong><br />
«Non esageriamo. Diciamo che anche i vescovi che acconsentono a nominare esorcisti, lo fanno malvolentieri».<br />
<strong>Nel libro scritto con Tosatti lei racconta che le sette sataniche sono entrate in Vaticano. Dice: «Ne fanno parte anche preti e monsignori».</strong><br />
«Ho usato espressioni un po’ colorite. Qualche spiraglio si è aperto e ha permesso l’ingresso del fumo di Satana, ma non significa che il Vaticano non resista».<br />
<strong>Che cosa ne pensa delle polemiche sui preti pedofili?</strong><br />
«Penso che l’attacco alla Chiesa sia forte. La porta delle tentazioni è aperta. Ma parliamo di tentazioni, non di possessioni. E poi bisogna pensare che Satana predilige tentare i vertici».<br />
<strong>Quali vertici?</strong><br />
«Quelli spirituali, politici, del mondo dell’industria. È normale che attacchi anche il Vaticano».<br />
<strong>Ci vorrebbero esorcisti piazzati a Palazzo Chigi, a viale dell’Astronomia e nelle sedi dei partiti?</strong><br />
«Non sarebbe una cattiva idea. Basterebbe stare lì e recitare qualche preghiera di liberazione, anche solo dalle tentazioni. In Italia il decadimento morale è evidente. Le famiglie sono spesso sfasciate. I miei confratelli a pranzo mi informano di quel che succede nel mondo. Non è un bel sentire. Sa che cosa farei io se fossi Papa per un minuto?».<br />
<strong>Che cosa?</strong><br />
«Estenderei a tutti la possibilità di fare esorcismi. Come avviene nella Chiesa ortodossa. Lì, non c’è bisogno del permesso di un vescovo».<br />
<strong>Il Papa crede negli esorcismi?</strong><br />
«Sì. Benedetto XVI ci ha ricevuti. Il suo predecessore, Giovanni Paolo II, ne ha pure celebrato qualcuno».<br />
<strong>Lei lo ha assistito?</strong><br />
«No, ma lo so perché è intervenuto su una donna che seguivo da molto tempo».<br />
<strong>Racconti.</strong><br />
«Questa mia “paziente”, un giorno venne portata in piazza San Pietro. Al passaggio di Papa Wojtyla si mise a sbraitare. Lui la vide e chiese ai suoi assistenti di fargli incontrare quella donna. In seguito, le fece un esorcismo».<br />
<strong>Riuscì?</strong><br />
«Il Papa aveva una forza straordinaria, le diede sollievo, ma non funziona come un’aspirina che la prendi e il male passa. Ci possono volere anni per liberare una persona dal demonio».<br />
<strong>Le sono mai capitate liberazioni lampo?</strong><br />
«Una sola volta. Una ragazzina che aveva partecipato con un’amica a un rito satanico. Rientrata a casa, aveva cominciato a urlare e a scalciare. Il padre ce la portò subito».<br />
<strong>Magari aveva preso qualche stupefacente.</strong><br />
«No. Durante l’esorcismo mi morse la mano. Ma il diavolo la possedeva solo da poche ore e quindi in pochi minuti siamo riusciti a liberarla».<br />
<strong>Lei ha dichiarato di aver fatto più di settantamila esorcismi.</strong><br />
«Ma non su settantamila persone. Ne ho dovuti fare anche un centinaio sullo stesso individuo».<br />
<strong>Come è diventato esorcista?</strong><br />
«Un po’ per caso, nel 1986. Un giorno andai a trovare il cardinal Poletti, presidente della Conferenza episcopale. All’epoca ero direttore del giornale mariano <em>Madre di Dio</em>. Chiacchierando venne fuori che conoscevo padre Candido, lo storico esorcista della Scala Santa, a Roma. Poletti cominciò subito a scrivere su un foglio».<br />
<strong>Che cosa?</strong><br />
«La mia nomina a esorcista».<br />
<strong>Bisogna avere un “dono” per fare l’esorcista?<br />
</strong>«Macché».<br />
<strong>Non faccia il modesto.</strong><br />
«Un esorcista che non capisce che il bene viene da Dio e non dalle sue mani, ha sbagliato mestiere».<br />
<strong>Lei prima del 1986 non aveva mai pensato di fare l’esorcista?</strong><br />
«Mai».<br />
<strong>Mi racconta la sua infanzia?</strong><br />
«Vengo da una famiglia molto religiosa. Mio padre era avvocato, a Modena. Era amico di Don Sturzo e aveva fondato la sezione modenese del Partito Popolare».<br />
<strong>Che studi ha fatto?</strong><br />
«Il liceo. Poi nel ’43 venni richiamato dai fascisti della Repubblica di Salò. Scappai, per aderire ai gruppi cattolici che facevano la Resistenza. Mi hanno arrestato e condannato a morte più volte. Ma sono sempre riuscito a fuggire. Ho avuto una medaglia al valore militare. Il nostro capo partigiano era Ermanno Gorrieri».<br />
<strong>Cattolico democratico, politico e sindacalista.</strong><br />
«Esatto. Invece il punto di riferimento più alto era Giuseppe Dossetti».<br />
<strong>Altro ex Dc e padre costituente.</strong><br />
«Dossetti era un amico, nonché il mio professore di Diritto Canonico all’Università. Finita la guerra disse che era il momento di fare politica. E che ci si doveva iscrivere alla Dc. Fu lui a insistere perché mi trasferissi a Roma».<br />
<strong>A fare che cosa?</strong><br />
«Il vice delegato dei giovani democristiani. Il delegato era Giulio Andreotti. Ma lui pensava soprattutto a stare al fianco di De Gasperi».<br />
<strong>Com’era il giovane Andreotti?</strong><br />
«Brillante. Siamo ancora amici».<br />
<strong>Indro Montanelli una volta ha scritto: «Sempre più si diffonde sulla nostra stampa il brutto vezzo di chiamare Andreotti col nome di Belzebù. Piantiamola. Belzebù potrebbe anche darci querela». Il grande esorcista amico del Belzebù della politica.</strong><br />
«Quando Andreotti entrò nel governo come sottosegretario avrei dovuto prendere il suo posto nella Dc. Invece decisi di lasciare la politica».<br />
<strong>Perché?</strong><br />
«A diciassette anni avevo promesso a don Giacomo Alberione che lo avrei seguito nella sua Società di San Paolo. Sin da ragazzo aspiravo a prendere i voti».<br />
<strong>Quando viene ordinato sacerdote?</strong><br />
«Dopo la laurea, il noviziato e gli studi di teologia, nel 1954. Cinque anni dopo, col permesso della Conferenza episcopale, riuscii a organizzare la consacrazione dell’Italia al cuore immacolato di Maria. Un’impresa. Mi aiutò lo stesso Andreotti».<br />
<strong>Come?</strong><br />
«Dovevamo portare in pellegrinaggio la statua della Madonna di Fatima in tutta Italia. Lui, come ministro della Difesa, ci mise a disposizione elicotteri e aerei. Riuscii a portare la statua pure da padre Pio».<br />
<strong>Lo conosceva?</strong><br />
«Tra il 1942 e il 1968 sono stato da lui tutti gli anni. Ho visto le sue stigmate e l’ho sentito parlare del demonio. Padre Pio tra l’altro ha raccontato che a Venafro aveva visto il diavolo nella figura della Madonna e poi in quella di un cane feroce».<br />
<strong>Lei che immagine ha dei diavoli?</strong><br />
«Io non ho un’immagine del diavolo. Sono puri spiriti. Angeli decaduti».<br />
<strong>La voce&#8230;?</strong><br />
«È normale. Ma il demonio in genere cerca di nascondersi. Non si rivela facilmente. Per stanarlo spesso gli preparo delle trappole: gli offro acqua benedetta&#8230;».<br />
<strong>Quando si rivela che lingua usa?</strong><br />
«A volte anche linguaggi incomprensibili. Demoniaci. Spesso l’aramaico, il greco o il latino. Tutte lingue legate al cristianesimo. Dimenticavo&#8230; gli sputi».<br />
<strong>Gli sputi?</strong><br />
«Spesso i posseduti cercano di sputarti. Una volta, mentre cercavo di bloccare uno sputo, mi sono ritrovato in mano tre chiodi».<br />
<strong>Come, scusi?</strong><br />
«Durante l’esorcismo può capitare che in bocca al posseduto si materializzino oggetti metallici».<br />
<strong>Un trucco?</strong><br />
«Direi proprio di no».<br />
<strong>Quali sono gli strumenti del mestiere?<br />
</strong>«Io uso acqua santa, una croce che ha incastonata una medaglia di San Benedetto e una stola viola, lunga, in modo che i lembi possano scivolare sulle spalle dei posseduti. Ma lo strumento principale è la preghiera».<br />
<strong>È vero che si può essere posseduti da più diavoli?</strong><br />
«E anche da anime dannate, sempre guidate da Satana. Una volta chiesi a un diavolo che si era impossessato di una suora se era solo. Lui mi rispose: “No, siamo legioni e legioni”».<br />
<strong>I diavoli si impossessano solo dei cristiani?</strong><br />
«Lavorano per allontanare gli uomini da Dio e dalla Chiesa, ma possono colpire chiunque».<br />
<strong>Qual è il caso più incredibile che le è capitato?<br />
</strong>«Non saprei fare una classifica. Ho incontrato una donna posseduta per colpa di un mago assoldato da un ex fidanzato lasciato, suocere occultiste, cibi maleficiati, mariti indemoniati e truffati dai cartomanti&#8230; Di sicuro le reazioni che fanno più impressione sono quelle violente. Ma ormai non mi stupisco più di niente».<br />
<strong>Amorth. Lo sa che il suo sembra un nome d’arte?</strong><br />
«È di origini tedesche».<br />
<strong>Ha visto <em>L’esorcista</em>?</strong><br />
«Certo. Ho la cassetta. È un bel film».<br />
<strong>Lì la posseduta spruzza vomito a metri di distanza. La testa le ruota come una trottola.</strong><br />
«Ci sono delle esagerazioni. Il cinema ne ha bisogno. Ma quel film ha avuto un merito: far tornare a parlare di esorcismi».<br />
<strong>Ultima domanda. A cena col nemico?</strong><br />
«Non mi è mai capitato. Ed eviterei&#8230; considerato chi sono i miei nemici».</p>
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 © RIPRODUZIONE RISERVATA</p>
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		<title>Marylin Fusco (Sette - giugno 2010)</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Jun 2010 07:26:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>vz</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[interviste]]></category>

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		<description><![CDATA[I genitori le diedero il nome della bomba sexy dei Fifties, ma lei aspira alla perfezione stilistica di Audrey Hepburn. Per certe espressioni sembra una sosia del ministro Mara Carfagna, ma milita nel partito più lontano da Silvio Berlusconi, e cioè l’Italia dei Valori. Marylin Fusco, 37 anni, neo vice-presidente della Regione Liguria, pasionaria dipietrista, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>I genitori le diedero il nome della bomba sexy dei Fifties, ma lei aspira alla perfezione stilistica di Audrey Hepburn. Per certe espressioni sembra una sosia del ministro Mara Carfagna, ma milita nel partito più lontano da Silvio Berlusconi, e cioè l’Italia dei Valori. Marylin Fusco, 37 anni, neo vice-presidente della Regione Liguria, pasionaria dipietrista, entra nel suo ufficio fresco di ristrutturazione con passo svelto. Tailleur nero e capelli corvini. Saluta l’assistente appena assunta e sistema la pianta gigantesca che le hanno regalato le sue amiche del cuore. Ride molto, anche di se stessa. Ha un forte accento ligure, una adesione coriacea alla linea del partito e una propensione a non straparlare.<br />
Dietro alla scrivania, accanto alla foto spaesata del presidente Napolitano, ha piazzato un minimosaico che riproduce il viso di Marilyn Monroe. Le faccio notare che lei ha una “y” al posto sbagliato: Marylin, invece di Marilyn. Mi spiazza: «Il modo corretto di scriverlo è il mio».<br />
Essendo giovane e bella, i più maligni, anche all’interno del suo stesso partito, hanno indicato Fusco come l’approdo dipietrista all’edonismo berlusconiano. Lei replica srotolando i dati sulle preferenze conquistate. Elezione dopo elezione. Un esempio: alle Europee del 2009 ne ha prese più di ottomila, anche grazie a uno stratagemma. Una specie di reality show politico: una webcam la seguiva durante tutte le attività della campagna elettorale. Lo slogan, ovviamente, era “trasparenza, trasparenza, trasparenza”. Ora che ha raggiunto un ruolo istituzionale importante, le chiedo di mantenere la <em>glasnost</em> promessa.<br />
<strong>Lo sa che sul sito della Regione Liguria non si trovano gli stipendi dei dirigenti? Eppure sono annunciati!</strong><br />
«Provvederemo a risolvere il problema».<br />
<strong>Intanto potrebbe dire quanto guadagna lei.</strong><br />
«Ma lo sa che non lo so? Non è ancora arrivata la prima busta paga».<br />
<strong>Sono molti soldi. Lei è assessore e consigliere.</strong><br />
«Gli stipendi non sono cumulabili».<br />
<strong>Ma i ruoli sì. Non sarebbe meglio distinguere chi legifera da chi governa?</strong> <strong>Anche a livello nazionale c’è questo problema.</strong><br />
«Mi sembra prioritario il contenimento dei costi. E il cumulo di incarichi fa risparmiare».<br />
<strong>Lei è anche consigliere comunale.</strong><br />
«Ma ho rinunciato ai gettoni/rimborso. Considero il mio mestiere un servizio. E sono diretta. Mi piace che mi si dicano le cose in faccia».<br />
<strong>Cose in faccia. Lei è fidanzata con il responsabile regionale del partito, Giovanni Paladini.</strong><br />
«E che male c’è? Due politici cattolici che stanno insieme e che presto si sposeranno fanno più notizia di quelli che frequentano le escort?».<br />
<strong>Pancho Pardi dell’Idv ha scritto un documento contro il familismo. Ce l’aveva anche con lei.</strong><br />
«Ma se nemmeno sono sposata, eheh… Senta, io ho fatto un cammino lungo. Dato che non hanno nulla da eccepire sul mio lavoro, si occupano dei miei affari privati».<br />
<strong>Giovane e bella. Nell’Italia delle veline.</strong><br />
«Ancora con l’equazione bella uguale oca? Nel 2010? A parte che ormai uomini e donne riescono ad avere tutti un aspetto gradevole, ma insomma…».<br />
<strong>Un dirigente dipietrista ha protestato contro la deriva da “partito della gnocca”.</strong><br />
«Un’uscita infelice. Quel dirigente avrebbe voluto il posto in lista che è stato dato a Maruska Piredda».<br />
<strong>Altra belloccia. Piredda è stata catapultata in Liguria da fuori.<br />
</strong>«Vogliamo fare le discriminazioni al contrario?».<br />
<strong>Di Pietro ha difeso le vostre candidature.</strong><br />
«Certo. È stato lui, durante l’ultimo congresso dell’Italia dei Valori, a chiedere più giovani e più donne nelle liste. Ho dei dubbi sul fatto che mi abbiano votato perché sono bella».<br />
<strong>Sicura?</strong><br />
«L’avvenenza può essere uno svantaggio. Faccio politica da dieci anni. Piantiamola coi pregiudizi».<br />
<strong>L’improvviso ingresso in politica di belle donne è un dato di fatto. Colpa di Berlusconi?</strong><br />
«Colpa di chi mette le belle ragazze nelle liste bloccate. Non è il mio caso. Io ho sempre conquistato i miei voti».<br />
<strong>Sta dicendo che le ragazze del Pdl sono veline e quelle dell’Idv no?<br />
</strong>«Non ho detto questo. La nostra Piredda è stata eletta in un listino bloccato. Ma prima  di appiccicare l’etichetta con la “v” scarlatta di “velina”, si aspetti di vedere se una bella donna lavora bene o no. Chiedo che ci vengano date pari opportunità».<br />
<strong>Pari Opportunità. Mara Carfagna…</strong><br />
«Lo so, mi dicono tutti che ci assomigliamo».<br />
<strong>Abbastanza.</strong><br />
«Eheh. Carfagna si sta impegnando molto».<br />
<strong>Lei è favorevole o contraria alle unioni di fatto?<br />
</strong>«Da cattolica, sono per i matrimoni tradizionali. Sui diritti delle coppie gay mi sto facendo ora un’idea».<br />
<strong>Con il ministro Carfagna lei condivide un look un po’ castigato.</strong><br />
«Castigato? Ma no. Il mio mito è Audrey Hepburn, un’icona di stile insuperabile».<br />
<strong>Fusco, la Hepburn della politica.</strong><br />
«In realtà mi hanno soprannominata il “ciclone”».<br />
<strong>Per la sensualità?</strong><br />
«No, per l’irruenza politica. Guardi, niente è così lontano da me quanto quelle ragazze che esibiscono tanta carne per strada».<br />
<strong>È un po’ bigotta?</strong><br />
«No, mi danno fastidio. Anche perché nessuno le costringe».<br />
<strong>Qualche settimana fa, su Sette, l’attrice Giovanna Mezzogiorno ha detto le stesse cose.</strong><br />
«È grazie alle signorine che girano mezze nude, che veniamo scambiate tutte per veline».<br />
<strong>Lei non si è mai avvicinata al mondo dello spettacolo?</strong><br />
«No. Alle elementari recitavo, come tutti i bambini. E poi ho fatto otto anni di danza».<br />
<strong>Aspirante ballerina?</strong><br />
«In realtà mi aveva iscritta mia madre: la danza classica dà disciplina».<br />
<strong>Mi racconta la sua infanzia?</strong><br />
«Sono nata e cresciuta a Borgio Verezzi, in provincia di Savona. Mamma casalinga e papà operaio. Tanta vita di parrocchia. Per molti anni ho militato nell’Azione Cattolica. Volontariato. Assistenza agli anziani. Poi d’estate lavoravo in un albergo gestito da suore».<br />
<strong>Tutta vita!</strong><br />
«Il divertimento non è stato una costante dei miei primi anni. Ho frequentato pure un liceo classico durissimo ad Albenga. A diciott’anni, però, mi sono trasferita a Genova con delle amiche, per studiare. Lì ho acquisito un po’ di libertà».<br />
<strong>Università?<br />
</strong>«Giurisprudenza. Con tesi sulla prostituzione minorile».<br />
<strong>Da cattolica esperta di abusi sui minori come giudica l’annus horribilis della Chiesa.</strong><br />
«Anche i preti sono esseri umani e devono essere giudicati come tali. Abito talare o no, è la magistratura a giudicare chi è colpevole».<br />
<strong>Quando ha cominciato a fare politica?</strong><br />
«Nel 2000. Il giorno in cui ho fatto il primo colloquio come consulente giuridica dei “gruppi” in Regione, avevo un altro incontro per entrare in un’azienda telefonica come manager. Scelsi la politica».<br />
<strong>Il primo incarico?</strong><br />
«Aiutare i consiglieri nella redazione delle proposte di legge regionale. Pian piano, poi, sono entrata in contatto con i militanti».<br />
<strong>Di quale partito?</strong><br />
«L’Asinello-Rinnovamento Italiano».<br />
<strong>E nell’Italia dei Valori come ci è finita?</strong><br />
«Nel 2007 ero stata eletta con l’Ulivo in consiglio comunale. Sono stata pure coordinatrice cittadina del Pd a Genova. Credevo nel progetto veltroniano. Ma poi mi sono accorta che stentava a concretizzarsi. Nel 2008 ho incontrato Di Pietro…».<br />
<strong>E ha zompato il fosso.</strong><br />
«Non esageriamo. Mi riconoscevo di più nel rapporto che l’Idv ha coi cittadini. Io sono sempre stata per il rispetto della legalità e per la moderazione».<br />
<strong>Di Pietro non sembra moderatissimo. Un giorno sì e l’altro pure grida al Ventennio…<br />
</strong>«Ma che mi vuol far litigare con il presidente?».<br />
<strong>No. Secondo lei in Italia c’è un regime?<br />
</strong>«Si potrebbero aprire più spazi di democrazia».<br />
<strong>Un esempio?</strong><br />
«Le preferenze alle elezioni. I cittadini, che oggi sono informati come non mai, avrebbero la possibilità di scegliere i propri candidati. Ci sarebbero molte sorprese».<br />
<strong>L’Italia dei Valori è un partito democratico?</strong><br />
«È un partito in costruzione. Ha smesso di essere un movimento carismatico. Sta cambiando pelle».<br />
<strong>Il dualismo Di Pietro-De Magistris…</strong><br />
«Lo conosco solo a mezzo stampa».<br />
<strong>La successione del fondatore Di Pietro…</strong><br />
«Mi pare prematuro anche solo parlarne».<br />
<strong>Mi dica una cosa che non condivide della linea Di Pietro.</strong><br />
«E perché? È il presidente a dare la linea. Io mi adeguo».<br />
<strong>Centralismo carismatico. Ci sarà una dialettica interna, o no?</strong><br />
«È interna, appunto».<br />
<strong>Lei è una dipietrista marmorea. Ha visto che l’architetto Zampolini ha tirato in ballo Tonino, il suo leader, negli affari di Criccopoli?</strong><br />
«È un po’ prematuro commentare».<br />
<strong>Lei è troppo cauta.</strong><br />
«Mi fido di Di Pietro. Non credo che avremo nulla da temere».<br />
<strong>Nella Giunta ligure l’Idv è alleata con chiunque: dal Pd all’Udc, fino ai comunisti italiani. Il modello è esportabile a livello nazionale?</strong><br />
«Gli interlocutori sono diversi di regione in regione».<br />
<strong>È un modo cortese per dire che l’Udc ligure non è la stessa cosa dell’Udc siciliana di Cuffaro?</strong><br />
«Mi pare evidente, no? Comunque ora l’Idv va alla grande da sola. Qui siamo passati dall’uno e qualcosa all’8,5%».<br />
<strong>Come?</strong><br />
«Ascolto e difesa dei cittadini. Da questo punto di vista Idv e Lega hanno modi molto simili di gestire la politica sul territorio».<br />
<strong>A cena col nemico?</strong><br />
«Stefania Prestigiacomo. È garbata e si è sempre distinta per moderazione».<br />
<strong>Ha un clan di amici?</strong><br />
«Ho un gruppo di amiche da sempre: Saveria, Tiziana, Stefania e Cinzia. Nessuna fa politica».<br />
<strong>L’errore più grande che ha fatto?</strong><br />
«Non credo di averne fatti di così grandi».<br />
<strong>La scelta che le ha cambiato la vita?</strong><br />
«Fare politica. Prima non ci avevo mai pensato».<br />
<strong>Che cosa guarda in tv?</strong><br />
«Ne guardo poca, perché ho poco tempo. Tengo d’occhio le tv locali liguri. E ogni tanto mi dedico a Floris e a Vespa».<br />
<strong>Ospite di Floris o di Vespa?<br />
</strong>«Come trasmissione preferisco <em>Ballarò</em>».<br />
<strong>Il film preferito?<br />
</strong>«<em>Colazione da Tiffany</em>. La storia non è eccezionale. Ma lo stile di Audrey&#8230;».<br />
<strong>La canzone?</strong><br />
«Come fa quella del film con Julia Roberts&#8230; <em>forever and ever</em>&#8230;».<br />
<strong>Che fa, canta?</strong><br />
«Mi piace anche <em>Quello che le donne non dicono</em> di Fiorella Mannoia».<br />
<strong>Il libro?</strong><br />
«<em>Il simbolo perduto</em> di Dan Brown».<br />
<strong>Lo sa che cosa compare su YouTube se si digita il suo nome?</strong><br />
«No».<br />
<strong>Una trasmissione di una tv locale in cui lei è ospite con Iva Zanicchi e dice che Berlusconi è un perseguitato.</strong><br />
«Le mie parole sono state fraintese e strumentalizzate».<br />
<strong>Si sente pure un blogger, elettore dell’Idv, che chiama in diretta per protestare.</strong><br />
«Intendevo dire che la magistratura deve fare il suo dovere e contestare a Berlusconi quel che crede. E l’opposizione, invece di concentrarsi sui fatti personali del premier, dovrebbe stroncare la sua azione di non governo».<br />
<strong>Conosce i confini di Israele?</strong><br />
«Passo».<br />
<strong>Non si può.</strong><br />
«Siria&#8230; Egitto&#8230;».<br />
<strong>&#8230; Libano e Giordania. L’articolo 21 della Costituzione?<br />
</strong>«È quello che mi piace di più. Sulla libertà di espressione».<br />
<strong>Quanto costa un litro di latte?</strong><br />
«Un euro e qualcosa. Faccio la spesa».<br />
<strong>Che cosa sono gli <em>scripixi</em>?</strong><br />
«Mai sentiti».<br />
<strong>Sono i grilli per la testa, in genovese.</strong><br />
«Evidentemente non ne ho».</p>
<p> <a href="http://www.vittoriozincone.it">www.vittoriozincone.it</a><br />
 © RIPRODUZIONE RISERVATA</p>
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		<title>Giuseppe Ayala (Sette - giugno 2010)</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Jun 2010 08:26:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>vz</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Incontro Giuseppe Ayala, 65 anni, nella sua abitazione romana, in pieno centro. Parla svelto e con forte accento palermitano. Ogni tanto traduce: «“Accura” vuol dire “stai attento”». Spara un «m-i-n-c-h-i-a», sospirato, quando gli leggo le agenzie con le dichiarazioni del procuratore antimafia Pietro Grasso sulle bombe del ’93 tese a causare disordine per dare “la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Incontro Giuseppe Ayala, 65 anni, nella sua abitazione romana, in pieno centro. Parla svelto e con forte accento palermitano. Ogni tanto traduce: «“<em>Accura</em>” vuol dire “stai attento”». Spara un «m-i-n-c-h-i-a», sospirato, quando gli leggo le agenzie con le dichiarazioni del procuratore antimafia Pietro Grasso sulle bombe del ’93 tese a causare disordine per dare “la possibilità a una entità esterna di proporsi come soluzione”. Spiega: «Grasso è persona cauta. Se ha detto certe cose&#8230;».<br />
Attualmente Ayala è consigliere presso la corte d’Appello de L’Aquila, ma in passato, oltre ad aver frequentato la politica (prima con i repubblicani e poi con i Ds), è stato uno dei magistrati blindati nella trincea del maxi-processo antimafia. Su quel periodo, vissuto al fianco di Falcone e Borsellino, ha scritto un libro: Chi ha paura muore ogni giorno (Mondadori, 2008). Subito dopo avergli stretto la mano, chiedo: «Sbaglio o il suo saggio ha bisogno di un aggiornamento?». Sorride: «Già». Tra barbe finte acquattate dietro ogni pertugio siciliano, dna riscontrati dopo ventuno anni e trattative segrete bisbigliate nei corridoi ministeriali, la storia di quegli anni viene continuamente riscritta.<br />
<strong>Il giornalista Attilio Bolzoni, nel libro “FAQ Mafia” (Bompiani), rivela nuovi particolari sul fallito attentato a Falcone del 21 giugno 1989 all’Addaura. Si parla di un mafioso che si butta in acqua col telecomando della bomba per non farsi vedere dalla polizia e di servizi segreti buoni e cattivi che si incrociano sugli scogli.</strong><br />
«È la conferma alle parole di Falcone».<br />
<strong>Quali parole?</strong><br />
«Quelle che mi disse subito dopo aver saputo dell’attentato, quando lo portarono al Palazzo di Giustizia. Poi ribadì tutto in un’intervista pubblica».<br />
<strong>Mi racconta l’incontro dopo l’attentato?</strong><br />
«Falcone aveva mezza barba fatta e mezza no, perché lo avevano strappato via dal luogo dell’attentato. Non lo sapevo, quindi lo presi in giro. Ma non era dell’umore».<br />
<strong>Che idea si è fatto dell’attentato?</strong><br />
«Cito Falcone: “Ci troviamo di fronte a menti&#8230;”».<br />
<strong>“&#8230;raffinatissime che cercano di orientare certe azioni della mafia”. Parole ultra note.</strong><br />
«C’è di più. Falcone disse anche che “esistono forse punti di collegamento tra i vertici di Cosa Nostra e centri occulti di potere che hanno altri interessi”».<br />
<strong>Intendeva i servizi segreti?</strong><br />
«Pezzi deviati dei servizi».<br />
<strong>Sugli scogli dell’Addaura si affrontarono apparati sani e meno sani dello Stato?</strong><br />
«Direi di sì. La mafia, da sempre, è una componente organica nella gestione del potere in Italia. Perché non ci dovrebbero essere anche schegge dei servizi legati alla mafia?».<br />
<strong>Ne avevate mai avuto il sospetto?</strong><br />
«La possibilità non ci sfuggiva. Una volta raccontai a Giovanni che Contrada mi aveva voluto incontrare. Lui mi prese a braccetto e disse: “Accura a Contrada”: stai attento».<br />
<strong>I servizi compaiono anche nella famosa “trattativa”. Massimo Ciancimino ha raccontato di tal signor Franco&#8230;</strong><br />
«Non conosco le carte del processo. E non conosco Massimo Ciancimino. Però ho firmato il mandato di arresto del padre, don Vito».<br />
<strong>Si sarà fatto un’idea sull’accordo tra Stato e mafia di cui parla Ciancimino jr.</strong><br />
«È una storia molto scivolosa. Chi si sarebbe seduto al tavolo a trattare?».<br />
<strong>Totò Riina per bocca di Vito Ciancimino e poi gli ufficiali del Ros, De Donno e Mori, no?</strong><br />
«Vogliamo scherzare? E la copertura politica in grado di soddisfare le richieste della mafia da chi sarebbe venuta?».<br />
<strong>Sono spuntati vari nomi di politici che sapevano&#8230;</strong><br />
«Mancino e Rognoni, lo so. Ma gli smemorati non ricordano che Rognoni è l’autore della legge che introdusse il 416bis e rafforzò le confische dei patrimoni mafiosi. Mancino firmò il ddl che salvò il maxi-processo. Io metto la mano sul fuoco solo su me stesso. Ma insomma…».<br />
<strong>Durante un’intervista lei ha citato l’incontro tra Mancino e Borsellino in cui si sarebbe parlato proprio della “trattativa”.</strong><br />
«Ho chiarito con la procura di Caltanissetta. Si è trattato di un’intervista telefonica con lapsus&#8230; Volevo dire che l’incontro secondo me non c’è stato, vista la mancata annotazione sull’agenda di Mancino. Mi è sfuggito di dire la parola “mancata”».<br />
<strong>C’è chi ha detto che si è rimangiato tutto.</strong><br />
«Da uomo d’onore, nel senso buono del termine, ribadisco che l’annotazione sull’agenda di Mancino non c’era».<br />
<strong>Uomini d’onore. Lei è di Caltanissetta. Da ragazzo percepiva la presenza della mafia?</strong><br />
«Raramente si sentiva pronunciare quella parola. Si sapeva chi comandava. Ma non si conosceva l’entità del fenomeno. Lo stesso Borsellino rimproverò a se stesso una “colpevole indifferenza”, fino a quando non se ne è occupato per lavoro. Sarò poco modesto&#8230;».<br />
<strong>Non lo sia.</strong><br />
«La mafia in pratica l’abbiamo scoperta noi che abbiamo fatto il maxi-processo. Prima non si sapeva davvero quanto fosse potente e che rapporti avesse la mafia con la politica».<br />
<strong>Lei come si avvicina alla magistratura?</strong><br />
«Dopo la laurea in legge, divenni avvocato. Ma nel 1973, durante un processo ad Agrigento, cominciai a pensare che la prospettiva di difendere anche i mafiosi non mi stava bene. Passai alla magistratura».<br />
<strong>Il primo incarico?</strong><br />
«Pretore a Mussomeli. Un comune in provincia di Caltanissetta con una storia mafiosa importante».<br />
<strong>Alla procura di Palermo quando ci arriva?</strong><br />
«Nel 1981. Falcone era già stimatissimo».<br />
<strong>Come lo conobbe?</strong><br />
«Tramite Alfredo Morvillo. Un amico, la cui sorella Francesca allora cominciava a frequentare Giovanni. La prima volta lo incontrai nel bar del tribunale. Fu la svolta della mia vita. L’altra è stata quando ce l’hanno tolto».<br />
<strong>La strage di Capaci: 23 maggio 1992.<br />
</strong>«Nino Caponnetto, monumento dell’antimafia, disse che Giovanni cominciò a morire nel gennaio 1988: quando il Csm preferì Meli a Falcone come capo dell’Ufficio Istruzione».<br />
<strong>Nel suo libro lei è durissimo con il Csm.</strong><br />
«Con la maggioranza che prese quella decisione. Si sapeva che Meli avrebbe indebolito il pool: aveva un’altra idea della lotta alla mafia. Chi meglio di Falcone, trionfatore del maxi-processo, avrebbe potuto ricoprire quel ruolo? Il Csm ha una responsabilità storica».<br />
<strong>Lei come spiega quella decisione?</strong><br />
«Per quanto riguarda il Csm, a voler essere generosi, si trattò di sciatteria istituzionale. Ma in quel periodo lo Stato fermò se stesso».<br />
<strong>Possibile?</strong><br />
«Sì. Noi avevamo avuto grande libertà di manovra durante la guerra di mafia tra corleonesi e palermitani. Cioè quando a quella parte di politica e di istituzioni disposta a brigare con la malavita era mancato un interlocutore solido in Cosa Nostra. Fu un periodo magico. In pochi mesi venne costruita pure l’aula bunker. Manderei le scuole a visitare quell’edificio&#8230; Perché è la dimostrazione del fatto che quando lo Stato vuole, può! Dopo la sentenza del maxi-processo, del dicembre 1987 però, le cose cambiarono».<br />
<strong>Come mai?</strong><br />
«La guerra di mafia era finita. I corleonesi avevano trionfato e la parte marcia dello Stato aveva di nuovo i suoi interlocutori malavitosi».<br />
<strong>Lei ha un clan di amici?</strong><br />
«Quelli della gioventù palermitana: Antonio, inguaribile repubblicano, Raffaele, avvocato penalista, Roberto, ricco barone, ma che lavora. Erano cari amici Paolo e Giovanni. Lo sa che la foto di loro due che sorridono insieme è stata scattata durante un convegno per lanciare la mia candidatura coi repubblicani nel 1992?».<br />
<strong>Qual è l’errore più grande che ha fatto?</strong><br />
«Ne ho fatti molti, ma nani».<br />
<strong>Credevo mi dicesse l’episodio del suo scoperto bancario che le costò il trasferimento da Palermo.</strong><br />
«Il Csm anche in quell’occasione ha scritto una brutta pagina. Non avevo fatto nulla di male. Molti mi hanno chiesto scusa».<br />
<strong>Falcone nei suoi ultimi anni di carriera venne attaccato anche dalla politica.</strong><br />
«Quelli del Pds lo criticavano perché lo consideravano troppo vicino ai socialisti. Mentre nel 1991 Leoluca Orlando fece un esposto contro di lui al Csm. Nessuno si è ancora scusato».<br />
<strong>Falcone definì gli orlandiani “komeinisti”.</strong><br />
«Quando venimmo a sapere dell’esposto, pensammo a Sciascia e ai professionisti dell’antimafia».<br />
<strong>Camilleri ha detto che Sciascia avrebbe dovuto evitare di scrivere “Il giorno della civetta”: perché il protagonista mafioso è troppo affascinante.<br />
</strong>«Un po’ è vero. Ma Sciascia fu anche il primo a parlare di mafia. E si sa che il silenzio è il miglior alleato della mafia. Per quanto riguarda le fiction che mandano in onda oggi il discorso è diverso».<br />
<strong>Berlusconi ha criticato “Il capo dei capi”.</strong><br />
«Una volta ho parlato con insegnanti del quartiere Brancaccio infuriati per la serie».<br />
<strong>Che cosa guarda in tv?</strong><br />
«Sport e film. I talkshow politici li guardo solo per far divertire mia moglie. Le anticipo le risposte di Tizio e di Caio&#8230;».<br />
<strong>Il libro preferito?</strong><br />
«Cent’anni di solitudine di Márquez. Un giorno alzai lo sguardo dalle pagine e mi accorsi che era l’alba. L’avevo iniziato dopocena».<br />
<strong>Il film?</strong><br />
«Sarò banale: Il gattopardo. Per un bel po’ il cinema è stato un lusso».<br />
<strong>Quando viveva sotto scorta?</strong><br />
«Sì. Tra il 1983 e il 2002. Tante piccole rinunce alla fine logorano. Per fortuna le condividevo con altre persone».<br />
<strong>Con chi?</strong><br />
«Con lo stesso Falcone. Facevamo le vacanze insieme. Una volta, a Vulcano, ci chiamarono d’urgenza perché un libanese vicino ai servizi, Bou Chebel Ghassan, sosteneva che fosse in preparazione un tremendo attentato».<br />
<strong>Contro chi?</strong><br />
«Falcone o il prefetto De Francesco».<br />
<strong>Era una balla?</strong><br />
«L’allarme era giusto. Il bersaglio no. Poco dopo morì Rocco Chinnici, punto di riferimento dei giovani magistrati palermitani».<br />
<strong>I confini di Israele?</strong><br />
«Non ricordandoli tutti, mi astengo».<br />
<strong>Siria, Giordania, Libano ed Egitto. Quanti sono gli articoli della Costituzione?</strong><br />
«Centotrentanove».<br />
<strong>Sa che cos’è Twitter?</strong><br />
«È un modo per comunicare via Internet?».<br />
<strong>Diciamo di sì.</strong><br />
«Ho un rapporto di diffidenza coi computer. Sono di generazione cartacea».<br />
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 © RIPRODUZIONE RISERVATA</p>
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		<title>Franco Frattini (Sette - maggio 2010)</title>
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		<pubDate>Thu, 27 May 2010 08:32:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>vz</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[interviste]]></category>

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		<description><![CDATA[Proprio mentre sto per chiedere a Franco Frattini quanto sia complicato fare il ministro degli Esteri con un Berlusconi premier che appena può sfodera la sua diplomazia personale con i leader del globo, squilla il telefono. «Mi scusi», dice, chiedendomi di spegnere il registratore, «ho il Capo di Stato in linea». Parlano della trasferta del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Proprio mentre sto per chiedere a Franco Frattini quanto sia complicato fare il ministro degli Esteri con un Berlusconi premier che appena può sfodera la sua diplomazia personale con i leader del globo, squilla il telefono. «Mi scusi», dice, chiedendomi di spegnere il registratore, «ho il Capo di Stato in linea». Parlano della trasferta del presidente della Repubblica a Washington, del nucleare iraniano e di Lula. Frattini riattacca sorridente e spiega che con Napolitano ha un rapporto antico: «Si saldò quando lui era ministro dell’Interno e io a capo del comitato di controllo dei servizi segreti. Nel 1996».<br />
Incontro il numero uno della Farnesina in una stanzetta-museo. Foto con presidenti vari ammucchiate su un tavolo di vetro e gagliardetti assortiti di reparti militari alle pareti. C’è anche quello del reggimento a cui appartenevano i due alpini appena morti in Afghanistan. Partiamo da qui. Anche perché in Italia, ogni volta che cade un soldato si riapre il dibattito sul senso della nostra presenza militare all’estero. Persino il ministro leghista Calderoli (poi zittito da Bossi), si è chiesto che cosa ci stiamo a fare dalle parti di Kabul.</p>
<p><strong>L’exit strategy prevede l’inizio del ritiro delle truppe nel 2011. È una data </strong><strong>realistica?</strong><br />
«Sì. Ma non è un ritiro. Cominceremo il disimpegno solo nelle province in cui la polizia afghana sarà in grado di prendere il controllo del territorio».<br />
<strong>Lei ha detto: «Ci si è accorti troppo tardi che in Afghanistan, oltre a portare i </strong><strong>militari, si devono costruire ospedali e scuole».<br />
</strong>«Ce ne siamo accorti noi italiani. E abbiamo appena aperto due ospedali a Herat. Mi fa piacere che dall’amministrazione Obama arrivi condivisione del nostro metodo».<br />
<strong>Gino Strada, di Emergency, urla da un decennio lo slogan: «No alla guerra. </strong><strong>Più ospedali, meno Predator».</strong><br />
«E infatti lo abbiamo sempre aiutato. Ma Strada sbagliava a parlare di guerra».<br />
<strong>Perché è così complicato usare quella parola?</strong><br />
«In Afghanistan c’è stata una missione voluta dall’Onu per liberare il Paese dal regime talebano. E ora è in corso un’azione di stabilizzazione che richiede sicurezza sul territorio».<br />
<strong>Si bombarda. La sinistra italiana sperava che con Obama le cose </strong><strong>cambiassero.</strong><br />
«Solo una lettura superficiale di Obama da parte della sinistra con le bandiere arcobaleno poteva far pensare a un leader americano pacifista in ritirata. I più intelligenti, come D’Alema, sapevano bene che Obama non se ne sarebbe andato dall’Afghanistan. E che, anzi, avrebbe mandato più truppe».<br />
<strong>Obama ha vinto il Nobel per la pace.</strong><br />
«Obama vuole la pace come la vogliamo noi: disarmando i terroristi e riducendo le armi nucleari nel mondo. Il Nobel se lo merita, anche perché dopo averlo ricevuto, ha avuto il coraggio di sedersi al tavolo con la Russia per pattuire un disarmo ambizioso: l’accordo Start II. Quello tanto auspicato da Berlusconi».<br />
<strong>Auspicato al punto che recentemente ne ha rivendicato la paternità.</strong><br />
«La ripresa dei rapporti tra Nato e Russia è figlia del vertice di Pratica di Mare, l’incontro organizzato dal premier nel 2002».<br />
<strong>Berlusconi non esagera nell’attribuirsi questi meriti?</strong><br />
«Se voi della stampa ce li attribuiste autonomamente, non ce ne sarebbe bisogno».<br />
<strong>Se non lo facciamo è perché riscontriamo qualche esagerazione. Sono meriti </strong><strong>reali?</strong><br />
«Lo dice la Storia».<br />
<strong>Come sono i rapporti tra Italia e Stati Uniti, da quando non c’è più l’“amico” </strong><strong>Bush?</strong><br />
«Sono politicamente più strutturati. Meno personali».<br />
<strong>Il sottosegretario Bertolaso, dopo aver criticato la gestione Usa </strong><strong>dell’emergenza ad Haiti, ora ha azzardato un parallelo tra la sua </strong><strong>massaggiatrice Monica e la clintoniana Lewinsky.</strong><br />
«Ero con la mia amica Hillary Clinton quando è arrivata l’eco di quella dichiarazione. Ho preso le distanze, ovviamente».<br />
<strong>La diplomazia Usa non ha perdonato a Berlusconi la battuta sull’Obama </strong><strong>“abbronzato”.</strong><br />
«Gli americani quando hanno problemi con la Russia o con la Libia vengono da noi».<br />
<strong>Per i rapporti personali che Berlusconi ha con Putin e Gheddafi?<br />
</strong>«Berlusconi ama coltivare rapporti umani cortesi e cordiali».<br />
<strong>Ha lodato persino le doti del leader bielorusso Lukashenko, non esattamente </strong><strong>un sincero democratico.</strong><br />
«Non è andata così. Abbiamo aiutato la Bielorussia ad aprire le porte all’Europa. E comunque il carattere di Berlusconi ha favorito l’azione diplomatica».<br />
<strong>Berlusconi ha chiesto scusa a Gheddafi per il passato coloniale italiano in </strong><strong>Libia.</strong><br />
«Ci vuole coraggio politico anche per chiedere scusa. Ora l’Europa sta preparando un accordo con la Libia sulla falsariga del nostro».<br />
<strong>Iran. L’Italia era il secondo partner commerciale europeo&#8230;</strong><br />
«Attualmente gli investimenti in Iran sono congelati».<br />
<strong>Come mai non siamo mai riusciti a entrare nell’avanguardia dei trattati sul </strong><strong>nucleare iraniano?</strong><br />
«Si riferisce al cinque più uno?».<br />
<strong>Sì, il tavolo formato dai cinque membri del Consiglio di sicurezza dell’Onu </strong><strong>più la Germania.</strong><br />
«Quel tavolo non ha portato e non porterà nessun risultato. Zero. Alla trattativa dovrebbe partecipare l’Alto rappresentante europeo».<br />
<strong>Come andrà a finire la “questione iraniana”?</strong><br />
«Si andrà alle sanzioni. Per raggiungere un negoziato. Obama mi sembra molto determinato».<br />
<strong>Com’è Obama di persona?</strong><br />
«Carismatico. E con una semplicità di approccio sorprendente».<br />
<strong>Una semplicità di approccio&#8230;?</strong><br />
«Va oltre il tuo ruolo, ti mette a tuo agio. Non è da tutti. Anche </p>
<p>Berlusconi&#8230;».<br />
<strong>Anche Berlusconi ha “semplicità d’approccio”?</strong><br />
«In questo è maestro. È la caratteristica che ti colpisce di più quando lo incontri».<br />
<strong>Quando ha conosciuto Berlusconi?</strong><br />
«Nel 1994. Gianni Letta mi chiamò a Palazzo Chigi per fare il Segretario generale. Se Berlusconi veniva a sapere che mia figlia di tre anni aveva l’influenza, mi chiamava a casa per informarsi sulla sua salute. Né Amato né Ciampi, con cui avevo lavorato alla Presidenza del Consiglio, avevano mai fatto una cosa simile».<br />
<strong>Nel 1994 Berlusconi sapeva dei suoi trascorsi barricaderi?</strong><br />
«Parla dei tempi del liceo?».<br />
<strong>Sì, lei ha raccontato che negli anni Settanta frequentava il gruppo del </strong><strong>Manifesto.<br />
</strong>«Da adolescente. Ma poi a ventidue anni ero già magistrato. Berlusconi valuta le persone col fiuto e studiando il background professionale».<br />
<strong>Mi racconta il suo periodo da contestatore?</strong><br />
«Frequentavo il liceo romano Giulio Cesare».<br />
<strong>A quei tempi era un fortino dei giovani di destra.</strong><br />
«Certi fascistoni! C’era Izzo, quello del delitto del Circeo. Caradonna con un gruppetto poco raccomandabile. Menavano di brutto».<br />
<strong>È mai stato coinvolto in qualche scontro politico?</strong><br />
«Ti aggredivano senza una ragione. Vedevano l’eskimo e&#8230; giù botte. Fortunatamente avevo una moto molto veloce».<br />
<strong>Anni duri.</strong><br />
«Nel 1982, da magistrato, ho partecipato al primo processo Moro. Per chi ha vissuto quel periodo non è bello vedere gli ex terroristi che oggi salgono sulle cattedre universitarie».<br />
<strong>Di chi parla?</strong><br />
«L’elenco è lunghissimo: da Morucci ex Br, alla Mambro ex Nar. Non è giusto che i parenti di chi è stato ucciso dal terrorismo vedano gli esecutori materiali dell’omicidio, in tv, mentre fanno lezioncine sugli anni Settanta. Ci vuole rispetto».<br />
<strong>Qual è l’errore più grande che ha fatto?</strong><br />
«C’è una lunga lista. Me li sono perdonati tutti».<br />
<strong>La scelta che le ha cambiato la vita?</strong><br />
«Fare una figlia. Diciannove anni fa».</p>
<p><strong>Sua figlia farà politica?</strong><br />
«Spero di no. Fa Giurisprudenza e si trova bene».<br />
<strong>Guardi che anche lei ha cominciato così.</strong><br />
«Per caso. E quando finirò quest’esperienza politica, tornerò nella mia casa istituzionale: il Consiglio di Stato. Ci sono entrato con un faticoso concorso vinto a 28 anni: sono stato il più giovane consigliere della storia d’Italia».<br />
<strong>Lei si considera ancora un civil servant?</strong><br />
«Ormai potrei “servire” solo in un governo di centrodestra. Non in un governo tecnico».<br />
<strong>Il film preferito?</strong><br />
«<em>Dersu Uzala</em>, di Akira Kurosawa».<br />
<strong>Scelta raffinatissima.</strong><br />
«Ma no&#8230; silenzi, boschi e montagne. Il massimo».<br />
<strong>Il libro?</strong><br />
«<em>Se questo è un uomo</em>, di Primo Levi. L’ho letto a 14 anni. Mi colpì. E poi il <em>Piccolo principe</em>».<br />
<strong>Il libro di Saint-Exupéry è un marchio veltroniano.<br />
</strong>«Come l’Africa? Facciamo che sono marchi miei».<br />
<strong>La canzone?</strong><br />
«A sedici anni ero dj a RadioGammaRoma. Mandavamo musica folk anglosassone: Neil Young, su tutti».<br />
<strong>Chi ha scritto: “Io ho lungamente ricusato di creder vere le cose che dirò qui </strong><strong>sotto”?</strong><br />
«Non lo so».<br />
<strong>È Leopardi. L’incipit dei Pensieri. Suo padre era docente universitario e </strong><strong>leopardologo.</strong><br />
«Di Leopardi amo <em>Il canto notturno di un pastore errante dell’Asia</em>».<br />
<strong>Sa quali sono i confini dell’Afghanistan?</strong><br />
«Iran, Pakistan, Uzbekistan, Tagikistan&#8230;».<br />
<strong>Sprechi. Anche la Farnesina li ridurrà?</strong><br />
«Li eliminiamo proprio. Abbiamo ridotto le Direzioni generali e razionalizzato ambasciate e consolati, muovendoci su tre pilastri: sicurezza, Europa, sistema Italia».<br />
<strong>Sa cosa esce se si digita il suo nome su YouTube?</strong><br />
«No».<br />
<strong>Una sua intervista ruvida alla Bbc. <em>Hardtalk</em>.</strong><br />
«Quella trasmissione mi piace. Molti miei colleghi hanno paura di partecipare. È dura. Ma se c’è onestà intellettuale io rispondo a tutto».<br />
<strong>Lei ha mosso la nostra diplomazia per fare pressing sulle testate giornalistiche </strong><strong>straniere che non ci trattano bene.</strong><br />
«Solo per farci conoscere meglio. E per evitare trattamenti disonesti».<br />
<strong>Mi fa un esempio di trattamento disonesto?</strong><br />
«Con l’<em>Economist</em> è successo spesso. Avevano gli elementi per raccontare la verità e invece hanno distorto i fatti».<br />
<strong>Intervistato da Fausto Carioti, su <em>Libero</em>, lei ha citato la copertina </strong><strong>dell’<em>Economist</em> sull’Italia, Paese della corruzione.</strong><br />
«L’ho citata perché l’avevano letta molti miei colleghi. Sono appena rientrato dal Sudamerica e lì molti mi chiedevano: “Che cosa sta succedendo da voi?”. Ho provato un certo imbarazzo».<br />
<strong>L’affaire “Anemone &amp; Cricca”&#8230;</strong><br />
«Se io mi faccio ristrutturare un bagno gratis, commetto un reato. Se pago e faccio fattura, no, ma potrebbe comunque essere immorale. All’estero si chiedevano quanto sia diffuso il fenomeno».<br />
<strong>Quanto è diffuso secondo lei?</strong><br />
«Il rischio è che ci sia una penetrazione nella rete amministrativa».<br />
<strong>Una nuova Tangentopoli?</strong><br />
«La situazione potrebbe essere più grave. Allora la corruzione toccò i vertici dei partiti. Ora potrebbe essere meno visibile, ma più diffusa. Per questo dobbiamo essere rapidi a intervenire con una norma anticorruzione. Su Twitter ho scritto “liberiamoci subito dei corrotti e degli immorali”».<br />
<strong>Lei usa Twitter?</strong><br />
«Quando devo dare un flash. Sennò preferisco Facebook».<br />
<strong>È uno dei pochi politici veramente aggiornati su internet. Lei, Di Pietro&#8230;</strong><br />
«Non facciamo accostamenti azzardati».<br />
<strong>Anche Vendola è un “internettaro”.</strong><br />
«Ecco, Vendola è una persona colta».<br />
<strong>A cena col nemico?</strong><br />
«Massimo D’Alema».<br />
<strong>Lei ha un buon rapporto con molti esponenti del Pd.</strong><br />
«Non ci sono mai state porcherie personali».<br />
<strong>La farebbe una passeggiata per le strade di Beirut con un deputato di </strong><strong>Hezbollah, come fece il suo predecessore D’Alema?</strong><br />
«No. Quello fu un errore».<br />
<strong>Ha un clan di amici?</strong><br />
«Sono quelli del liceo. Con cui vado a sciare».<br />
<strong>Già. Lei è anche maestro di sci.</strong><br />
«Saper fare lo slalom a porte strette in diplomazia aiuta».<br />
<strong>Dimenticavo. È uscita la notizia che si sposerà con la trentatreenne Stella </strong><strong>Coppi.</strong><br />
«Di queste cose preferirei non parlare».</p>
<p style="text-align: left;"><a href="http://www.vittoriozincone.it">www.vittoriozincone.it</a></p>
<p>© RIPRODUZIONE RISERVATA</p>
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		<title>Micaela Ramazzotti (Sette - maggio 2010)</title>
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		<pubDate>Thu, 20 May 2010 05:14:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>vz</dc:creator>
		
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Sarebbe interessante se Micaela Ramazzotti, 31 anni, traducesse il racconto della sua vita in uno spettacolo teatrale. Non tanto per il contenuto riassumibile nella formula “storia di una ragazza di periferia che diventa una brava attrice”, quanto per i cambi di tono e di espressione con cui narra se stessa. Durante l’intervista Micaela ride con diverse intonazioni: frivola, piana, gutturale. Passa dal romanesco al livornese. È un po’ afona, ma ogni tanto sfodera una vocina da Marilyn: «&#8230;trasgredire, tra virgoline&#8230;». Piange (lo giuro!) descrivendo la scena di un film e le viene la pelle d’oca, riferendo del clima amoroso sull’ultimo set. A richiesta, fa una finta faccia da fotoromanzo. Si prende in giro, parecchio. Gioca alla svampita. Ride del fatto che con l’immagine del suo lato B immortalato in Tutta la vita davanti ci volevano fare una maglietta con su scritto “Protetto dall’Unesco”. Si guarda allo specchio. Prova una smorfia. E quando le chiedo perché, risponde: «Cercavo di capire se ti sto facendo delle facce simpatiche». È la regina dell’alto/basso. In jeans e tacchi trampolati, galleggia tra citazioni di Alda Merini e slang.<br />
La incontro nella sede della Motorino Amaranto, la casa di produzione del regista Paolo Virzì, suo marito e padre del neonato Jacopo. Ci sono premi assortiti appesi alle pareti e quadri afro-livornesi; sulla porta un cartello: “Scrittura, pensieri, pisolini”. L’ultima interpretazione, in La prima cosa bella, ha fatto conquistare a Micaela il David di Donatello come migliore attrice protagonista. Si potrebbe pensare: è arrivata, è una piccola star, apprezzata anche dalla critica, ora rinnegherà certe scelte del passato. Invece, appena le cito <em>Vacanze di Natale 2000</em>, film a cui prese parte dieci anni fa, parte con la difesa a oltranza del cinepanettone. La provoco.<br />
<strong>La settimana scorsa Giovanna Mezzogiorno ha detto a Sette che lei su certi set non ci metterebbe mai piede.</strong><br />
«Io sì. Sono pop. Ho un’anima pop».<br />
<strong>Non rinneghi?</strong><br />
«Ma scherzi? Sono felice di aver lavorato coi Vanzina. E poi il film di Natale me lo vado a vedere ogni anno. Da sempre».<br />
<strong>Se ti sentono certi cinephiles&#8230;</strong><br />
«Eh eh. Ho visto anche l’ultimo: Natale a Beverly Hills di Neri Parenti. Mi rilassa. Mi faccio due risate stupide. E poi gli attori sono bravissimi. Christian De Sica è grande».<br />
<strong>Sei arci-italiana.</strong><br />
«Ripeto, sono ultra pop. Ora posso pure andare a comprare i formaggi in una boutique del centro, ma non rinuncio al piacere della spesa col mega-carrellone, con i palloncini appesi e i pop corn nel centro commerciale».<br />
<strong>Ti aspettavi il David?</strong><br />
«No. Pensavo che lo avrebbe vinto Stefania Sandrelli. Le ho chiesto di ritirarlo comunque con me. Ero paonazza, stropicciata dall’emozione. Coi denti sporchi di rossetto. Alla consegna ho ringraziato, ho detto “Viva il cinema italiano” e sono scesa dal palco».<br />
<strong>Come sta il cinema italiano? Ci saranno grossi tagli ai fondi pubblici.<br />
</strong>«Già. Il prossimo anno quanti film si riusciranno a fare? Ma che mi vuoi far parlare di politica?».<br />
<strong>Anche.</strong><br />
«Preferirei di no».<br />
<strong>Perché?</strong><br />
«Ne dovresti parlare con chi se ne occupa davvero. Con gli intellettuali».<br />
<strong>Non ti vuoi esporre per non scontentare il pubblico?<br />
</strong>«No. Voglio solo essere me stessa. Non mi interessa fare “l’impegnata”. E oggi non sono pronta per pronunciarmi sulla politica».<br />
<strong>Ma sei una protagonista del mondo dello spettacolo.</strong><br />
«Per me è ancora molto complicato parlare di politiche culturali. Anche se ormai sono quasi una veterana».<br />
<strong>Quando hai cominciato a lavorare in questo mondo?<br />
</strong>«A tredici anni, coi fotoromanzi».<br />
<strong>Mi racconti la tua infanzia?</strong><br />
«Sono nata e cresciuta all’Axa».<br />
<strong>Quartiere residenziale a sud di Roma. Sai che cosa vuol dire Axa?</strong><br />
«Oddio, no!».<br />
<strong>Agricola costruzioni società per azioni: A.c.s.a, che poi è diventato Axa.</strong><br />
«Vabbè, io abitavo lì. Un posto che ricorda <em>Revolutionary Road</em>: tutte le case uguali, col pratino davanti».<br />
<strong>Che studi hai fatto?</strong><br />
«L’artistico. Un anno sono stata bocciata. Ma con la creta me la cavo ancora bene».<br />
<strong>La vita ai bordi di periferia?</strong><br />
«Il baretto, la bisca, i prati, molto mare. La spiaggia di Ostia era a pochi passi».<br />
<strong>Letture giovanili?</strong><br />
«I romanzi rosa Harmony. E i fotoromanzi. A tredici anni decisi di mandare alla redazione di<em> Cioè</em> uno scatto che mi aveva fatto un fotografo a Rimini. Mi presero subito».<br />
<strong>Da lettrice a protagonista di fotoromanzi.</strong><br />
«Le mie compagne, anche loro lettrici di <em>Cioè</em>, cominciarono un po’ a sfottermi. Facevo già corsi di dizione. Se in classe dicevo “sabato” invece di “sabbbbato”, si alzava un coro: “Ma parla come magni”».<br />
<strong>Quanto guadagnavi?</strong><br />
«Centomila lire al giorno. Compravo molta musica».<br />
<strong>Com’è il lavoro dell’attrice di fotoromanzi?</strong><br />
«Io lo prendevo sul serio. Sul set mi accompagnava mio padre».<br />
<strong>Il cinema?</strong><br />
«All’inizio venivo scartata per la voce un po’ roca».<br />
<strong>Chi è il primo che ti ha scelta per un film?<br />
</strong>«Pupi Avati, con il fratello Antonio. Ma il primo ciak è stato sul set di <em>La prima volta</em> di Massimo Martella».<br />
<strong>Come andò?</strong><br />
«Era un lungo piano sequenza, con una cinepresa montata su un carrello che mi seguiva. Avevo preparato il personaggio borderline di Norma guardando <em>Christiane F. Noi ragazzi dello zoo di Berlino</em>».<br />
<strong>L’anno successivo sei stata protagonista di <em>Zora la vampira</em>.</strong><br />
«Con Verdone. Capisci? Lui per me era un mito. Anche gli amici dell’Axa a quel punto cominciarono a rispettarmi di più: “Se recita con Verdone!”».<br />
<strong>Tu hai avuto un maestro di recitazione?</strong><br />
«Fino al 2008 i personaggi me li sono quasi sempre preparati da sola».<br />
<strong>Poi&#8230;</strong><br />
«Poi ho avuto ruoli un po’ più impegnativi e ho conosciuto dei direttori di attori magistrali».<br />
<strong>Chi sarebbero?</strong><br />
«Paolo Virzì&#8230;».<br />
<strong>Fai i complimenti a tuo marito?</strong><br />
«Non dovrei? Anche Francesca Archibugi è stata una maestra straordinaria. Un incontro importantissimo. Ti dice due parole, quelle due parole, e ti tira fuori tutto. In <em>Questione di cuore</em> mi costringeva a stare immobile per dare maturità e durezza al personaggio. Tra l’altro lei mi ha salvata».<br />
<strong>In che senso?</strong><br />
«Dopo Tutta la vita davanti&#8230;».<br />
<strong>&#8230;il film di Virzì che ti ha lanciata nel 2008&#8230;</strong><br />
«&#8230;rischiavo di rimanere appiccicata all’immagine di Sonia: ragazza madre, svampita, sensuale e fragile. Archibugi, invece, mi ha fatto interpretare una donna tosta e combattiva, che difende il suo mondo e la sua famiglia».<br />
<strong>Poi sei tornata a lavorare con Virzì, quando già era diventato tuo marito. Il ruolo di Anna in “La prima cosa bella” è pensato per te?</strong><br />
«Chi lo sa?».<br />
<strong>Come “chi lo sa?”&#8230;</strong><br />
«Io ho dovuto comunque fare il provino. Paolo provina tutti».<br />
<strong>È vero che vi siete conosciuti proprio durante un provino?</strong><br />
«Sì. Quello di Tutta la vita davanti. Suo fratello Carlo mi aveva vista in <em>Non prendere impegni stasera</em> di Tavarelli e gli aveva consigliato di contattarmi».<br />
<strong>Detto, fatto.</strong><br />
«Io non ci volevo andare a quel provino».<br />
<strong>Perché?</strong><br />
«Pensavo: “Ma ti pare che Virzì prende proprio me?”. Era un periodaccio. Non lavoravo da molto. Facevo giusto qualche particina in tv».<br />
<strong>E come campavi?<br />
</strong>«Facendo sacrifici. Arrivai al provino con occhialoni da sole giganti e non me li tolsi mai».<br />
<strong>Virzì ti scelse subito?<br />
</strong>«Sì. Mi diede il copione quella stessa mattina».<br />
<strong>Durante le riprese di “La prima cosa bella”, tu eri incinta di Virzì. Interpretavi la madre di due bambini livornesi, la cui storia è ispirata a quella dello stesso Virzì. In pratica sei stata la madre del padre di tuo figlio. Freud impazzirebbe.</strong><br />
«In realtà sul set non sapevo di essere incinta. Ma lo sai che durante quelle riprese sono stati concepiti otto bambini? Il nostro, quello di Valerio Mastandrea, quello di un macchinista, di un elettricista&#8230;».<br />
<strong>Il Virzì regista sul set ti tratta come gli altri o sei pur sempre sua moglie?<br />
</strong>«Moglie? Tendenzialmente mi rimprovera».<br />
<strong>Chi è un regista con cui vorresti recitare?</strong><br />
«Paolo Sorrentino. Ha uno stile nuovo. Mi sarebbe piaciuto anche lavorare con Antonio Pietrangeli, che ha diretto Sandra Milo in La visita. Per preparare l’ultimo film ho assorbito qualcosa da lì».<br />
<strong>L’attore con cui vorresti duettare?</strong><br />
«Filippo Timi. La prima volta che l’ho visto a teatro recitare in Macbeth sono rimasta sconvolta dalle sue acrobazie».<br />
<strong>L’attrice?</strong><br />
«Kate Winslet. Sempre vera. E Claudia Gerini. Con lei farei volentieri una commedia».<br />
<strong>Qual è la scelta che ti ha cambiato la vita?<br />
</strong>«Fare il provino per Tutta la vita davanti».<br />
<strong>L’errore più grande che hai fatto?<br />
</strong>«Gli errori li rimuovo».<br />
<strong>Hai un clan di amici?</strong><br />
«Ho Veronica. Amica di sempre, dai tempi dell’asilo. E mio fratello Fabrizio».<br />
<strong>Andresti più volentieri ospite in tv da Serena Dandini o da Bruno Vespa?</strong><br />
«Dalla Dandini ci sono stata. Mi sono divertita. E poi le sue scarpe mi piacciono da morire».<br />
<strong>Tu che cosa guardi in tv?</strong><br />
«A vent’anni ero una fan della Prova del cuoco, con Antonella Clerici. Ora preferisco cucinare».<br />
<strong>Quanto costa un pacco di pasta?</strong><br />
«Da 50 centesimi in su».<br />
<strong>Fai la spesa?<br />
</strong>«Ora anche on line. Sai com’è. Ho un neonato e viviamo al quarto piano senza ascensore».<br />
<strong>Il libro preferito?</strong><br />
«Troppo tardi di Cassola. E poi Elena Ferrante. Posso scegliere tutti e tre i romanzi che ha scritto?».<br />
<strong>No.</strong><br />
«Allora, L’amore molesto».<br />
<strong>È una lettura recente?</strong><br />
«Abbastanza. Prima facevo letture più da supermarket. Banana Yoshimoto e altri best seller».<br />
<strong>Chi ti ha consigliato queste letture meno pop?</strong><br />
«Paolo. Il primo libro che mi ha regalato è stato proprio Revolutionary Road. Mi ha un po’ indirizzato. Tipo maestro».<br />
<strong>Ti consiglia anche i film da vedere?<br />
</strong>«Sul cinema asseconda anche le mie scelte».<br />
<strong>Viene con te a vedere i cinepanettoni?</strong><br />
«Sì. E si diverte. Ghini è un suo amico. E poi lui è curioso. Ficca il naso ovunque».<br />
<strong>Il tuo film preferito?</strong><br />
«Il vedovo, di Dino Risi».<br />
<strong>La canzone?</strong><br />
«I notturni di Chopin. Mi piacerebbe suonare il piano. Le metto… taratiritiritiiii e parto».<br />
<strong>Cassola, Risi e Chopin… scelte molto poco Axa.</strong><br />
«I gusti cambiano. Qualche anno fa avrei detto altro».<br />
<strong>Per esempio?</strong><br />
«La canzone? Alleggeriamo: Jenny from the block di Jennifer Lopez».<br />
<strong>I confini di Israele?</strong><br />
«…».<br />
<strong>Quanti articoli ha la Costituzione?</strong><br />
«Esteeeeeeeer. Aiutooooo».<br />
<strong>Non valgono gli “aiutini”. Chi è Ester?</strong><br />
«L’assistente di Paolo, qui alla Motorino Amaranto».<br />
<strong>Perché la casa di produzione di Virzì si chiama Motorino Amaranto?</strong><br />
«Perché lui e il fratello da ragazzi giravano su un motorino color amaranto».<br />
<strong>È il colore del Livorno.<br />
</strong>«Già. Paolo mi ha pure portato allo stadio. Mi sto amarantizzando pure io».<br />
<strong>Allora ti faccio un test.</strong><br />
«Ancora?».<br />
<strong>Chi ha scritto: “Come è bello il vino, rosso, rosso, rosso”?</strong><br />
«Sono smemorata».<br />
<strong>Il cantautore livornese Piero Ciampi.</strong><br />
«Ecco, ora per colpa tua mi tocca litigare con Paolo».</p>
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 © RIPRODUZIONE RISERVATA</p>
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