Gianni Cuperlo (Sette – agosto 2013)

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(pubblicata su Sette – Corriere della Sera, 23 agosto 2013)

Gianni Cuperlo, 51 anni, triestino, tra i candidati alla segreteria del Pd è quello col cursus più tradizionale: ex segretario nazionale dei giovani comunisti italiani, ex responsabile della comunicazione dei Ds, dirigente di partito. Tendenza D’Alema. Leggenda vuole che quando erano insieme al vertice dei Ds, il líder Massimo sentenziò: «Io mi occupo di politica. Velardi e Rondolino cazzeggiano. L’unico che lavora è Cuperlo». Lo incontro in un bar romano. Polo nera, occhi chiarissimi. Cuperlo non nasconde l’indole intellettual-pensosa. Cita con disinvoltura politologi americani e filosofi tedeschi, romanzieri russi e storici assortiti. Lo provoco. Sulle regole del congresso una parte del Pd ha fatto di tutto per fregare Renzi: primarie chiuse, aperte, a zona, anticipate, posticipate, da cui spunta un semplice segretario, che incoronano un candidato premier… Il balletto è poco edificante. Replica: «Il problema è che così diamo l’impressione di avere paura di noi stessi e di non avere fiducia della nostra gente».

Sostiene che l’Imu, seppur aggiustabile, sia sostanzialmente una tassa democratica. E ritiene che i democratici debbano votare per far decadere il condannato Berlusconi: «La legalità non si può mettere in discussione». Cuperlo è percepito come un ortodosso di sinistra. Se gli domandi quale Pd abbia in mente, però, non esita: «Non voglio un partito più ortodosso, più di sinistra e più piccino».

La vostra base fibrilla. C’è il rischio che diventiate più piccini anche se prosegue l’avventura del governo Letta al fianco del Pdl.
«L’incognita c’è».
Lei come spiega ai suoi elettori l’alleanza con Silvio Berlusconi, condannato per frode fiscale?
«Non è facile. Ma siamo lì per fare cose necessarie al Paese. Una cosa è certa: questo governo d’emergenza non può trasformarsi in un progetto politico».
C’è chi lo pensa. Letta avrebbe suggerito a Renzi di dire alla Merkel che il Pd non sta nel Ppe solo perché c’è Berlusconi.
«Spero che quella battuta non sia stata detta».
Lei aderirebbe mai al Ppe?
«No. Il nostro campo è quello dei socialisti e dei democratici europei».
Il governo Letta potrebbe resistere a una vittoria di Renzi al congresso?
«Renzi ha detto che non lavora contro il governo. E Renzi è un uomo d’onore».
Lei è per distinguere il ruolo del segretario da quello del candidato premier. Le andrebbe bene uno schema con lei leader del Pd e Matteo Renzi a Palazzo Chigi?
«Adesso dobbiamo scegliere una guida per il Pd, quando ci saranno le primarie di coalizione decideremo la figura giusta. Dipenderà anche dalla coalizione».
Pensa a un’alleanza tra Pd e Sel?
«Non basta. Penso a una coalizione che parli alla sinistra e al campo moderato, ai movimenti e alle forze del civismo, della legalità, della cultura e del lavoro creativo. Una nuova esperienza, capace di entrare in sintonia con la società».
Una nuova esperienza?
«Penso al modello Pisapia e ai referendum sui beni comuni del 2011».
Pisapia non era il candidato preferito dalla dirigenza del Pd. E poi si dice: «Le Amministrative non sono le Politiche».
«Invece la sua campagna milanese ci ha detto molto sul civismo. E i referendum sull’acqua ci hanno raccontato che il Pd si deve aprire e bussare alla porta di tutto ciò che di buono c’è fuori dal nostro recinto».
Renzi potrebbe guidare questa nuova coalizione?
«Ha i numeri per candidarsi alla premiership. Ma sarebbe bello che la scelta dipendesse dai contenuti e dai principi».
Contenuti e principi. Il punto uno dell’agenda Cuperlo?
«Tornare a lottare contro le disuguaglianze più oscene. Per troppo tempo abbiamo subito il condizionamento delle idee della destra».
Matrimoni gay sì o no?
«Personalmente sì, ma vorrei soprattutto che l’Italia non si allontanasse dal mondo civile dei diritti, e le leggi da fare in questo senso sono diverse».
Quando ha cominciato a occuparsi di politica?
«A quattordici anni mi sono iscritto alla Fgci, la Federazione dei giovani comunisti italiani».
E nel 1988 è diventato segretario di quella Fgci. L’ultimo segretario. È vero che svitò la targa storica della Federazione e la portò via?
«Il giorno dopo lo scioglimento del Pci andai a Botteghe Oscure con un cacciavite portato da casa. L’ho fatta pure restaurare. Sono stato segretario per pochi mesi. Facemmo una battaglia significativa su Tienanmen.
Racconti.
«Venimmo invitati a Pyongyang, in Corea del Nord, per il Festival della Gioventù democratica. Viaggio con aerei sovietici e coreografie olimpiche al cospetto di Kim Il-sung. Quando toccò a noi italiani sfilare, sfoggiammo una fascetta sulla fronte e una maglietta per ricordare la protesta degli studenti cinesi. Prima, su input di Walter Veltroni, avevamo organizzato una bella manifestazione in Piazza del Popolo a Roma con Achille Occhetto e Francesco De Gregori».
Ora De Gregori vi ha decisamente scaricati.
«Ha posto il problema di che cosa deve tornare a essere la sinistra. È un tema di cui dovremo parlare anche al congresso. Lo so che il Pd non è solo un partito di sinistra. Ma senza la sinistra non c’è il Pd».
Torniamo al Cuperlo figgicciotto.
«Avevamo un clamoroso deficit di elaborazione e comprensione del mondo, ma non rinnego quell’esperienza. Fu una palestra».
Una scuola.
«No, no. Più una palestra. Perché dell’impianto culturale e politico è restato poco. Ma quella Fgci per molti è stata un modo per avvicinarsi alla politica nella forma più sana, genuina e meno interessata possibile».
Meno interessata?
«La politica come impegno e passione anche nei suoi tratti di ingenuità. Per nessuno, o quasi, era un ascensore sociale».
Nella sua Fgci c’era anche Giuseppe Mussari, ex presidente del Monte dei Paschi di Siena.
«Era il responsabile degli universitari di Siena. Fassina lo era dei bocconiani. Pensi che pluralismo».
Mps e Pd…
«Fabrizio Barca ha scritto cose molto giuste su questo argomento: un partito non può schiacciarsi unicamente sulle istituzioni».
Catoblepismi, cunei fiscali, giaguari da smacchiare. La sinistra ha un problema di comunicazione politica?
«Dobbiamo ritrovare la capacità di trasmettere il senso delle cose».
Lei ha studiato comunicazione e ha avuto per anni ruoli di responsabilità nella comunicazione del suo partito.
«Al DAMS di Bologna con docenti come Cruciani e Wolf ho capito la potenza della parola e del racconto».
Tra i politici in attività chi possiede questa capacità?
«Barack Obama. In Italia la costruzione del discorso più immaginifica la realizzano Renzi e Vendola».
Lei si occupava anche dei rapporti con i sondaggisti.
«Sì. All’inizio soprattutto con gli amici triestini della Swg di Roberto Weber. Nel gennaio del 1994 facemmo realizzare le prime indagini qualitative sul nostro elettorato. A un mese dalle elezioni che portarono Berlusconi al governo eravamo percepiti come una forza di impianto conservativo legata al lavoro dipendente e senza appeal tra i più giovani».
Sono passati venti anni e la situazione non è cambiata.
«Un po’ è vero. E oggi chi ci vota non capisce perché i frutti di conquiste sociali che hanno segnato il welfare italiano siano letti, da altri che oggi stanno peggio, come dei privilegi».
Forse perché gli altri quei frutti non li mangeranno mai?
«Non si risolve il problema prendendo ai padri per dare ai figli. Tocca a noi unire quei mondi, non dividerli».
A cena col nemico?
«Con Giuliano Ferrara, che ha posizioni spesso lontane dalle mie, ma è intelligente».
Qual è l’errore più grande che ha fatto?
«Non essere diventato uno storico del teatro».
Che cosa guarda in tv?
«I Tg, Sky e ho un cedimento per il Gambero Rosso Channel».
Il film preferito?
«Barry Lyndon o un altro qualsiasi di Stanley Kubrick».
Il libro?
«Guerra e pace di Lev Tolstoj e più di recente Il club degli incorreggibili ottimisti di Jean-Michel Guenassia».
La canzone?
«Whiter Shade of Pale dei Procol Harum».
Conosce i confini dell’Egitto?
«Potrei dire una sciocchezza… Israele, Libia…».
Giusto. Conosce l’articolo 7 della Costituzione?
«È quello dei Patti lateranensi».
Una parola che aggiungerebbe alla Costituzione?
«Rafforzerei il concetto di dignità».
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Categorie : interviste
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